Terremoto politico nel Regno Unito: Starmer e il Labour crollano alle amministrative, vince la destra di Nigel Farage. Ma il vero rischio disastro è dietro l’angolo
—- di Lapo Mazza Fontana —
Le elezioni amministrative del maggio 2026 segnano un punto di svolta caotico per la politica britannica. Il Partito Laburista guidato dal primo ministro Keir Starmer ha subito una sconfitta di proporzioni bibliche. Dopo mesi e mesi di politiche totalmente deficitarie e soprattutto dopo anni di follia immigrazionista e wokismo da operetta i dati ufficiali descrivono uno scenario da incubo non solo per il governo in carica, con il Labour che vede falcidiato il numero dei propri consiglieri in molte aree chiave dell’Inghilterra, ma anche per la nazione intera. No joke.

La perdita di consensi non riguarda solo la Middle class, ma soprattutto le periferie e tocca anche roccaforti storiche come Manchester e Birmingham. In Galles e Scozia la situazione diventa persino peggiore, con un crollo drastico della presenza laburista nei rispettivi parlamenti nazionali, un ulteriore aumento dei partiti indipendentisti, perdite dei conservatori e aumento di voti ai Verdi.
A questo punto la domanda corrente è: è davvero la fine del bipartitismo alla inglese? Starmer non si è dimesso, per ora, mentre ha definito i risultati come amari, ammettendo che i cittadini sono frustrati da uno status quo che non sembra portare il cambiamento promesso. Eufemismi ridicoli per coprire un disastro catastrofico su tutta la linea, nonostante gli anche recenti entusiasmi dopo la caduta dei plurimi governi del Partito Conservatore. La verità è una sola: il re è nudissimo; destra e sinistra britanniche sono esattamente le due facce della stessa truffa, guidate da classi politiche di assoluti incompetenti, se non peggio. Il Regno Unito sprofonda nella povertà sempre più diffusa e nel drammatico allargamento della forbice sociale, mentre lo storico Welfare viene sperperato in mille rivoli sempre più disfunzionali e la politica internazionale di Downing Street è letteralmente in bambola. Nessuna politica con la Unione Europea, a fronte di una consapevolezza ormai acquisita del disastro BREXIT, nessuna politica bilaterale con i singoli paesi europei, sudditanza al limite del ridicolo con gli USA, soprattutto sotto un Donald Trump ormai ridotto a macchietta peggio di Joe Biden, nessuna politica sulla Ucraina, se non una ormai cieca e autolesionista russofobia, nessuna politica su Israele, se non un tiepido appoggio ad un Netanyahu sempre più indifendibile, nessuna politica sulla assurda farsa della guerra iraniana. Ma soprattutto sulla politica interna nessuna soluzione a nessun problema in materia di salari, di costi di sopravvivenza, sul sistema sanitario nazionale, sul tema vitale della immigrazione di massa, in quella che ormai nello UK è materialmente una sostituzione etnica ferocemente evidente.
L’ascesa inarrestabile di Nigel Farage e Reform UK
Il vero vincitore di questa tornata elettorale è infatti Nigel Farage. Il suo relativamente nuovo partito, Reform UK, ha compiuto una scalata senza precedenti passando da una presenza marginale a diventare il primo partito in diverse amministrazioni locali. Farage ha di fatto saputo capitalizzare il malcontento popolare su temi caldi come l’immigrazione e la gestione economica, pur non avendo su questo tema una proposta minimamente decente. La sua retorica nazionalista e anti-sistema ha convinto comunque una fetta consistente di elettori conservatori delusi, ma ha anche fatto breccia nel tradizionale bacino elettorale operaio del Labour, per pura protesta contro lo ottuso fallimento di Starmer. Con questi numeri Farage si candida ufficialmente a essere il principale sfidante del bipolarismo britannico, ormai malato terminale, alle prossime elezioni generali.
Ma Farage non era quello della propaganda sgangherata e bugiarda sulla Brexit? Non era quello che ha cambiato partiti come cravatte, non era quello che prende 9 milioni di sterline da un dealer di criptovalute anglo-tailandese, non era quello che mentre tutta la nazione ha bisogno come ossigeno della sanità pubblica invoca irresponsabili privatizzazioni? Non è l’ennesimo vecchio frutto degli anni ottanta e novanta che ripropone le stesse vecchie formule delle destre finto-liberali più retrive ed ottuse, fallite ovunque, e soprattutto negli USA di Trump, sotto gli occhi di tutti? Sì, è lui, ma i britannici sono finiti nella stessa vecchia trappola mortale tipica delle democrazie morenti, non a caso in stato di necrosi terminale ad esempio nel sistema italiano. Il solito meccanismo del piatto di pesce sempre più mefitico (e talvolta mortale) a cui si propone di volta in volta un altro piatto di pesce peggiore, ma presentato meglio, e con le promesse di sostituire lo schifo precedente. La ricetta perfetta per l’avvelenamento.
E infatti nonostante l’attuale successo elettorale, la figura di Nigel Farage rimane più un caso di giocatore di tre carte napoletane, seppur con un discreto accento da leading class inglese. Una carriera politica segnata da sparate da guappo arrogante poi smentite dai fatti o da vere e proprie manipolazioni della realtà, quando non da clamorose bugie. L’episodio più celebre resta quello legato alla campagna per la Brexit nel 2016. All’epoca Farage fu il principale sostenitore dello slogan che prometteva di destinare al sistema sanitario nazionale, il celebre NHS, 350 milioni di sterline a settimana che sarebbero state risparmiate uscendo dall’Unione Europea. Pochi giorni dopo la vittoria dei brexiteers e del LEAVE, ovvero dei fans della uscita dalla UE, lo stesso Farage ammise in diretta televisiva che quella cifra era un grossolano errore e che non era possibile garantire tali fondi.
Il punto nodale della immigrazione ormai insopportabile
In tutto ciò, nonostante le sue balle spaziali più volte smascherate, Nigel Farage non coglie il vero problema della nazione, ovvero le possibili soluzioni al disagio economico e sociale, ma coglie tuttavia il punto nodale del problema strategico britannico: la invasione degli stranieri, soprattutto islamici, che in alcune zone soprattutto urbane mettono gli europei addirittura in pesanti minoranze numeriche. Se le sinistre sono ancora cieche e complici sul tema, la destra del Partito Conservatore ha comunque in materia un approccio tiepido ed opportunista. Reform UK cala invece direttamente la carta della remigrazione/deportazione. Un tema caldo in tutta Europa, ma che in Gran Bretagna rischia di ipnotizzare fin troppi elettori.
Anche sul piano della coerenza personale, Farage è finito nel mirino della critica per le sue assurde posizioni sulle privatizzazioni nella Sanità, sulle pensioni e sui diritti dei lavoratori, spesso in contrasto con le sue attività di consulenza e i suoi guadagni milionari ottenuti nel settore finanziario. Nonostante queste pesanti ombre la sua capacità di comunicare direttamente con le pance degli elettori sembra al momento superare ogni perplessità sulla sua integrità politica. E qual è il bel risultato di questa pentola piena di spazzatura? Gli elettori inglesi, disperati, sono costretti ad affidarsi non più solo a potenziali bugiardi, ma persino ai bugiardi già conclamati, per sfinimento e per verace illusione del classico MENO PEGGIO. C’era una volta la Inghilterra delle Margaret Thatcher e dei Gordon Brown, pur coi loro limiti e colpe anche pesanti; oggi hanno ottenuto prima il loro Renzi e poi pure il loro Salvini. La tradizione di buona qualità dei politici inglesi, almeno rispetto a quelli italiani, è ormai un ricordo.
La realtà è dunque un pugno nello stomaco: la truffa del bipartitismo sempre più gemellare non si risolve inserendo un terzo competitore ancora più inaffidabile e cialtrone dei primi due. Peggio ancora: sulla ala sinistra in UK guadagnano i Verdi del Green Party, guidati da un personaggio improbabile e goffamente wokista, ebreo gay e immigrazionista come Zack Polanski, tanto per costringere gli elettori di quell’area ad affidarsi ad una ennesima figura inadeguata al ruolo. Senza contare il rischio, sempre presente in sottofondo, di una accelerazione delle richieste di indipendenza della Scozia, sempre meno disposta a tollerare la autentica degenerazione della classe politica di Londra; anche se in materia di follie politiche proprio la Scozia ultimamente se ne intende mica poco. La ultima assurda vicenda scozzese riguarda nientemeno che uno studente di etnia Tamil, autodefinitosi “non binary” e soprattutto senza permesso di lavoro in UK, eletto al Parlamento di Edimburgo. Paradossi figli di buchi normativi totalmente senza senso. Banale incompetenza o profondità della malafede? E pensare che un tempo “i nani e le ballerine” (cit.) erano un fenomeno tipicamente italiano. Bei tempi.






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