Trump da Xi: molto accordo, pochi accordi. Il commento dell’ISPI è molto caustico

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L’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping a Pechino riflette un ordine globale in transizione: la diffidenza tra le due superpotenze e l’erosione della fiducia nell’asse americano spingono le medie potenze a unirsi per contare di più.

— Tratto da ISPI —

Pechino ha accolto Donald Trump con il massimo della solennità protocollare. Non solo guardie d’onore e visita al Tempio del Cielo, dove gli imperatori pregavano per la pace e il raccolto, in un’atmosfera volutamente carica di significato storico, ma addirittura un incontro privato a Zhongnanhai, la sede del Partito comunista cinese proprio di fianco alla Città Proibita, cuore del potere di Pechino. Xi Jinping ha così offerto al presidente americano il massimo riconoscimento pubblico, senza però fare concessioni su alcun dossier.

Il risultato più concreto della visita è stato l’annuncio dell’acquisto di 200 aerei Boeing da parte della Cina che è stato presentato da Trump come una vittoria epocale in un’intervista a Fox News, durante la quale ha sottolineato che il numero supera persino quanto Boeing avesse richiesto. In realtà, se è vero che si tratta del primo acquisto di aerei commerciali americani da parte di Pechino in quasi un decennio, le attese di mercato, prima del vertice, puntavano a cifre ben più alte, ovvero fino a 500 aerei tra 737 Max e wide-body come il 787 Dreamliner. Trump ha anche annunciato possibili acquisti di petrolio per riequilibrare la bilancia commerciale, ma da parte cinese non si registrano particolari conferme. 

La delegazione degli imprenditori: come definire il rapporto con Pechino?

Al fianco di Trump, seduti alla cena di Stato ospitata da Xi nella Grande Sala del Popolo, c’era una delegazione di amministratori delegati la cui presenza può aiutare a capire quali fossero i temi in discussione. Tra i presenti c’erano il CEO di Tesla ed SpaceX Elon Musk, il CEO di Apple Tim Cook, il CEO di BlackRock Larry Fink, il CEO di Boeing Kelly Ortberg e il CEO di Blackstone Stephen Schwarzman. Erano presenti anche i vertici di Meta, Cisco, Qualcomm, Micron, Visa, Mastercard, Cargill. Tra questi, Tim Cook incarna meglio di chiunque altro le contraddizioni del rapporto tra Cina e multinazionali Usa negli ultimi decenni. Apple dipende da partner cinesi per la produzione di quasi la totalità dei propri dispositivi in una combinazione che vede al centro Foxconn – il più grande produttore di elettronica a contratto del mondo, azienda taiwanese con radici e fabbriche profondamente cinesi – che ha rappresentato per molto tempo il valore dell’integrazione economica tra Usa, Cina e Taiwan. L’iPhone, infatti, è, da questo punto di vista, il simbolo perfetto dell’integrazione produttiva sino-americana: progettato in California, assemblato in Cina da una multinazionale taiwanese, venduto in tutto il mondo. Per mitigare i dazi, Apple ha recentemente annunciato un impegno di 600 miliardi di dollari di investimenti negli Stati Uniti, una mossa che le ha garantito esenzioni chiave per i suoi prodotti di punta. Tuttavia, il modello produttivo di Apple è ancora esposto all’andamento della contesa politica tra grandi potenze e all’eventuale applicazione di dazi e limitazioni all’export.  

Il caso più rivelatore, però, è quello di Jensen Huang, il CEO di NVIDIA. Huang non era inizialmente nella lista della delegazione della Casa Bianca: Trump lo ha invitato en route, facendo fermare l’Air Force One in Alaska per imbarcarlo. La ragione è che NVIDIA produce i microchip che alimentano l’intelligenza artificiale globale, e la Cina era, prima delle restrizioni all’esportazione, il secondo mercato mondiale dell’azienda. Huang ha avvertito che i controlli statunitensi sulle esportazioni stanno azzerando la presenza di NVIDIA in Cina: la quota di mercato nell’AI accelerator cinese è scesa, di fatto, a zero. Washington ha autorizzato una decina di aziende cinesi – tra cui Alibaba, Tencent, ByteDance e JD.com – all’acquisto dei chip H200 di NVIDIA, ma a oggi non è stato consegnato un singolo microchip. Il motivo è doppio: da un lato le restrizioni americane impongono verifiche di sicurezza e richiedono che i semiconduttori transitino fisicamente dagli Stati Uniti prima di essere esportati – generando timori cinesi di interferenze o “backdoor” –, dall’altro, Pechino ha esercitato pressione sulle proprie aziende affinché non procedano agli acquisti, privilegiando lo sviluppo di microchip domestici, in particolare quelli di Huawei. 

Trump e Cina: un’altalena continua

Per comprendere cosa è accaduto a Pechino, occorre tornare indietro di quasi un decennio. Il rapporto tra Trump e la Cina è sempre stato una sequenza di aperture brusche e chiusure altrettanto brusche, di insulti e abbracci, di guerre e tregue. Nel 2016, la campagna elettorale si costruì anche sul “demone cinese”: Pechino come saccheggiatore di posti di lavoro americani, manipolatore valutario e potenza ostile da contenere. Poi, nel dicembre 2016, ancora presidente eletto, Trump accettò di ricevere la telefonata di Tsai Ing-wen, presidente di Taiwan: si trattava di un gesto senza precedenti che poteva sfociare in una rottura strutturale. E invece, pochi mesi dopo, la prima visita presidenziale alla Città Proibita si trasformò in uno spettacolo di cordialità simile a quello di questi giorni, con Xi che accompagnava Trump tra i cortili imperiali. Eppure, nello stesso periodo, Washington stava avviando la propria spinta nell’Indo-Pacifico. Il 2018 segnò la svoltala guerra commerciale, con dazi a cascata su centinaia di miliardi di merci cinesi, ridisegnò la geometria del rapporto. Il 2020 portò una tregua parziale con il “Phase one deal” che venne però subito travolta dalla pandemia e dalla retorica del “China virus“, che trasformò la Cina da partner commerciale difficile a capro espiatorio globale.

Nel secondo mandato, Trump ha ripreso da dove aveva lasciato, ma con un metodo ancora più caotico. Prima ha bersagliato i Paesi accusati di essere troppo esposti verso la Cina: Canada e Messico colpiti da dazi punitivi per il fentanyl, Panama nel mirino per il canale e la presenza di porti controllati da società cinese, e la Groenlandia evocata come obiettivo geopolitico. Successivamente, il presidente americano ha esteso la pressione tariffaria a tutti mettendo in difficoltà proprio quei Paesi – in particolare Europa, Corea del Sud e Giappone – che, nel quadro del derisking tecnologico e produttivo avviato sotto Biden, stavano sostenendo costi politici ed economici significativi per ridurre la dipendenza dalla Cina. In questo contesto paradossale, il dialogo con Pechino si è gradualmente riaperto con quattro incontri bilaterali di alto livello previsti per il 2026.

Vale la pena sottolineare una distinzione che spesso sfugge al dibattito pubblico: Trump e Biden hanno avuto approcci profondamente diversi alla Cina, ma non necessariamente nella direzione che si immagina. Biden ha costruito la propria strategia su una cornice ideologica – democrazie contro autocrazie – che aveva il pregio della coerenza narrativa ma il difetto di irrigidire le posizioni e rendere il dialogo più difficile. Trump, per quanto imprevedibile, ragiona in termini negoziali: la Cina è un avversario con cui si tratta, non un nemico ideologico da sconfiggere. Questo approccio è certamente meno rassicurante per gli alleati, ma apre spazi di interlocuzione che la logica dei blocchi contrapposti tende a chiudere.

La tentazione degli altri: andare da soli 

Mentre Washington e Pechino si studiano, il resto del mondo osserva, maturando la convinzione che “andare da soli” in campo economico e di difesa si renderà sempre più necessario. L’instabilità dell’asse americano – con dazi improvvisi, minacce e inversioni di rotta – ha eroso la fiducia nella prevedibilità degli Stati Uniti come garante dell’ordine commerciale e di sicurezza. 

Il discorso che Mario Draghi ha pronunciato il 14 maggio ad Aquisgrana, in occasione del conferimento del Premio Carlo Magno è esemplificativo di questo modo di pensare. Davanti al cancelliere Friedrich Merz e alla presidente della BCE Christine Lagarde, Draghi ha detto ciò che i vertici europei ripetono sottovoce da mesi: il mondo che aveva aiutato l’Europa a costruire la propria prosperità non esiste più, è diventato più duro, più frammentato, più mercantilista. L’America di Trump non è più il garante affidabile dell’ordine postbellico. Tuttavia, la Cina, ha aggiunto, non può essere un’alternativa perché genera surplus industriali su una scala che il mondo non può assorbire senza svuotare le basi produttive altrui. Contestualmente è ancora forte l’eco del discorso del premier canadese Mark Carney a Davos a gennaio sull’esigenza delle medie potenze di unirsi per contare. Un possibile strumento in questo senso è il dialogo tra l’Europa e il Comprehensive and Progressive Trans Pacific Partnership (CPTPP), – il grande accordo commerciale del Pacifico nato come reazione al ritiro degli Stati Uniti, deciso da Trump come primo atto nel 2017 dal Trans Pacific Partnership (TPP) – come possibile baricentro alternativo per un’integrazione economica che non passi più per Washington e che non guardi solo a Pechino.

La visita di Trump a Pechino è stata, dunque, un incontro diplomatico di portata globale, come enfatizzato dalla stampa cinese. È stata uno specchio di un sistema internazionale in transizione: due grandi potenze che negoziano senza fidarsi l’una dell’altra, con le loro grandi aziende sedute tra loro come ostaggi e mediatori allo stesso tempo, mentre il resto del mondo smette di aspettare che trovino un accordo e comincia, cautamente, a fare i propri calcoli. In questo senso, l’assenza di accordi può essere compresa. Infatti, non era in discussione una semplice negoziazione commerciale, quanto l’esigenza di ridefinire i contorni – senza voler esagerare – di un equilibrio economico e strategico di lungo periodo che faccia i conti con la realtà dell’ascesa cinese a potenza mondiale. Per avere successo saranno necessari molti incontri. Il prossimo appuntamento è fissato per settembre, quando toccherà a Donald Trump fare gli onori di casa.  

Paolo Brambilla - Direttore Responsabile - Lamiafinanza.it Avatar

Paolo Brambilla, Consigliere dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è direttore responsabile de "La Mia Finanza" e di "Trendiest Media Agenzia di stampa". Laureato a pieni voti in Economia e Commercio alla Bocconi (qualche decennio fa) con un breve Master a Harvard e un corso di copywriting a Berkeley, è membro attivo di numerosi club, fra i quali il "Rotary Club Milano Porta Vercellina" e il "Cambridge University Yacht Club". Rappresenta l'Italia a Bruxelles nell'associazione "Better Finance" a tutela di investitori e risparmiatori.

Areas of Expertise: economia, finanza, arte, cultura classica
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