Arrivano i Superboys: scalata e sconfitta del Giappone al Mondiale e un legame speciale con i tifosi italiani
E niente, stavolta non ce l’hanno fatta: il Brasile è stato superiore e il Giappone è stato eliminato dal Mondiale.

La Nazionale Brasiliana guidata dal mito del calcio italiano ed internazionale Carlo Ancelotti prima va sotto di un gol e subisce i giappi per praticamente tutto il primo tempo, poi pareggia, poi nel secondo tempo cambia passo e pressa sempre di più, segnando poi il gol del vantaggio e del passaggio al girone successivo letteralmente all’ultimo minuto. Applausi al Brasile, ma il Giappone ha tenuto duro, pur senza grandi incursioni offensive.
Ovviamente non solo a livello di popolarità in Italia, la nazionale di calcio giapponese è diventata negli anni una delle realtà più affascinanti ed anche tra le più rispettate del panorama internazionale. Quella che un tempo era considerata una cenerentola del calcio asiatico si è trasformata in una potenza capace di mettere in seria difficoltà le grandi tradizioni europee e sudamericane. Questo percorso di crescita costante ha conquistato anche il cuore degli appassionati italiani, che durante i Mondiali vedono spesso nei “Samurai Blue” una squadra da sostenere spesso anche contro altre più tradizionali. Ovviamente sulla scia della ormai patologica e disarmante assenza della Nazionale Italiana, forse anche sulla scorta di una reciproca simpatia istintiva per il Giappone ed i giapponesi, nonché sardonicamente quasi un po’ strizzando l’occhio alla Storia (pur decisamente tragica, ma per fortuna oramai distante nel passato) della alleanza militare nella Seconda guerra mondiale. Senza dimenticare un fattore culturale proveniente anch’esso dal secolo scorso: le generazioni di bambini (e soprattutto ex bambini) italiani cresciuti guardando i cartoni animati giapponesi; e soprattutto due di questi, celebri in Italia, con protagonisti i calciatori giappi, contro tutti, impegnati a segnare gol da urlo, spesso con lanci di palla spettacolarmente improbabili. Ma vediamo prima la storia nella realtà sportiva.
L’ascesa dei Samurai Blue sulla scena globale
La storia del Giappone ai Mondiali di calcio ha avuto un inizio relativamente recente. La prima storica qualificazione risale solo alla edizione del 1998 in Francia, dove gli agguerriti ninja in calzoncini eliminarono proprio l’Iran, squadra anche in questo mondiale al centro della attenzione, ovviamente soprattutto per motivi extrasportivi. Da quel momento la selezione nipponica non ha più mancato gli appuntamenti mondiali dimostrando una programmazione sportiva di alto livello.
Il punto di svolta definitivo è avvenuto con gli investimenti piuttosto massicci nelle infrastrutture in Giappone e nella crescita del campionato locale della J-League. Inoltre negli ultimi decenni il Giappone ha sviluppato un modello di gioco basato su disciplina tattica, corsa costante e una transizione offensiva rapida, strizzando l’occhio anche al vecchio calcio italiano da catenaccio e contropiede. E infatti vittorie memorabili contro nazionali blasonate come Germania e Spagna durante le edizioni più recenti hanno consacrato il Giappone come una delle squadre più imprevedibili del torneo.
Perché molti italiani preferiscono il Giappone a Brasile e Argentina
In tragicomica assenza dal torneo mondiale della Nazionale Italiana, dopo i disastri ormai decennali culminati nella Caporetto di Gattuso, la scelta della squadra da seguire o da tifare diventa per gli italici un succedaneo del rito collettivo tradizionalmente dedicato agli Azzurri, per quanto appunto in versione caffè surrogato al bar (anche esso di memoria bellica). E per molti appassionati del Bel Paese (Bel paese che siamo noi! Anche se non più a livello calcistico, per somma vergogna ed indignazione nazionale collettiva) rinunciare a vedersi la partita con gli amici sarebbe troppo chiedere.
Ma quindi se Brasile e Argentina restano le grandi favorite storiche, e quindi anche le rivali storiche dei nostri Azzurri, d’altro canto il Giappone ha saputo costruire un legame empatico a tratti unico con il pubblico italiano: i sondaggi di gradimento vedono i samurai al primo posto; ultimi ovviamente i francesi, quasi subito dietro gli inglesi.
Legami storici
Certamente, il Brasile, la Argentina e gli USA sono paesi praticamente confratelli per presenza di italiani (soprattutto la Argentina, che è quasi una seconda Italia), ma proprio per tal motivo questa sorta di derby (soprattutto contro la Argentina) è sempre stato particolarmente acceso, per non dire acerrimo, e soprattutto (fa soffrire ricordarlo) nelle vittorie e nelle sconfitte storiche proprio nelle fasi finali del Mondiale.
Orbene va detto che per il pubblico italiano tifare Brasile o Argentina (o persino USA, anche se in Italia a tifare USA sarebbero solo i turisti yankee, se non proprio in una per ora improbabile finale USA vs Francia: allora lì sventolerebbero bandiere a stelle e strisce anche a Catanzaro) è una attività a dir poco controversa. Certo, se non ci giochi contro il Brasile è simpatico a praticamente tutto il mondo. Ma se pure ci aggiungiamo la anche qui concreta simpatia strutturale che gli italiani hanno per il Brasile, per il suo popolo, la sua cultura, la sua musica, i suoi fantasmagorici giocatori di calcio, nonché gagliardamente per le ragazze brasiliane, sugli spalti dello stadio e fuori, ovunque esse siano, proprio nessun vero tifoso riesce proprio a dimenticarsi la finale Italia-Brasile del 1970 e TANTOMENO quella serata, terrificante, della finale Italia-Brasile del 1994.
Simpatie culturali e/o sportive
Ma poi un altro motivo della simpatia per i giappi risiede anche un po’ nello stile di gioco e nella attitudine dei nostri ex “fieri alleati”. I tifosi italiani in fondo amano il calcio che si fonda sul sacrificio e forse pure sulla furbizia e sulla abilità (piuttosto che sul rispetto dell avversario), ma nel contempo sanno anche ammirare il fair play. La nazionale giapponese incarna bene questi valori: le partite dei Samurai Blue sono spesso caratterizzate da una notevole dedizione, un buon grado di fair play e una tenacia che ricorda molto da vicino quella, mitizzata, degli eroi dei cartoni animati.
Una tradizione televisiva dei boomer, della Gen. X e Y, ma anche un po’ Zeta
Sì, gli ANIME giapponesi; un pezzo di storia dei cartoni animati del Sol Levante, amatissimi dai ragazzini italiani post anni settanta/ottanta. “Arrivano i Superboys” (titolo originale Akakichi no Eleven, tradotto letteralmente come “Gli undici tinti di rosso”, per via della maglia) non solo è un Anime giapponese che in Italia aprì la strada al successo del poi più noto Holly e Benji, ma detiene un piccolo primato: è il primo importante cartone animato sul calcio della storia della televisione. Era andato in onda in Giappone tra il 1970 e il 1971, ben undici anni prima rispetto a Holly e Benji (Captain Tsubasa) che poi in Italia diventò quasi un piccolo fenomeno di costume.
In Italia i due cartoni animati sul nippocalcio arrivarono a ridosso degli anni ottanta attraverso le tv locali e poi su Fininvest/Mediaset, diventando un cult assoluto per quella generazione e portando con sé alcune caratteristiche indimenticabili come capriole da Ufo Robot, sguardi allucinati, calcioni rotanti e soprattutto i mitici tiri ad effetto, tra cui quelli tipo “pallone a panzerotto” specialità soprattutto di Holly e Benji e dei loro compagni di squadra e avversari. E qui quasi tutti gli appassionati del genere si ricordano le folli e micidiali corse a distorsione spazio-tempo, con tiri finali capaci potenzialmente di raggiungere Marte, con probabile orbita di ritorno.
Poi a differenza di Holly e Benji le atmosfere in Arrivano i Superboys erano molto più dure, anche un po’ figlie dell’epoca più spartana, nonché del tratto disegnato meno parodistico: gli allenamenti e le partite erano veri e propri massacri fisici dove la determinazione ed il carattere, persino prima della tecnica, erano la cifra narrativa.
Delusione o conferme?
Riusciranno i nostri eroi della vera Nipponazionale ad eguagliare il mito creato dai disegni animati? Per ora no, stoppati dal Brasile. E quindi a consolare, pur minimamente, gli inconsolabili tifosi italici, prostrati dal prolungato tradimento in Patria dei propri NON-Superboys, ci dovranno pensare gli Ancelotti-boys. Eh, sì, perché ALMENO se la “Selezione” del Brasile è capitanata da un italiano un motivo in più per tifarli ce lo possiamo ritrovare. In fondo proprio uno dei dei due marcatori contro il Giappone è Gabriel Martinelli, attaccante dell’Arsenal, sulla cui ascendenza italiana non sussiste dubbio.
Lo sapremo nelle prossime puntate di questo strano Mondiale USA/CANADA/MEXICO, senza l’Italia, col ripetuto rammarico, ma comunque con tante belle partite da vedere. Hai visto mai che agli italiani torni la voglia di primeggiare nel calcio, dopo anni di figuracce.





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