La Odissea di Christopher Nolan: “nolanata”, woke-show o capolavorone? Una critica con pregiudizio e post-pregiudizio

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In realtà se c’è una cosa che sopporto poco, in generale in un articolo di giornale come nella vita in generale, è la prima persona: IO, IO, IO. Che palle mamma mia. E non sto parlando solamente dei solipsisti, delle dive mancate o pervenute, dei narcisisti patologici o da diporto, dei tanti “CIAO COME STO” che ci capita per ventura di incontrar in giro per la città. C’è di più normalmente subdolo. Sapete quelle persone che, buone o cattive che siano, mentre voi o qualcun altro sta parlando, tendono smaccatamente ad intrufolarsi inserendo un IO INVECE o anche un semplice IO SONO, IO SON STATO QUA E LÀ, IO QUEST’E QUELLO, di stocazzo fritto e impanato in crosta? Succede a tutti, anche a noi (eh già), anche a ME, ma io ne ho antica cognizione e ne ho soverchio orrore da illo tempore. Mica tutti ci fanno caso, soprattutto su sé stessi.
E non sono solo le persone uggiose a farlo. Anche molte persone simpatiche. Ne conosco diverse. Uno è un mio amico molto spiritoso, ma ci ha sto viziaccio, e mica gli passa. Anche le persone carine agli appuntamenti, il compagno di banco, anche la zia zitella a Natale, anche il gelataio e il droghiere, anche quelle decine di pirla che ripetevano a pappagallo la stupida litania “non importa se le armature son tutte sbagliate e se Elena “dalle bianche braccia” è invece africana del Congo, è un mito, non un documentariooo!!!”. Sì appunto, dopo ve la spiego io sta scemenza che dite detta così, per la ennesima volta.

Anni ruggenti nei tropici, bionde le vittime di King Kong (op.cit.)

Un tempo lontano, come in una vecchia canzonetta italiana alla radio, quando un noto giornalista ad oggi particolarmente insopportabile era ancora lievemente simpatico, molti anni fa (si chiama Beppe Severgnini, scrive sul Corsera, per meriti che IO non capisco), tra noi vecchi amici lo citavamo come “l’effetto Severgnini” per una sua buona battuta in un suo vecchio articolo, che in sostanza suonava così. Se uscite la prima volta con una tipa fatele un test. Ad un certo punto del discorso ditele, meglio se fuori contesto: lo sapevi che in realtà Adolf Hitler era biondo platino? Così, a tradimento. Se la tipa senza fare una piega risponde “anche IO ho una sorella biondo platino” ecco, allora mollatela lì, al tavolo, e datevi ad una fuga precipitosa, anche senza pagare il conto.

Una critica non solo di cinema

Ed ecco, se ci viene lo impulso di farlo, di dire IO, ecco che bisogna reprimersi il più possibile, poiché è una cosa odiosa. E per fortuna capita più sovente parlando che non per iscritto. IO infatti cerco di evitare, anche se qui ho fallito palesemente nello intento. Ma perché ho fatto tutto sto pippone introduttivo, ke kakkio c’entra con la Odissea di Nolan? Ma perché siccome non ho la voglia né il tempo di scriverci sopra un intero saggio di semiologia e semiotica “umbertoechesca” (pessima locuzione, MI è venuta male, scusate), vorrei farne una critica minimamente definita se riesco, partendo dal fatterello inconsistente che IO ero un HATER della prima ora di questo film.
Eh sì.
Quando è uscito il trailer mesi fa son stato trai primi a gridare alla BOYATA, alla americanata atroce, al delirium tremens wokista. O al massimo alla furbata pubblicitaria geniale, ma disonesta. Eccome se lo confesso. E confesso anche di aver passato taluni momenti di relax a BLASTARE capre wokiste e analfabeti di Storia e mitologia minoico-micenea OLLAIN, su Instagram soprattutto. Sì, sì. Lo ho fatto. Ovviamente provando somma e tronfia indignazione, soprattutto su merdate agghiaccianti come (solo per citare i peggiori):

  • elmo di Batman di Agamennone
  • Elena/Clitemnestra nera (o negra: sì, un tempo in italiano si diceva negro/a senza alcuna accezione negativa, come in musica si dice “negro spiritual” per definire la splendida musica corale sviluppata dagli afroamericani)
  • i lestrigoni in lucente armatura pseudorinascimentale
  • la assenza dei feaci, soprattutto di Nausicaa
  • Il pelide Achille, piè veloce, interpretato da un attore ex attrice, cioè TRANS (notizia falsissima messa in giro da un astuto Nolan o chi per esso, a cui va indubbiamente il plauso per la furbizia a buon titolo definibile come “odìssea”).

Ebbene io ero tra le schiere dei draconi censori, certamente, però dissi, a mia discolpa, fin da subito: “eh però vedremo prima il film per dare un giudizio sensato eh!”.
Lo dissi: il film lo vedremo da prevenuti, e se saremo intelligenti e il film sarà buono ci ricrederemo, se saremo coglioni come tutti i prevenuti irriducibili vorrà dire che saremo e saremmo coglioni. Sic (più o meno).

Hollywood chiama Nolan

Orbene, le kazzate wokiste restano, anzi, ce ne sono pure di più: ci sono pure i principi pretendenti, i proci, in versione BLACK, fin dalla prima scena (si sa, Itaca era vicino all’Alabama).
Ci sono i compagni di Ulisse variopinti (tipici guerrieri itacesi proprio); per seguire alla lettera i dettami “inclusivisti” della AMPAS (quella che rilascia gli Academy Awards, meglio noti come OSCAR) ci sta l’indiano, l’asiatico, il norvegese, lo efebico quasi-giovine (che però non fa Achille, meno male): ci manca solo il calabrese con la lupara, il tirolese con lo schioppo e il Pulcinella napoletano.
E fin qui L’ESPRIT DU TEMPS, multiculturale, e va ben.
Poi ci sono in effetti alcune vaccate decisamente ingenue, anzi puerili, da dirsi: MA PERCHÉ.
Una la ho notata io al volo. Ulisse racconta che sono rimasti dentro il cavallo di legno per giorni sulla spiaggia, ad attendere di essere portati dentro le mura, in mezzo al piscio e alla merda. Ecco, magari sta battuta Nolan se la poteva pure risparmiare, che già ce li immaginiamo i troiani, già fatti fessi da Ulisse ab origine, anche doppiamente ultra-fessi a tirarsi sulla acropoli un cavallo di fasciame ligneo fracico di pipì e trasudante culei miasmi, assai poco apollinei o atenaici. Uno potrebbe dire, di nuovo, goffamente: ma è sempre un poema mitologicooo, il realismo non c’entra. Eh no: anche qui Nolan il realismo giustamente ce lo mette. Nel film le scene devono essere credibili per non virare nel farsesco.
Ma è mica finita qui.
Come se non bastasse una seconda CAGATA PAZZESCA (è il caso di dire appunto) me la ha fatta saggiamente notare Max, (con cui ho visto il film insieme alla mitica cinefila Lia Gotti) e che a me era sfuggita la per là (e di ciò lo ringrazio doppiamente). Una volta portato INTRA MOENIA il cavallo a furor di popolo, un guerriero troiano si insospettisce (ovviamente come tutti gli altri guerrieri troiani dotato di una panoplia, ovvero di elmo ed armatura, di pura cartapesta bianca; metà GAY PRIDE e metà TOTAL WHITE di Brunello Cucinelli), dopodiché saggia con avveduta perizia il cavallo di legno stesso, forandolo con lo spadone, per verificare che non ci sia niente dentro. E che fa? Indovina un po’. Buca il legno e centra dall’alto la spalla di un guerriero acheo celato ovviamente all’interno, a cui gli altri compagni tappano la bocca per non farlo strillare. E che fa il guerriero troiano? Beh, evidentemente la spada la tira fuori insanguinata. E mica dà l’allarme; esulta di giuoja, lui, sto cretino. Mannaggia, non si è accorto che ci è uno dentro che perde sangue umano. Sia lui che il regista e sceneggiatore. Opsss. Dettaglio venuto male, Christopher; la americanata yankee-doodle ce la dovevi proprio mettere eh?

E meno male che le donne avevano poco spazio, come diceva quella svampita della Lupita

Bon. La mia la ho detta su ste sparate woke subculture, su cacche e pipì ed altre scematine minori. Ed era da dire.
MA.
MA.
Tout court; nessuna, dicasi nessuna di queste cose inficia in nessun modo la potenza di fuoco narrativa di questa versione della Odissea. Nessuna. Persino la panoplia da BATCAVERNA del cupo e crudo re dei re Agamennone, arrivata direttamente da Gotham City e manco per il cacchio da Sparta. Sul serio.
Stavolta gli perdoni tutto al Nolan, anche se non sei (come nel mio caso) un suo big fan (mi piacciono, e molto, solo alcuni suoi film: altri mi hanno fatto letteralmente dormire, né li ho visti tutti i suoi).
È una Odissea semplicemente, sì, spettacolare, intelligentissimissima per narrazione e narrativa, persino a suo modo colta assai nell’inserimento della teoria sulla apocalisse della Età del bronzo tramite i “popoli del mare” (e col terrificante sospetto finale al riguardo, da non spoilerare).
Di più. Gli attori sono semplicemente quasi tutti esattamente scolpiti su un ruolo che li farà restare sempiternamente nella memoria dei cinefili e pure degli spettatori più profani (tranne forse i compagni in armi di Odisseo, forse volutamente un po’ poco incisivi, forse non volutamente. Euriloco, secondo di Ulisse, fatto da un indiano d’India, mah insomma, anche no. E tranne forse Telemaco, adatto ma non proprio iconico).
Matt Damon è un Ulisse quadratamente indimenticabile. Anne Hathaway una Penelope significativamente da manuale, ancor più bella di quando era giovanissima. Charlize Theron interpreta una ninfa Calipso non più torrida e sensuale, ma anche lei di bellezza malinconica e crepuscolare. La Maga Circe Samantha Morton è talmente forte nel ruolo, in una delle scene più geniali del film, da aver meritato gli applausi della troupe sul set. Zendaya riesce ad essere una Atena distaccata quanto empatica, infinitamente magistrale. Persino Lupita Nyong’o (che pure manco sapeva cosa cacchio fosse la Odissea, per sua stupida ammissione) è una doppia Elena/Clitemnestra letteralmente superba, e chissenefrega se non è greca, ma davvero. Anzi risulta persino più giusta come bellezza estraniante, iperuranica, degna di scatenare una guerra. Nolan ha avuto doppiamente ragione: ha battuto il pugno sul tavolo della scrittura e della comunicazione pubblicitaria, e ha stravinto. Anche solo nella scena-lampo del regicidio: colpo da maestro, persino segretamente anti-woke. Applausi. Jon Bernthal è un Menelao malettamente credibile. Robert Pattinson un Antinoo, principe dei proci, forse non abbastanza introspettivo e fin troppo VILLAIN, ma onestamente perfetto in quei panni teatrali.

Un verdetto inappellabile

Questa interpretazione della Odissea NOLANIANA è in tutto e per tutto un monumento al cinema e alla trasposizione del mito, ma soprattutto del poema omerico, che come tutti i poemi va tramandato e interpretato, con rispetto per la storia, con rispetto per l’autore (o gli autori o i cantastorie o i trascrittori successivi e soprattutto i poeti che misero in versi moderni) e con rispetto per la Storia. Ma va interpretato. Era sbagliato blastare i piagnoni che dicevano più o meno la stessa cosa prima? No, perché frignavano a secco, senza aver visto il film. Se la reinterpretazione funziona gliela perdoni, sennò no. Anche in TROY di Wolfgang Petersen del 2004 le vaccate californiane abbondavano, ma l’Achille di Brad Pitt era una bomba. E sì, il buon Brad ha la faccia da yankee, ma anche lì, gli achei erano caucasici, vai a sapere uno per uno che faccia avessero.
E una altra critica fatta al film, quella di essere poco mediterraneo e quasi quasi vichingo, tra drakkar norreni e luoghi più nordici che greci, non ha altrettanto senso: pure nel Mediterraneo mica sempre è estate. E infatti il luogo più meridionale è l’isola di Ogigia della ninfa Calipso, uno dei pochi set sotto rassicuranti raggi del sole.
Questa Odissea è una vecchia e nuova pietra miliare del cinema, non solo del suo genere, se vogliamo diversamente ma analogamente da come lo erano stati il film ULISSE di Mario Camerini del 1954, con Kirk Douglas e Silvana Mangano e la serie televisiva ODISSEA di Rossi/Schivazappa/Bava del 1968 con Bekim Fehmiu e Irene Papas. Il resto viene nettamente in secondo piano oppure superato in velocità.
Vengono perdonate le mancanze e i tradimenti rispetto al testo omerico. Anche la proditoria cancellazione di Nausicaa e di Alcinoo e la trasposizione del racconto di Ulisse, virata saggiamente su Penelope, pur tradendo la storia originale, ma con decisa maestria. Anche altri terribili tradimenti della storia originale: il fantasma dell’indovino Tiresia, che evoca un personaggio ininfluente invece della madre di Ulisse, invece di Aiace Telamonio (che rifiuta di rispondere) invece soprattutto di Achille, mica pizza e fichi. E infatti la assenza di Achille pesa sul film o no? Probabilmente no. Però dall’Ade, dagli inferi del sottosuolo esce Agamennone, e funziona eccome, proprio col suo elmo barocco: è paradossale ma è così.
Poi le sirene che praticamente non si vedono e che non fanno granché paura, anche se in Omero sono creature orribili, altro che Disney, ma forse invece sì, fanno un po’ inquietudine proprio per questo.
E si perdona soprattutto il finale, di buona fantasia, ma schifosamente poetico, si dica pure.

Tornando all’IO, IO forse avrei messo qualche scena truce in più, sicuramente almeno una nota esplicitamente sensuale (qui davvero praticamente assente, eppure tutto il poema richiama alle tentazioni della carne), un po’ più di groppo in gola sul cane Argo (ma IO sono un cinefilo cinofilo, forse Nolan no) e soprattutto io ce la avrei messa Nausicaa. Nausicaa, la unica femmina fatale che Odisseo non si porta a letto, maschio alfa (e pure in odore di essere “maschio tossico” come dicono le conformiste neofemministe da banco) anzi, suprematista bianco per definizione. Conquistatore, esploratore e distruttore di cuori e di mondi, ma proprio per questo distrutto dalla vita e dalla morte. Nausicaa è difatti un archetipo della salvazione dell’uomo, soprattutto del maschio acheo/europeo, rappresentata dalla afroditica bellezza adolescenziale. Eh sì, un po’ come la biondina del finale della Dolce Vita di Fellini, se mi si perdona anche l’accostamento totalmente fuori contesto. Qui invece la salvezza non è la nuova giovinezza, ma la fedeltà a sé stessi e al primo amore, il più grande.
Quindi questa è una Odissea wokista apparentemente solo in superficie, ma anti-wokista nella realtà, come è giusto che sia, perché è il pregiudizio ad essere eternamente cretino. Mentre la forza del racconto della nostra tragedia, che sia nella età minoico-micenea annegata nel passato (e forse nelle eruzioni vulcaniche o forse per consunzione) o che sia specularmente quella attuale che viviamo, altrettanto decadente e triste, o la sai mettere in scena oppure no. E Christopher Nolan, regista e sceneggiatore, la disegna giusta per ora e per i secoli a venire, se ci saremo ancora.

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Lapo Mazza Fontana

Guest Contributor LamiaFinanza.it

Con una decennale esperienza nei settori di analisi politica interna ed internazionale, analisi militare e geostrategica, ha diretto testate nel settore Automotive e Arti marziali/Sport da combattimento.
Dopo la pubblicazione di romanzi e saggi storici per le maggiori case editrici italiane e la collaborazione con alcune tra le maggiori testate giornalistiche italiane ed europee, tra cui La Voce di Montanelli, il ViviMilano del Corriere della Sera, l'International Herald Tribune e il The Guardian, oggi la sua carriera è caratterizzata dal focus per l'impatto della tecnologia in generale, della robotica e dell'Intelligenza Artificiale sul settore militare, sui mercati internazionali e sulla società occidentale nel suo complesso.

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