Quando gli eretici non hanno tutti i torti: storia e sviluppi dello scisma Lefebvre e la nuova rottura con Roma
Il panorama della Chiesa cattolica, già in crisi nera di vocazioni, di fedeli, ma soprattutto di credibilità, vive nuovamente una delle sue fasi più turbolente con il consumarsi di una vecchia e nuova quasi profonda spaccatura.
Quello che per decenni è stato definito lo scisma Lefebvre ha registrato una drammatica accelerazione: i tentativi di ricucire lo strappo tra la Santa Sede e l’ala più tradizionalista della Chiesa sono falliti, riportando daccapo la questione al centro del dibattito ecclesiale e storico.

Le origini dello scontro dal Concilio Vaticano Secondo
Per comprendere la portata degli eventi attuali bisogna tornare indietro di oltre cinquant’anni. La Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) viene fondata nel 1970 dall’arcivescovo francese Marcel Lefebvre. Il prelato si fece portavoce del dissenso di una minoranza di cattolici contrari alle riforme introdotte dal Concilio Vaticano II, prima fra tutte la riforma liturgica che sostituisce la messa in latino con la celebrazione nelle lingue nazionali. Una riforma in senso democratico, o almeno così era stata presentata. Ma fu una buona idea? Da un lato la liturgia più comprensibile erga omnes (appunto) era un modo per avvicinare o riavvicinare troppi fedeli in fuga nei tempi moderni, tempi sempre più incentrati sulla secolarizzazione spinta, ma da un lato fu concretamente un modo per rendere i fedeli ancora più ignoranti, deprivandoli delle formule latine e di una serie di liturgie solenni, che decisamente rappresentavano un arricchimento culturale, anche esso erga omnes.
Quindi cosa accadde? La tensione con Roma crebbe costantemente per tutti gli anni settanta e ottanta. Lefebvre rifiuta non solo la nuova liturgia, ma anche le aperture della Chiesa sul dialogo ecumenico e sulla libertà religiosa, concetti ritenuti inaccettabili e contagiati dal modernismo.
Il primo scisma del 1988 e la scomunica
Il punto di non ritorno si consuma il 30 giugno 1988 nella cittadina svizzera di Écône. Nonostante i ripetuti appelli di Papa Giovanni Paolo II, l’arcivescovo Lefebvre decide di consacrare quattro nuovi vescovi senza il mandato pontificio. E in tal caso il diritto canonico a questo punto parla chiaro: la consacrazione di un vescovo senza l’autorizzazione del Papa è un atto di natura scismatica che comporta la scomunica automatica (Latae sentententiae). La rottura diventa formale e si trasforma nella ferita più “dolorosa” (a detta loro) della Chiesa post-conciliare.
Dalla mano tesa di Benedetto XVI alle concessioni di Francesco
Negli anni successivi i papi che verranno tenteranno diverse vie per ricondurre la Fraternità all’unità della Santa Romana Chiesa. Nel 2009 Papa Benedetto XVI, forse il più colto e razionale trai papi degli ultimi due secoli, compie un passo storico revocando la scomunica ai quattro vescovi ordinati da Lefebvre, nel tentativo di avviare discussioni dottrinali approfondite e più orientate alla progressiva conciliazione. Successivamente il suo successore, Papa Francesco, mosso da ragioni pastorali e forse anche organizzative, concede ai sacerdoti lefebvriani la facoltà di confessare validamente e di celebrare matrimoni, sperando che queste aperture facilitino una riconciliazione definitiva. Nonostante questi ammorbidimenti, i nodi teologici di fondo legati all’accettazione del Concilio Vaticano II rimangono del tutto irrisolti.
Il nuovo scisma a Écône e il muro contro muro
Ed ecco che di bel nuovo la storia si ripete con dinamiche per certi versi identiche a quelle del passato. Con l’insediamento del nuovo Papa americano, il dialogante Prevost, a inizio anno la Santa Sede tramite il Dicastero per la Dottrina della Fede (guidato dal cardinale Víctor Manuel Fernández) propone alla Fraternità San Pio X un nuovo percorso di dialogo teologico per scongiurare una seconda e definitiva frattura. Il Superiore generale dei lefebvriani, don Davide Pagliarani, rifiuta però le condizioni poste da Roma.
A luglio la situazione precipita definitivamente. Nonostante l’ultimo accorato appello di Papa Leone XIV “a non lacerare la tunica di Cristo”, la Fraternità decide di procedere, sempre a Écône in Svizzera, alla consacrazione episcopale di quattro nuovi presbiteri senza mandato pontificio.
La reazione d’oltretevere è immediata. Il Dicastero per la Dottrina della Fede dichiara l’avvenuta scomunica per scisma per i ministri sacri coinvolti nelle ordinazioni illecite.
I riflessi pratici e canonici per i fedeli sono pesanti e vengono recepiti dalle singole diocesi:
I sacramenti amministrati dai ministri della Fraternità sono considerati illeciti. Le confessioni e i matrimoni celebrati dai lefebvriani sono dichiarati del tutto invalidi per mancanza del necessario potere di giurisdizione. La scomunica per scisma rischia di estendersi anche ai fedeli laici che aderiscono formalmente e consapevolmente al movimento, anteponendo l’opzione lefebvriana all’obbedienza al Papa.
La risposta degli “eretici”
La Fraternità San Pio X risponde prontamente inviando una lettera aperta al Pontefice nella quale definisce la sanzione ingiusta e invalida. Nel testo, pur professando a parole un amore per la Chiesa e non volendo agire con spirito di rivolta, il movimento ribadisce di voler continuare sulla propria strada per difendere la tradizione millenaria, lasciando intendere che le crepe all’interno del mondo cattolico sono destinate a rimanere aperte ancora a lungo.
Ma allora, al di là del Diritto Canonico, chi ha ragione? La risposta è decisamente complicata e per certi versi irrisolvibile.
Resta un punto che forse una risposta ottiene: al netto del non trascurabile fatto che la liturgia cattolica (soprattutto rispetto a quella luterana e anglicana) essendo letteralmente di una noia mortale non può che perdere nel tempo ulteriori fedeli, ecco che la messa in latino era certamente migliore seppure più pomposa (ma proprio per questo almeno più solenne). TANTUM ERGO SACRAMENTUM quindi, se la democratizzazione della liturgia religiosa deve passare attraverso la ignoranza e l’abbandono di una lingua ufficiale, per altro meravigliosa, sopravvissuta millenni alla volgare stupidità dei diversi modernismi, allora non vi è autentico guadagno per nessuno. E in tal caso Lefebvre non aveva davvero tutti i torti, almeno sul lato estetico. Sulle questioni politiche interne ed esterne alla Chiesa e sui relativi riflessi in dottrina, ebbene lì ci fu e ci sarà sempre poco da fare: la battaglia fu sempre aperta e sempre lo sarà. E si potrebbe dire anche per fortuna. Deo gratias, appunto.





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