L’intelligenza artificiale farà davvero perdere milioni di posti di lavoro? Cosa dicono oggi i dati
Da oltre due anni l’intelligenza artificiale è al centro di una delle domande più discusse nel mondo del lavoro: sostituirà i lavoratori oppure diventerà uno strumento destinato a trasformarne le mansioni? Nei mesi successivi all’arrivo di chatbot come ChatGPT, numerosi studi avevano prospettato scenari molto severi, alimentando il timore di una drastica riduzione dell’occupazione. Oggi il dibattito appare più equilibrato: le analisi più recenti non negano i rischi, ma suggeriscono che l’impatto dell’AI potrebbe tradursi più in una profonda riorganizzazione del lavoro che in una sostituzione di massa dei dipendenti.

Il cambio di rotta dei CEO
A fotografare questo cambiamento è l’EY-Parthenon CEO Outlook Survey, un’indagine trimestrale condotta su 1.200 amministratori delegati in 21 Paesi. La quota di CEO convinti che gli investimenti in AI porteranno a una riduzione della forza lavoro è scesa dal 46% del gennaio 2025 al 24% del dicembre 2025. Oltre due terzi degli intervistati (69%) ritiene che gli investimenti in AI porteranno a mantenere gli attuali livelli occupazionali o ad assumere nuovo personale nel corso del prossimo anno. Non significa che il rischio sia scomparso, ma indica che molte aziende stanno rivedendo le aspettative iniziali, puntando sull’integrazione tra strumenti di AI e lavoro umano piuttosto che sulla sostituzione sistematica dei dipendenti.
L’esposizione non equivale alla perdita del lavoro
Le organizzazioni internazionali continuano comunque a invitare alla prudenza. Il Fondo Monetario Internazionale stima che circa il 40% dell’occupazione mondiale sarà interessato dall’intelligenza artificiale, una percentuale che sale fino a circa il 60% nelle economie avanzate. Il dato, tuttavia, viene spesso interpretato in modo errato. Nelle economie avanzate circa la metà dei lavori esposti potrebbe beneficiare dell’integrazione con l’AI, con effetti positivi sulla produttività; per l’altra metà, l’AI potrebbe eseguire mansioni oggi svolte da esseri umani, con possibili riduzioni della domanda di lavoro e, nei casi più estremi, eliminazione di alcuni ruoli.
L’analisi dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro
Una conclusione simile emerge dal report ILO-NASK pubblicato nel maggio 2025. Un lavoratore su quattro nel mondo occupa un ruolo con qualche grado di esposizione all’AI generativa, ma la trasformazione delle mansioni, non la sostituzione, è l’esito più probabile. Il 3,3% dell’occupazione globale rientra nella categoria di massima esposizione, con differenze significative tra donne (4,7%) e uomini (2,4%), e tra Paesi ad alto reddito (34% di esposizione totale) e Paesi a basso reddito (11%). Le attività amministrative e d’ufficio risultano tra le più esposte all’automazione, mentre professioni che richiedono relazioni umane, capacità decisionali o competenze specialistiche continueranno a richiedere un contributo umano rilevante.
Il mercato del lavoro resta in trasformazione
Anche le prospettive di lungo periodo raccontano un quadro più articolato di quello emerso nei primi mesi della rivoluzione AI. Il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum stima che tra il 2025 e il 2030 la trasformazione strutturale del mercato del lavoro riguarderà il 22% dei posti di lavoro attuali: verranno creati 170 milioni di nuovi ruoli e ne verranno soppressi 92 milioni, con un saldo netto positivo di 78 milioni di occupati. I ruoli in più rapida crescita in termini percentuali sono quelli tecnologici, tra cui specialisti di big data, ingegneri fintech e sviluppatori di software, mentre i ruoli amministrativi e di segreteria registreranno i cali più consistenti in termini assoluti.
Il WEF stima che il 39% delle competenze attualmente richieste nel mercato del lavoro sarà trasformato o diventerà obsoleto entro il 2030, un dato che sposta il problema dalla quantità dei posti di lavoro alla velocità con cui lavoratori e sistemi formativi riusciranno ad adattarsi. L’85% dei datori di lavoro dichiara di voler investire nell’aggiornamento delle competenze dei propri dipendenti, ma sei lavoratori su dieci avranno bisogno di formazione entro il 2027 e solo la metà ha oggi accesso a opportunità adeguate.





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