Gestori patrimoniali, l’intelligenza artificiale promette di spezzare il legame tra crescita e costi

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L’industria globale del risparmio gestito continua ad aumentare di dimensione senza ottenere un miglioramento proporzionale della redditività. Secondo Boston Consulting Group, il patrimonio gestito mondiale è più che triplicato negli ultimi quindici anni e i ricavi sono più che raddoppiati, mentre i margini sono rimasti sostanzialmente invariati. I costi tecnologici, distributivi, normativi e del personale sono infatti cresciuti insieme agli asset, riducendo l’effetto scala che tradizionalmente avrebbe dovuto favorire i grandi operatori.

Il problema è confermato, con metriche differenti, anche da altre analisi. McKinsey calcola che gli asset globali abbiano raggiunto 147mila miliardi di dollari nel giugno 2025, senza che il rialzo dei mercati si sia tradotto in una corrispondente leva operativa. PwC rileva invece che il profitto per unità di patrimonio è diminuito del 19% dal 2018 e che l’89% dei gestori intervistati dichiara di aver subito pressioni sulla redditività negli ultimi cinque anni.

La promessa degli agenti autonomi

A differenza dei normali assistenti generativi, gli agenti autonomi possono eseguire sequenze complete di operazioni: raccogliere informazioni, interrogare database, preparare analisi, controllare regole interne e sottoporre un risultato all’approvazione umana. BCG stima che un gestore con costi operativi pari a 15-20 punti base possa ridurli di 3-6 punti base, corrispondenti a circa il 25-30%, se riprogetta integralmente i processi intorno all’IA. La ricerca societaria potrebbe inoltre estendersi a un numero di imprese fino a cinque volte superiore. Si tratta, tuttavia, di una valutazione prospettica e non di un risultato medio già osservato.

Nella distribuzione, BCG ipotizza afflussi annui aggiuntivi compresi tra lo 0,5% e l’1% del patrimonio entro tre-cinque anni. Su 100 miliardi di euro gestiti equivarrebbero teoricamente a 500 milioni-un miliardo di nuova raccolta l’anno. L’IA permetterebbe ai relationship manager di seguire più clienti, personalizzare la comunicazione e rendere economicamente sostenibili mandati su misura anche per patrimoni finora troppo piccoli. Anche questa, però, è una stima di potenziale: il rapporto non dimostra che l’IA, isolata da andamento dei mercati, qualità dei prodotti, prezzi e forza del marchio, produca necessariamente tali flussi.

Un caso concreto arriva da JPMorgan. Nel 2025 la banca dichiarava che i propri strumenti di IA avevano contribuito a circa 1,5 miliardi di dollari di benefici complessivi, dalla prevenzione delle frodi alla personalizzazione e alle decisioni creditizie. Nel wealth management l’obiettivo era permettere ai consulenti di ampliare del 50% la clientela seguita entro cinque anni. Il dato, però, riguarda un gruppo bancario con un budget tecnologico di 17 miliardi di dollari e non può essere automaticamente trasferito a una società di gestione di medie dimensioni.

Il divario tra grandi e piccoli operatori

BCG sostiene che i gestori più avanzati nell’IA stiano ottenendo benefici economici, tra costi e ricavi, tre volte superiori rispetto ai ritardatari. La rilevazione deriva dalla Build for the Future Survey 2025: descrive un’associazione tra maturità tecnologica e risultati, ma non dimostra da sola un rapporto causale. Le imprese leader possono infatti disporre già in partenza di più capitale, dati migliori, maggiore scala e canali distributivi più forti.

I dati ESMA confermano comunque una forte asimmetria: nel 2024 aveva investito nell’IA il 93% delle grandi imprese finanziarie intervistate, contro il 40% delle piccole e il 21% delle microimprese. Il 23% del campione non prevedeva alcun risparmio dalla GenAI; fra le microimprese la percentuale saliva al 37%. Le aspettative sui ricavi erano ancora più prudenti, con una valutazione media di appena 1,2 su una scala da zero a cinque. Questi risultati contrastano con le proiezioni più ottimistiche di BCG e suggeriscono che il vantaggio potrebbe concentrarsi negli operatori capaci di sostenere elevati investimenti iniziali.

Non basta acquistare un modello

La trasformazione richiede dati ordinati, architetture interoperabili e una revisione end-to-end dei processi. Limitarsi a distribuire un “copilot” ai dipendenti può velocizzare singole attività, ma difficilmente modifica la struttura economica dell’impresa. BCG raccomanda di selezionare inizialmente due o tre flussi ad alto valore, garantirli con budget pluriennali e coinvolgere direttamente amministratore delegato, responsabile tecnologico e responsabile degli investimenti.

Occorre inoltre misurare separatamente riduzione dei tempi, costi evitati, ricavi incrementali, errori e rischi introdotti. Se la’AI produce più documenti ma richiede lunghe verifiche umane, il guadagno apparente di produttività può non trasformarsi in margine. L’evidenza europea mostra infatti che gli impieghi oggi più diffusi riguardano soprattutto sintesi, redazione e assistenza interna, mentre la generazione diretta di ricavi rimane una prospettiva più modesta.

I rischi che possono ridurre il beneficio economico

L’autonomia operativa aumenta anche il costo potenziale degli errori. ESMA richiama distorsioni algoritmiche, scarsa qualità dei dati, opacità delle decisioni, eccessivo affidamento sui sistemi e problemi di sicurezza e riservatezza. L’impiego dell’AI non attenua gli obblighi MiFID II: il gestore rimane responsabile di agire nel migliore interesse del cliente, anche quando raccomandazioni o comunicazioni sono prodotte automaticamente.

Il Financial Stability Board individua quattro vulnerabilità principali: dipendenza da pochi fornitori tecnologici, aumento della correlazione tra comportamenti di mercato, rischi informatici e debolezze nella governance dei modelli e dei dati. L’utilizzo degli stessi modelli o delle stesse fonti potrebbe indurre molti gestori a reagire in modo simile, anche se le prime analisi ESMA indicano che l’AI non determina automaticamente vendite collettive nelle fasi di stress.

Va infine evitata la confusione tra utilizzo operativo dell’IA e capacità dell’AI di produrre migliori rendimenti. Su 44.000 fondi europei esaminati, ESMA ha rilevato che quelli che dichiaravano esplicitamente di impiegare l’AI nel processo d’investimento rappresentavano ancora una quota marginale e avevano registrato interesse e risultati commerciali alterni. Solo il 14% dei gestori intervistati considerava l’AI una componente fondamentale del processo; nella maggioranza dei casi la tecnologia supportava, senza sostituirle, le decisioni umane.

La conclusione è quindi meno automatica di quanto suggerisca la narrativa tecnologica: l’AI agentica può spezzare il rapporto tradizionale tra patrimonio e costi, ma soltanto dove esistono scala, dati affidabili, governance e processi riprogettati. Per molti gestori, soprattutto piccoli e medi, l’investimento iniziale e gli obblighi di controllo potrebbero invece accentuare temporaneamente la pressione sui margini. Il vero vantaggio competitivo non sarà possedere il modello più potente, ma riuscire a trasformarlo in un processo controllabile, verificabile e realmente utile al cliente.

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Paolo Brambilla - Direttore Responsabile - Lamiafinanza.it Avatar

Paolo Brambilla, Consigliere dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è direttore responsabile de "La Mia Finanza" e di "Trendiest Media Agenzia di stampa". Laureato a pieni voti in Economia e Commercio alla Bocconi (qualche decennio fa) con un breve Master a Harvard e un corso di copywriting a Berkeley, è membro attivo di numerosi club, fra i quali il "Rotary Club Milano Porta Vercellina" e il "Cambridge University Yacht Club". Rappresenta l'Italia a Bruxelles nell'associazione "Better Finance" a tutela di investitori e risparmiatori.
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