Comunicare non significa soltanto parlare: il lungo viaggio di un messaggio verso la comprensione

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Un messaggio, per essere davvero efficace, deve superare almeno cinque passaggi: essere pensato, verbalizzato, inviato, ricevuto e compreso. La sequenza sembra semplice, ma ciascuna fase può introdurre distorsioni, ambiguità o vere e proprie interruzioni. Tra ciò che una persona intende comunicare e ciò che il destinatario comprende si apre infatti uno spazio nel quale intervengono linguaggio, emozioni, tecnologia, cultura, relazioni e pregiudizi.

È proprio questo spazio ad avere impegnato, per oltre duemila anni, filosofi, retori, linguisti, psicologi e studiosi dei media.

Dall’idea alla parola

La comunicazione nasce prima delle parole. Nasce da un’intenzione: informare, convincere, rassicurare, chiedere, provocare oppure ottenere un comportamento. Pensare un messaggio significa innanzitutto stabilire che cosa si vuole dire, a chi e con quale risultato.

Già Platone, nei dialoghi dedicati alla retorica, metteva in guardia contro un uso della parola separato dalla conoscenza e dalla verità. Nel Fedro, in particolare, sosteneva che un discorso efficace dovesse conoscere la natura dell’anima alla quale si rivolge. Non basta quindi possedere un argomento: occorre comprendere prima il destinatario e la sua essenza.

Aristotele trasformò questa intuizione in un modello più sistematico. Nella Retorica individuò tre fondamentali strumenti della persuasione:

  • logos, la solidità logica dell’argomentazione;
  • ethos, la credibilità di chi parla;
  • pathos, la capacità di coinvolgere emozioni e sensibilità dell’ascoltatore.

Secondo quanto anche la Stanford Encyclopedia of Philosophy ci ricorda, un messaggio efficace deve dunque essere ragionevole, provenire da una fonte ritenuta affidabile e parlare anche alla dimensione emotiva del pubblico. La correttezza dei dati, da sola, non garantisce né attenzione né consenso.

Il pensiero deve poi essere tradotto in parole. È la fase della verbalizzazione, nella quale un’intuizione complessa viene trasformata in una sequenza necessariamente più limitata di segni. Qui nasce una prima possibilità di perdita: chi parla può avere un’idea chiara nella propria mente, ma se sceglie termini imprecisi, eccessivamente tecnici o inadatti al pubblico di riferimento, commette il primo errore.

Cicerone, nel De oratore, considerava l’eloquenza il risultato dell’incontro tra conoscenza, capacità argomentativa e padronanza dello stile. Quintiliano, nell’Institutio oratoria, aggiunse la dimensione morale, definendo l’oratore come un uomo retto esperto nel parlare. Anche per i classici, dunque, la comunicazione non era semplice ornamento verbale: richiedeva preparazione, responsabilità e consapevolezza delle conseguenze.

Dalla parola al canale di trasmissione

Nel Novecento, con lo sviluppo della radio, del telefono e dei mezzi di comunicazione di massa, l’attenzione si spostò sul processo attraverso il quale il messaggio viene trasmesso.

Nel 1948 il politologo Harold Lasswell sintetizzò la comunicazione attraverso cinque domande: chi dice? che cosa? attraverso quale canale? a chi? con quale effetto? La sua formula resta utile perché obbliga il comunicatore a non concentrarsi soltanto sul contenuto. Lo stesso messaggio può avere conseguenze differenti a seconda dell’autore, del mezzo impiegato, del pubblico e del contesto.

Nello stesso periodo Claude Shannon, successivamente affiancato da Warren Weaver, elaborò il modello matematico della comunicazione. Una fonte produce un’informazione, un trasmettitore la converte in un segnale, il segnale attraversa un canale, un ricevitore lo decodifica e lo consegna alla destinazione.

L’elemento innovativo è il concetto di rumore ovvero qualsiasi interferenza capace di alterare il segnale durante il percorso. Nel modello originario il rumore è principalmente tecnico, come un disturbo telefonico. Oggi può essere anche informativo o cognitivo: notifiche, sovrabbondanza di contenuti, immagini poco chiare, titoli fuorvianti, cattiva qualità audio, scarsa attenzione o pregiudizi.

Il messaggio inviato, quindi, non coincide necessariamente con quello ricevuto.

Ricevere non significa comprendere

Il modello lineare presenta comunque un limite: descrive abbastanza bene la trasmissione di un segnale, ma non spiega completamente la costruzione del significato.

Il linguista Roman Jakobson individuò sei fattori indispensabili: mittente, destinatario, messaggio, contesto, codice e contatto. Mittente e destinatario devono condividere almeno in parte lo stesso codice, mentre il canale deve rimanere aperto. Se manca uno di questi elementi, la comunicazione si indebolisce.

Jakobson associò inoltre al linguaggio sei funzioni: emotiva (intonazione), conitiva (adatta a coinvolgere il destinatario), referenziale (lo spazio temporale), fàtica (verifica che il canale sia aperto), metalinguistica (attenzione al codice in comune) e poetica (ad esempio la scelta dei vocaboli). Quando si dice «Mi senti?» non si aggiunge un’informazione in se stessa: si verifica che il contatto sia attivo. Quando si domanda «Che cosa intendi con questa parola?», si controlla invece che il codice sia condiviso. Esempio: «Qui fa freddo» può significare implicitamente «Puoi chiudere la finestra?». Chi ascolta lo deduce dal contesto.

La ricezione fisica è soltanto una condizione preliminare. Un’e-mail può essere consegnata, una circolare letta, un discorso ascoltato e una notizia visualizzata senza che il significato venga assimilato correttamente.

A chiarire questo punto intervenne il filosofo del linguaggio Paul Grice. Le conversazioni funzionano perché i partecipanti presumono una forma di cooperazione reciproca. Le sue massime richiedono di fornire informazioni sufficienti, dire ciò che si ritiene vero, essere pertinenti ed esprimersi con chiarezza. La comprensione, tuttavia, non dipende soltanto dal significato letterale: spesso il destinatario deve ricavare ciò che il parlante intende implicitamente, e qui nascono gli errori più frequenti.

Il destinatario non è un recipiente vuoto

Le teorie più moderne hanno progressivamente abbandonato l’immagine di un pubblico passivo.

Nel modello di Stuart Hall, chi produce un contenuto lo “codifica” attribuendogli un determinato significato, ma il pubblico può “decodificarlo” in modi diversi. La lettura può essere dominante, quando accetta il significato proposto; negoziata, quando lo adatta alla propria esperienza; oppositiva, quando lo comprende ma lo respinge.

Il destinatario non si limita dunque a ricevere: interpreta sulla base della propria cultura, posizione sociale, esperienza e visione del mondo. Lo stesso titolo di giornale può apparire rassicurante a un lettore e allarmistico a un altro.

Anche la teoria della pertinenza, sviluppata da Dan Sperber e Deirdre Wilson, considera la comprensione un processo inferenziale, dove il ragionamento permette di ricavare un significato non espresso direttamente. Le parole non codificano mai per intero ciò che una persona vuole dire: chi ascolta completa il significato servendosi del contesto e tende a privilegiare l’interpretazione che offre il maggiore beneficio cognitivo con il minore sforzo.

Ne deriva una regola essenziale: più un messaggio chiede al destinatario uno sforzo sproporzionato, maggiori sono le probabilità che venga ignorato, semplificato o frainteso.

La relazione parla insieme alle parole

La Scuola di Palo Alto, e in particolare Paul Watzlawick, Janet Beavin Bavelas e Don Jackson, ha mostrato che la comunicazione non coincide con il solo contenuto verbale.

Il celebre assioma secondo il quale «non si può non comunicare» significa che anche il silenzio, un ritardo, una postura o la mancata risposta assumono un significato per chi li osserva. Ogni comunicazione possiede inoltre un livello di contenuto e uno di relazione: non conta soltanto che cosa viene detto, ma il modo in cui il messaggio definisce il rapporto tra le persone.

La frase «Puoi chiudere la finestra?» può essere interpretata come richiesta cortese, ordine, rimprovero o provocazione a seconda del tono, del contesto e della relazione tra gli interlocutori.

Il ruolo decisivo del feedback

Le teorie interattive e circolari hanno infine corretto l’idea della comunicazione come percorso a senso unico. Il destinatario risponde, verbalmente o attraverso il comportamento, trasformandosi a sua volta in mittente.

Il feedback permette di capire se il messaggio è arrivato e, soprattutto, se è stato interpretato nel modo previsto. La domanda decisiva non è «Sono stato chiaro?», alla quale spesso si risponde automaticamente di sì, ma «Che cosa hai compreso?» oppure «Come tradurresti questo messaggio in un’azione?».

La comunicazione efficace può quindi essere rappresentata come un processo circolare.

Dalla quantità alla qualità della comunicazione

Nell’ecosistema digitale contemporaneo il problema principale non è più soltanto riuscire a inviare un messaggio. La tecnologia consente di distribuirlo istantaneamente a migliaia di persone. La vera difficoltà consiste nell’ottenere attenzione, comprensione e fiducia.

Un contenuto può raggiungere milioni di utenti senza produrre conoscenza. Può essere letto senza essere capito, condiviso senza essere verificato e ricordato in una forma opposta all’intenzione iniziale. Algoritmi, polarizzazione e frammentazione dei pubblici rendono ancora più evidente la distanza tra diffusione ed efficacia.

Per comunicare bene occorre allora controllare ogni fase:

  • l’intenzione deve essere definita;
  • il pensiero deve diventare un messaggio chiaro;
  • il linguaggio deve essere adeguato al destinatario;
  • il canale deve essere coerente con il contenuto;
  • la ricezione non deve essere ostacolata dal “rumore”;
  • la comprensione deve essere verificata attraverso il feedback.

Il “rumore” può essere fisico: traffico, interferenze, audio scadente; linguistico: parole ambigue o troppo tecniche; psicologico: distrazione, ansia, pregiudizi; informativo: troppe notizie, notifiche o messaggi contemporanei.

In sintesi: è tutto ciò che crea distanza tra quello che il mittente vuole dire e quello che il destinatario comprende.

La lezione che unisce Aristotele, Shannon, Jakobson, Grice, Hall e Watzlawick è semplice ma impegnativa: la comunicazione non si misura da ciò che il mittente ha detto, ma da ciò che il destinatario ha compreso e dalle conseguenze che quella comprensione ha prodotto. Parlare è un atto individuale; comunicare è sempre una costruzione condivisa.

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Paolo Brambilla, Consigliere dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è direttore responsabile de "La Mia Finanza" e di "Trendiest Media Agenzia di stampa". Laureato a pieni voti in Economia e Commercio alla Bocconi (qualche decennio fa) con un breve Master a Harvard e un corso di copywriting a Berkeley, è membro attivo di numerosi club, fra i quali il "Rotary Club Milano Porta Vercellina" e il "Cambridge University Yacht Club". Rappresenta l'Italia a Bruxelles nell'associazione "Better Finance" a tutela di investitori e risparmiatori.
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