Campi Flegrei, i terremoti possono risvegliare il Vesuvio? Cosa sappiamo davvero
Il presidente dell’INGV Fabio Florindo invita alla prudenza dopo la nuova fase sismica dell’area flegrea. Il Vesuvio resta un vulcano quiescente e sorvegliato: non risultano segnali precursori di una ripresa eruttiva a breve termine
La nuova sequenza sismica dei Campi Flegrei ha inevitabilmente riacceso anche una delle domande che più inquietano gli abitanti dell’area napoletana: l’attività della caldera flegrea potrebbe in qualche modo provocare o anticipare un risveglio del Vesuvio?

Intervistato oggi da Giovanni Caprara del Corriere della Sera sul tema del terremoto in Colombia, il geologo Fabio Florindo ha così sintetizzato: «E’ un sisma anomalo (e la terra tremerà a lungo): dal 1950 in quella zona soltanto due eventi simili» e conclude «Sicuramente ci saranno delle repliche anche se non è possibile stimare la potenziale magnitudo. Anche perché dipende da eventuali inneschi di ulteriori faglie in altre zone del sottosuolo che la nuova faglia potrebbe far nascere. Di sicuro la terra potrà tremare a lungo, anche per mesi, magari a più bassa intensità, ma non si può dire perché i terremoti, come sappiamo, sono imprevedibili nelle loro manifestazioni».
Campi Flegrei e Vesuvio

E’ lecito ipotizzare che anche in Italia possano verificarsi episodi simili? La risposta che emerge dalle dichiarazioni degli ultimi anni di Fabio Florindo, presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, e dai dati ufficiali dell’INGV è molto più prudente di quanto lascino intendere alcuni titoli allarmistici. Campi Flegrei e Somma-Vesuvio appartengono alla stessa complessa regione vulcanica campana, ma vengono studiati e monitorati come sistemi vulcanici distinti, ciascuno con proprie reti, parametri e dinamiche.
Il concetto era stato espresso con particolare chiarezza da Florindo nel maggio 2025. Parlando della crisi flegrea, il presidente dell’INGV ricordava che anche il Vesuvio, essendo un vulcano attivo oggi in quiescenza, avrà inevitabilmente un futuro nella sua storia eruttiva, ma sottolineava contemporaneamente che non si osservavano indicazioni di magma in movimento tali da suggerire un’eruzione imminente.
La Protezione civile conferma ancora oggi che il Vesuvio si trova in stato di quiescenza dall’ultima eruzione del 1944, caratterizzato da attività fumarolica e bassa sismicità, e soprattutto che non vengono rilevati fenomeni precursori indicativi di una ripresa dell’attività eruttiva a breve termine. Il vulcano è sorvegliato 24 ore su 24 dall’Osservatorio Vesuviano dell’INGV.
Il bradisismo non equivale alla risalita del magma
La distinzione è fondamentale. Ai Campi Flegrei è in corso da anni una fase di bradisismo, cioè di deformazione del suolo accompagnata da sismicità, variazioni geochimiche e intensa attività del sistema idrotermale. Ma il verificarsi di terremoti, anche quando diventano più frequenti o più energetici, non consente da solo di concludere che sia imminente un’eruzione.
È proprio questa impostazione che Florindo ha ribadito dopo il terremoto di magnitudo 4,7 del 31 luglio 2026 e il successivo sciame sismico. Il 1° agosto il presidente dell’INGV ha ricordato che l’interpretazione dello stato della caldera non può basarsi su un singolo terremoto o su un solo parametro: la valutazione scientifica deriva dall’analisi congiunta dei dati sismici, geodetici e geochimici raccolti dalle reti di monitoraggio.
È una precisazione importante perché evita una semplificazione frequente nel racconto mediatico: più terremoti non significano necessariamente più probabilità immediata di eruzione, così come un terremoto particolarmente avvertito dalla popolazione non rappresenta automaticamente il segnale di una risalita di magma verso la superficie.
Il rischio che preoccupa Florindo: le esplosioni freatiche
Negli interventi del 2025 Florindo ha richiamato l’attenzione soprattutto su un altro fenomeno: le esplosioni freatiche, cioè esplosioni prodotte dall’interazione tra fluidi molto caldi e acqua, senza che sia necessariamente coinvolta direttamente una nuova risalita di magma.
Nel luglio 2025, durante un’audizione parlamentare, il presidente INGV le indicò fra gli scenari che destavano maggiore attenzione. Il problema principale è la loro rapidità: l’interazione tra fluidi idrotermali caldi e falde più superficiali può produrre eventi esplosivi difficili da anticipare con i classici segnali precursori di un’eruzione magmatica.
Florindo è tornato sul tema nel novembre dello stesso anno, spiegando che proprio la scarsità di segnali preventivi rende necessario prestare attenzione anche alle più piccole variazioni osservabili nelle aree maggiormente interessate dall’attività idrotermale.
Ma i Campi Flegrei possono “accendere” il Vesuvio?
È qui che occorre distinguere l’ipotesi suggestiva dall’evidenza scientifica. Le ricerche dell’INGV studiano contemporaneamente Vesuvio, Campi Flegrei e Ischia perché fanno parte dell’area vulcanica napoletana, e alcuni programmi scientifici confrontano strutture profonde, processi magmatici, degassamento e comportamento dei diversi sistemi.
Questo, tuttavia, non significa che sia dimostrata una connessione tale per cui la sismicità di un vulcano possa provocare automaticamente l’eruzione dell’altro.
Nelle dichiarazioni pubbliche di Florindo esaminate non compare infatti l’affermazione secondo cui l’attuale bradisismo flegreo possa “risvegliare” il Vesuvio. La posizione dell’INGV conduce piuttosto alla necessità di valutare separatamente l’evoluzione dei diversi sistemi sulla base dei rispettivi dati di monitoraggio.
Il Vesuvio possiede una propria storia eruttiva, un proprio sistema di alimentazione e propri indicatori di sorveglianza. I Campi Flegrei sono invece una grande caldera caratterizzata da un sistema idrotermale particolarmente complesso e da una deformazione del suolo che sta producendo una prolungata fase di unrest.
Niente allarmismi, ma neppure sottovalutazioni
La posizione di Florindo può essere quindi riassunta in una formula apparentemente semplice: prudenza scientifica, monitoraggio continuo e nessuna previsione costruita sulla base di un singolo segnale.
Dopo lo sciame del 31 luglio 2026, il presidente dell’INGV ha insistito ancora una volta sulla necessità di valutare «l’insieme di tutti i dati osservati». Le reti dell’Osservatorio Vesuviano continuano infatti a misurare in tempo reale terremoti, deformazioni del terreno e parametri geochimici, trasmettendo le informazioni alla Protezione civile e alle istituzioni competenti.
La conclusione è importante anche dal punto di vista della comunicazione del rischio. Affermare che il Vesuvio tornerà prima o poi a eruttare è geologicamente molto diverso dal sostenere che stia per eruttare. Allo stesso modo, riconoscere che i Campi Flegrei attraversano una fase di evidente disequilibrio non equivale a prevedere un’eruzione imminente.
E, soprattutto, allo stato delle informazioni disponibili, non vi sono elementi nelle dichiarazioni di Florindo che consentano di sostenere che i terremoti dei Campi Flegrei stiano preparando o innescando un’eruzione del Vesuvio. La vicinanza geografica dei due grandi sistemi vulcanici rende indispensabile sorvegliarli entrambi, ma non autorizza a trasformare una possibile relazione geodinamica regionale in un rapporto diretto di causa ed effetto.
Scenario eruttivo “alto” per il Vesuvio: dati ufficiali
Il Piano Nazionale d’Emergenza (Dipartimento Protezione Civile / Commissione Grandi Rischi) definisce tre possibili scenari eruttivi in base all’Indice di Esplosività Vulcanica (VEI). Lo “scenario alto” corrisponde a un evento sub-Pliniano VEI4.
Perché è lo scenario di riferimento
Non è lo scenario più probabile in assoluto, ma quello scelto per pianificare l’emergenza per motivi precauzionali: in base agli studi statistici, per il Vesuvio l’evento più probabile (poco superiore al 70%) sarebbe di minore energia, di tipo stromboliano violento, tuttavia si è scelto di pianificare in base a un’eruzione esplosiva sub-Pliniana.
I tre scenari valutati per la probabilità di accadimento corrispondono a eruzioni esplosive Pliniana (VEI=5), sub-Pliniana (VEI=4) e stromboliana violenta (VEI=3). Lo scenario Pliniano (VEI5, il più catastrofico, simile all’eruzione del 79 d.C.) è escluso dalla pianificazione: non è stata considerata l’eruzione pliniana perché la sua probabilità condizionata di accadimento è solo dell’1% e, allo stato attuale, non si rivela la presenza di una camera magmatica in grado di generarla. Coerentemente, un altro documento ufficiale conferma che il sistema magmatico attuale non risulta sufficiente a generare un’eruzione di tipo Pliniano. fonte: Protezione Civile
Caratteristiche fisiche dello scenario sub-Pliniano (VEI4)
Il riferimento storico è l’eruzione del 1631. Secondo il Piano nazionale: lo scenario prevede la formazione di una colonna eruttiva sostenuta alta diversi chilometri, la caduta di bombe vulcaniche e blocchi nell’immediato intorno del cratere, la ricaduta di ceneri e lapilli anche a diverse decine di chilometri di distanza, e la formazione di flussi piroclastici che scorrerebbero lungo le pendici del vulcano per alcuni chilometri. L’eruzione potrà essere preceduta e accompagnata da attività sismica.
Base scientifica del volume magmatico
Un dato tecnico rilevante: la comunità scientifica ritiene che dopo l’eruzione del 1944 sia entrato nel sistema vesuviano un volume di magma di circa 200 milioni di metri cubi; se eruttato per intero in un’unica eruzione esplosiva, darebbe luogo proprio a un evento sub-Pliniano simile a quello del 1631.
Impatto sulla pianificazione
Il Piano di emergenza prevede l’evacuazione di circa 600.000 persone dalla zona più pericolosa del vulcano, oltre a diverse centinaia di migliaia da aree confinanti. Oggi alle falde del Vesuvio vivono circa 700mila persone, rendendo quest’area una delle più a rischio vulcanico al mondo.

Fonti
Piano di emergenza regionale (Prefettura, 2024): https://prefettura.interno.gov.it/sites/default/files/63/2024-09/piano-di-emergenza-regionale-a-seguito-dell-eruzione-del-vesuvio.pdf
Dipartimento Protezione Civile, “Vesuvio”: https://rischi.protezionecivile.gov.it/it/vulcanico/vulcani-italia/vesuvio/
Protezione Civile, aggiornamento Piano Nazionale 2012: https://www.protezionecivile.gov.it/it/approfondimento/aggiornamento-del-piano-nazionale-di-protezione-civile-il-vesuvio/
Piano nazionale di protezione civile per il rischio vulcanico del Vesuvio
Il Piano nazionale di protezione civile per il rischio vulcanico del Vesuvio prevede un’operazione molto più vasta di una normale evacuazione locale: nella zona rossa vivono circa 670.000 persone e, in caso di allarme, l’obiettivo è allontanarle preventivamente entro 72 ore. Il dato ufficiale, però, è che attualmente il Vesuvio è al livello di allerta verde: non vengono rilevate anomalie rispetto alla sua attività ordinaria. A notro parere sarebbe il caso di approfondire il nesso con i Campi Flegrei, che al cotrario sono in notevole movimento.
Come funzionerebbe l’evacuazione
Il sistema prevede quattro livelli: verde (base), giallo (attenzione), arancione (preallarme) e rosso (allarme). Il passaggio di livello dipende dall’insieme dei parametri controllati 24 ore su 24 dall’Osservatorio Vesuviano dell’INGV: terremoti, deformazioni del terreno, composizione dei gas e altri indicatori. La fase decisiva è quella di allarme, nella quale viene ordinata l’evacuazione preventiva dell’intera zona rossa.
Il Piano è costruito in modo da non attendere l’inizio dell’eruzione. È proprio questo il principio fondamentale: contro i flussi piroclastici, estremamente rapidi e ad alta temperatura, non sarebbe possibile organizzare una fuga una volta cominciata l’eruzione. L’unica protezione efficace è trovarsi già fuori dall’area interessata. La protezione civile potrebbe anche intervenire entro 12-24 ore, a condizione che le strade siano libere, ma, siamo seri, figuriamoci quante auto sono normalmente posteggiate nei corridoi di fuga. E per dirla tutta, il problema è solo teorico: ai tempi di Plinio gli abitanti di Pompei sono morti tutti nelle prime due ore.
Le 72 ore sono previste come tempo per l’allontanamento di tutti i circa 670.000 abitanti, molto prima che l’eruzione avvenga sul serio, nell’ipotesi cautelativa che debbano partire contemporaneamente. Comunque il sistema prevede partenze cadenzate dai diversi comuni.
Chi deve lasciare la propria casa
La zona rossa comprende 25 comuni, totalmente o parzialmente: Boscoreale, Boscotrecase, Cercola, Ercolano, Massa di Somma, Ottaviano, Pollena Trocchia, Pompei, Portici, Sant’Anastasia, San Giorgio a Cremano, San Sebastiano al Vesuvio, San Giuseppe Vesuviano, Somma Vesuviana, Terzigno, Torre Annunziata, Torre del Greco, Trecase, Palma Campania, Poggiomarino, San Gennaro Vesuviano, Scafati e porzioni di Nola, Pomigliano d’Arco e delle circoscrizioni napoletane di Barra, Ponticelli e San Giovanni a Teduccio.
La zona è stata disegnata considerando due pericoli: l’invasione dei flussi piroclastici e il possibile crollo dei tetti per il peso di cenere e lapilli.
Esiste poi una zona gialla, molto più ampia, che comprende 63 comuni e tre circoscrizioni di Napoli. Qui il pericolo principale è la ricaduta della cenere. Non è prevista l’evacuazione preventiva generalizzata: eventuali allontanamenti verrebbero decisi durante l’emergenza sulla base soprattutto dell’intensità dell’eruzione e della direzione dei venti.
Dove andrebbero 670 mila persone?
È uno degli aspetti più interessanti del Piano. Ogni comune della zona rossa è gemellato con un’altra Regione italiana.
Per esempio, gli abitanti di Torre del Greco e Somma Vesuviana sarebbero destinati alla Lombardia, quelli di Ercolano all’Emilia-Romagna, Portici al Piemonte, San Giorgio a Cremano alla Toscana, Pompei alla Sardegna, Torre Annunziata e San Sebastiano al Vesuvio alla Puglia, Boscoreale alla Calabria e Scafati e Trecase alla Sicilia.
Il cittadino non sarebbe comunque obbligato a trasferirsi nella Regione gemellata. Può scegliere una sistemazione autonoma fuori dalle zone a rischio, per esempio presso parenti, amici, una seconda casa o un’abitazione in affitto. Già nella fase di preallarme è prevista la possibilità di allontanarsi autonomamente.
L’assistenza pubblica
Per chi necessita dell’assistenza pubblica il percorso sarebbe invece: casa → area di attesa comunale → area di incontro fuori dalla zona rossa → Regione gemellata.
Dalle aree di attesa i pullman della Regione Campania porterebbero gli evacuati alle aree di incontro. Da lì il trasferimento a lunga distanza potrebbe avvenire mediante pullman, treni o navi, distribuendo il traffico fra differenti infrastrutture.
Il vero punto critico: fuggire prima dell’eruzione
Il Piano assume come scenario di riferimento un’eruzione sub-pliniana, ma la Protezione civile precisa un aspetto fondamentale: anche qualora comparissero segnali di riattivazione, non sarebbe possibile stabilire dai precursori quale tipo di eruzione effettivamente avverrà.
È quindi inevitabile che una decisione di evacuazione venga presa in condizioni di incertezza. In altre parole, potrebbero essere evacuate centinaia di migliaia di persone e successivamente non verificarsi un’eruzione. È il prezzo della scelta precauzionale: aspettare la certezza dell’eruzione potrebbe significare non avere più il tempo necessario per mettere in salvo la popolazione.
La Protezione civile mette a disposizione anche una mappa interattiva nella quale si può inserire un indirizzo e verificare zona di appartenenza, area di attesa, area di incontro, modalità di trasferimento e Regione gemellata.
Mappa ufficiale del Piano di evacuazione del Vesuvio
Per il 70% la probabilità calcolata dal Governo è che non accada di dover abbandonare le proprie case, e che si tratti di un’eruzione devastante solo in un caso su 100. Ma voi vivreste sotto il Vesuvio con il 30% che accada di dover fuggire all’improvviso? E di lasciarci la pelle con una probabilità dell’1% ? Ragioniamoci, è come mettersi in viaggio in autostrada sapendo che un giorno qualsiasi un’auto su cento andrà contro un muro. Io non ci scherzerei.





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