Contano più gli Stati Uniti o l’inflazione?

Larry Hatheway -

Nel corso del 2018 si sono evidenziati profondi divari tra i mercati. Alla solida sovraperformance del mercato USA, sostenuto dal settore IT, si è contrapposta un’evidente sottoperformance per le azioni dei mercati emergenti, i mercati del debito e quelli in valuta locale. Anche l’Europa ha subito una battuta d’arresto. Una situazione ben diversa rispetto allo scorso anno.

Forum Retail 2026, Milano, SuperStudio Piu, 11-12 novembre 2026

Ma da cosa nascono queste differenze di performance? In parte sono dovute all’atteggiamento di prudenza assunto dagli investitori a seguito della volatilità sui mercati nel primo trimestre, anche se i motivi che l’hanno cagionata (timori di inflazione) sono poi rientrati. Un altro fattore è rappresentato dal dollaro forte, che ha penalizzato i mercati emergenti. La forza della valuta statunitense è in parte ascrivibile alla solidità dell’economia USA, che verso metà anno ha evidenziato una ripresa più convincente rispetto ad altre regioni.

Inoltre, dislocazioni e difficoltà in alcune aree dei paesi emergenti, come Turchia e Argentina, stanno iniziando a contagiare più profondamente questa classe di attivi. Il livello di rischio dei mercati emergenti tende a rafforzare la ricerca di stabilità, qualità e sicurezza.

Lugano Finance Forum, 24 novembre 2026, Palazzo dei Congressi, Lugano - media partner Lamiafinanza.it

In questo contesto, saranno determinanti gli sviluppi sui mercati negli ultimi mesi del 2018: ci sarà una nuova leadership? Perché ciò avvenga, occorre un cambiamento a livello di fondamentali che possa ripristinare la fiducia nella crescita al di fuori degli USA. L’Europa e i mercati emergenti devono dimostrare condizioni macroeconomiche più convincenti.

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Al momento la realtà è ben diversa, soprattutto nei mercati emergenti, dove l’aumento dei premi al rischio e un costo del capitale più elevato stanno piuttosto compromettendo la crescita. Occorrerà inoltre un indebolimento del dollaro. Il biglietto verde ha smesso di apprezzarsi, ma le valute dei mercati emergenti rimangono deboli e di conseguenza i premi per il rischio di credito e di inflazione in queste aree tendono a lievitare.

Infine occorrerà un calo delle tensioni geopolitiche, soprattutto sul fronte dei conflitti commerciali. Ma al momento si teme piuttosto un’ulteriore escalation. Il rischio è che le controversie sul fronte commerciale compromettano la fiducia delle aziende, con ripercussioni negative su spese in conto capitale e occupazione.

Il rischio più significativo per la congiuntura e i mercati rimane l’inflazione imprevista. Se il tasso d’inflazione dovesse aumentare in misura consistente e contro le previsioni negli USA, nell’Europa occidentale o in Giappone, modificherebbe le aspettative in ambito di politica monetaria e sospingerebbe al rialzo tassi d’interesse e premi al rischio, con conseguenti battute d’arresto sui mercati e flessione della crescita.

In sostanza, la biforcazione dei mercati riflette sia le divergenze a livello di fondamentali, sia i timori degli investitori per le minacce alla stabilità economica e dei mercati. Rotazione e nuove leadership richiederebbero una svolta in questi fattori che – almeno per il momento – appare poco plausibile.


Larry Hatheway – capo economista – GAM Investments

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