Investimenti ESG, le uova di Pasqua non fanno male solo alla linea

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La consapevolezza circa l’impronta di carbonio degli alimenti è cresciuta enormemente negli ultimi anni. Questa non riguarda solo ‘i chilometri di cibo’ riferiti alla coltivazione di un alimento in un Paese e al trasporto in un altro. Riguarda anche la deforestazione per fare spazio alle coltivazioni e al pascolo degli animali, le emissioni prodotte da bestiame, coltivazione per i mangimi, lavorazione degli alimenti, confezionamento e così via.

Forum Retail 2026, Milano, SuperStudio Piu, 11-12 novembre 2026

Il Grafico 1 sull’impronta di carbonio mostra come il cioccolato si posiziona rispetto ad altri alimenti – risulta essere in competizione con la carne rossa in termini di emissioni di gas serra per chilogrammo.

Il cioccolato contiene molti ingredienti deliziosi, ma dannosi per l’ambiente, come latticini, cacao, zucchero, olio di palma. E l’impatto sul terreno legato alle coltivazioni di cacao è il secondo colpevole per l’impronta di carbonio del cioccolato.

Lugano Finance Forum, 24 novembre 2026, Palazzo dei Congressi, Lugano - media partner Lamiafinanza.it

Ad essere onesti, il confronto con la carne rossa andrebbe calibrato: in media una tavoletta di cioccolato pesa meno di 50 grammi, mentre una bistecca può pesare fino a 200 grammi – anche se alcune delle uova di Pasqua più grandi sugli scaffali probabilmente non si distaccano molto. Tuttavia, le emissioni di gas serra non solo assolutamente l’unico problema.

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Grafico 1: Settore alimentare – emissioni di gas serra nella catena di approvvigionamento

Le pratiche di lavoro nell’industria del cioccolato sono insostenibili

Una delle principali preoccupazioni riguarda il trattamento dei lavoratori nella catena di approvvigionamento. Molti dei brand di cioccolato più noti sono posseduti da grandi aziende basate in Svizzera o negli USA, a grande distanza dalle persone che effettivamente coltivano il cacao in Ghana o Costa D’Avorio. C’è un grosso interrogativo sul trattamento di questi lavoratori. Le multinazionali hanno tutte politiche onnicomprensive sugli standard di lavoro dei fornitori, ma sono davvero efficaci o applicate?

In particolare, un timore di lunga data riguarda gli elevati livelli di lavoro minorile nell’industria del cacao – si stima che siano fino a 2 milioni i bambini al lavoro nelle fattorie delle loro famiglie.

Le aziende di cioccolato hanno promesso di azzerare il lavoro minorile nelle loro supply chain fin dal 2001, ma non hanno rispettato la scadenza né nel 2005, né nel 2008 e né nel 2010. Secondo alcune stime, il numero in realtà è anche salito. Con questo trascorso, non sorprende che anche l’obiettivo meno ambizioso di quest’anno di una riduzione del 70% sembri improbabile.

Il cuore del problema è la complessità delle catene di approvvigionamento, soprattutto considerando che il 90% del cacao nel mondo è coltivato da piccoli agricoltori – circa 6 milioni. Le grandi aziende non sono in grado di tenere traccia dei coltivatori che producono il loro cacao, figuriamoci di individuare se è stato impiegato il lavoro minorile. Mars riesce a tracciare solo un quarto del cacao che utilizza fino al coltivatore, Nestlé e Hershey circa la metà.

Serviranno forzi maggiori per ricostruire la catena del cacao fino alla fonte e per verificare le condizioni nelle piantagioni – ciò è più facile a dirsi che a farsi e non rappresenta di per sé una soluzione. L’unica soluzione sostenibile è combattere la povertà alla base del lavoro minorile, sostenendo le cooperative, pagando un premio ai coltivatori e aiutandoli diversificare le coltivazioni per complementare i redditi.

Le aziende stanno iniziando a muoversi in questa direzione, ma la maggior parte è solo in una fase iniziale. L’industria vale 100 miliardi di dollari l’anno in termini di vendite, ma rischia di vedere la propria reputazione danneggiata da nuovi player più responsabili e agili, se non si alza la posta in gioco.

Il commercio equo e solidale è un’etichetta, non una risposta

Cosa dire invece del commercio equo e solidale – non dovrebbe essere una risposta al problema? Purtroppo la realtà non è così semplice. L’aumento di domanda di prodotti etici ha portato alla proliferazione di diversi schemi con diversi standard, incoraggiando il “fair washing”, con la perdita di fiducia da parte dei consumatori, soprattutto dopo gli scandali in cui alcune aziende agricole del commercio equo e solidale hanno visto la revoca della certificazione dopo ispezioni non pianificate.

Se da un lato i programmi di commercio equo e solidale contribuiscono ad affrontare i mali sociali dell’industria del cioccolato, dall’altro non fanno nulla per le preoccupazioni ambientali.  C’è poi la questione del confezionamento. Essendo utilizzato come un regalo, il cioccolato tende ad avere packaging molto impegnativi.

Cosa possono fare investitori e consumatori?

Le opzioni a basso contenuto di latticini potrebbero essere parte della soluzione. I consumatori attenti alle emissioni potrebbero passare dal cioccolato bianco o al latte a quello fondente. Anche piccoli contributi sono importanti.

Nel Regno Unito, e non solo, la crescita del veganismo ha fatto sì che molti produttori si dedicassero al cioccolato vegano, che ha una impronta di carbonio effettivamente minore. Fare il cioccolato senza cacao tuttavia, non è un’opzione concepibile. Anche se fosse possibile produrre sostituti sintetici come la “finta carne”, ciò farebbe scendere il prezzo del cacao, privando quei 6 milioni di agricoltori del loro reddito, e non liberandoli dalla schiavitù.

A livello di investimenti, siamo alla ricerca di società che dimostrino crescita e rendimenti sostenibili sul lungo termine. L’esempio del cioccolato mostra quanto i rischi relativi alla sostenibilità siano spesso nascosti, evidenziando l’importanza di una ricerca profonda per capire non solo le operazioni di una singola azienda, ma anche quella degli stakeholder coinvolti nella catena di approvvigionamento.

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