Il gestore 2.0 non deve sapere solo come massimizzare l’alfa

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Per avere successo nel mutevole contesto dell’asset management, i gestori devono reinventarsi continuamente. In passato, hanno dovuto affrontare la globalizzazione e l’avvento degli investimenti quantitativi, e attualmente sono interessati dall’uso dei big data e del machine learning. Adesso, gli sviluppi dell’investimento sostenibile richiedono al gestore del futuro di adattarsi ancora una volta, in particolare passando dall’integrazione delle questioni ESG necessarie alla considerazione degli impatti (negativi) degli investimenti sull’ambiente e sulla società. Ciò richiede un cambiamento di mentalità per il portfolio manager di oggi. Per essere pronto ad affrontare il futuro, il gestore 2.0 non deve sapere solo come massimizzare l’alfa. Questo rende il lavoro del portfolio manager ancora più complesso e impegnativo di quanto già non sia.

Le competenze del futuro

Secondo un sondaggio del CFA Institute intitolato “The investment professional of the future” (Il professionista dell’investimento del futuro), i leader del settore degli investimenti considerano le “competenze T-shaped”, o competenze a T, la categoria di competenze più importanti per il futuro. Circa il 49% degli intervistati le mette al primo posto, seguite dalle competenze di leadership (21%), dalle soft skills (16%) e dalle competenze tecniche (14%). Le persone T-shaped sono esperte nella propria materia, si adattano a contesti che cambiano e sono in grado di spaziare tra diverse discipline. Coniugano profonde conoscenze in un singolo campo con saperi più vari in altre tematichedell’ecosistema, e hanno le competenze necessarie per collegare le une agli altri. Noi sosteniamo che, in effetti, i professionisti dell’investimento possiedono per la maggior parte competenze T-shaped, essendo esperti nell’analisi delle aziende, ma sempre curiosi e interessati al mondo che li circonda. Tuttavia, il tipico gestore di fondi trova meno naturale spaziare tra più discipline. Per stare al passo con gli sviluppi sul fronte della sostenibilità, i portfolio manager devono documentarsi sul lavoro degli esperti di clima e diritti umani. Un’altra abilità che il gestore del futuro deve possedere è quella di utilizzare i big data e il machine learning per sfruttare i bias comportamentali.

Dalle persone T-shaped ai team T-shaped

Questo è anche il motivo per cui crediamo che i consulenti e i clienti degli asset manager debbano concentrarsi maggiormente sul tema della diversità. Il settore degli investimenti ha già abbandonato il modello basato sul singolo gestore brillante per sposare quello incentrato sul team d’investimento. Tuttavia, i team d’investimento di oggi sono per lo più costituiti da persone con background piuttosto simili e, soprattutto, dotate di una formazione che le rende esperte nella stessa materia. Non c’è quasi nessun professionista dell’investimento che non abbia un attestato di CFA o una qualifica simile, ma c’è ad esempio un numero molto limitato di scienziati del clima o psicologi che si occupano di etica degli affari. Nel campo dell’intelligenza artificiale e dei big data, è già più frequente che nei team d’investimento siano presenti data scientist che rendono il team più T-shaped. Inoltre, le due tendenze possono completarsi a vicenda; per sopperire alla mancanza di dati sui fattori ESG, noi di Robeco impieghiamo due data scientist esperti di clima. Naturalmente, tutti questi professionisti devono anche capire la finanza. Per il gestore di un fondo, questo significa saper gestire un team con diversi specialisti e personalità, per arrivare a decisioni d’investimento più consapevoli.

Dall’integrazione dell’analisi ESG all’impact investing

Quando Robeco ha intrapreso il processo di integrazione dell’analisi ESG nei suoi investimenti circa 10 anni fa, i portfolio manager dovevano ancora acquisire familiarità con l’argomento. Avevano bisogno di capire come alcuni problemi, tra cui il cambiamento climatico, i costi crescenti dell’assistenza sanitaria, l’uso del lavoro minorile nelle filiere produttive e il volume sempre maggiore di plastica monouso, stavano influenzando la capacità delle aziende di generare valore sul lungo periodo. Dovevano anche comprendere come questi trend potessero incidere sui mercati, influenzare il valore di un brand o, se non gestiti, semplicemente aumentare il rischio. Concentrarsi sulle rilevanti questioni ESG di natura finanziaria era un buon punto di partenza, essendo più vicino al cuore dei gestori, e non aveva alcun riflesso sul loro universo d’investimento. Ciò lasciava ampi margini per generare alfa secondo la buona vecchia regola fondamentale della gestione attiva. Tuttavia, a dieci anni di distanza, notiamo che i nostri clienti, le autorità di regolamentazione e tutta la società hanno iniziato a concentrarsi sull’effettivo impatto (negativo) dei nostri investimenti. Questo aggiunge una nuova dimensione all’analisi delle aziende e alla costruzione dei portafogli: al rendimento e al rischio si affianca adesso l’impatto sociale e ambientale.

Come non fare la fine dei dinosauri

In breve, la nostra idea di gestore 2.0 è quella di un professionista capace di prendere in considerazione sia un budget di carbonio che il tracking error e l’alfa; una persona consapevole che la decarbonizzazione nel tempo è un dato di fatto, e che le esternalità negative (come i rifiuti o le emissioni di carbonio) dovrebbero avere un prezzo. Questo perché i politici spingeranno per prezzare le esternalità, mentre gli “stranded asset” saranno i campi minati dei prossimi anni. Il gestore 2.0 si rende conto che l’impatto esercitato sul mondo reale attraverso i nostri investimenti è altrettanto importante, quanto meno in alcuni prodotti, per la generazione di alfa. Tenere conto di tale impatto è l’approccio del futuro.

Coniugare questi sforzi è una sfida completamente nuova. Chi non si adatta è destinato a estinguersi.