Quando la FED conta più della variante omicron

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Negli ultimi giorni i mercati hanno dovuto fare i conti con l’incertezza che ruota intorno alla variante omicron e con alcuni inaspettati messaggi d’intonazione hawkish provenienti dalla Fed. Se da un lato, per avere maggior chiarezza riguardo alle implicazioni legate alla diffusione della variante omicron – soprattutto per quanto riguarda l’efficacia dei vaccini – ci vorrà un paio di settimane, dall’altro lato l’apparente evanescenza della Fed ha acuito le difficoltà dei mercati nell’elaborare le notizie relative alla variante omicron stessa.

Da un punto di vista economico, la nuova variante potrebbe prolungare le interruzioni delle catene di approvvigionamento mentre i Paesi rimettono in piedi misure restrittive, che ostacoleranno l’attività e contribuiranno ad un livello sostenuto di inflazione. In altre parole, i compromessi che le Banche centrali stanno affrontando, sono probabilmente destinati ad esacerberarsi nel breve termine. In effetti, il presidente Powell, recentemente riconfermato, ha lasciato intendere come l’approccio della Fed a questa tipologia di compromessi sia iniziato a cambiare, con i timori legati ad un livello sostenuto d’inflazione ormai in cima alla lista delle priorità.

Powell ha fatto capire che nel meeting di dicembre all’ordine del giorno ci sarà una valutazione sull’opportunità o meno di accelerare il ritmo del tapering, con l’obiettivo di portare a termine il processo qualche mese prima di quanto previsto in precedenza – forse anche a marzo. Tale mossa aprirebbe la strada ad un aumento anticipato dei tassi d’interesse nel 2022 qualora si rivelasse necessario, un’opzione che la Fed è desiderosa di avere a disposizione in quanto sta sentendo la pressione dell’ambiente inflazionistico. Mentre Powell ha confermato che la Fed si aspetta ancora che l’inflazione calerà a partire dal secondo trimestre del prossimo anno, ha riconosciuto anche che “la minaccia di un’inflazione persistentemente più alta è cresciuta” e che la definizione di transitorietà inizia a lasciare qualche dubbio.

Tuttavia, l’intonazione più hawkish per la politica monetaria è lungi dall’essere una decisione presa e sono ancora molte le ragioni a favore di un ritmo graduale e cauto di normalizzazione, sulla scia dell’incertezza che ancora circonda le prospettive di inflazione, il mercato del lavoro e l’evoluzione della pandemia stessa.

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