Pensioni minime a 850 euro nel 2027: quanto costerebbe l’aumento e chi ne beneficerebbe
Il ritocco delle pensioni minime torna al centro della trattativa sulla legge di bilancio per il 2027. Forza Italia chiede di portare gli assegni più bassi fino a 800-850 euro al mese, una richiesta che si affianca alle altre ipotesi previdenziali in discussione nella maggioranza, dall’uscita a 64 anni alle misure per i giovani. Sul tavolo c’è anche la questione delle coperture, ancora da individuare.

Da dove si parte
Nel 2026 il trattamento minimo Inps è pari a 611,85 euro al mese. A questa cifra si aggiunge un incremento straordinario dell’1,3% riconosciuto a chi ha l’assegno integrato al minimo, che porta l’importo effettivo a circa 619,80 euro. Senza interventi specifici, secondo le stime circolate in questi giorni, la sola rivalutazione automatica legata all’inflazione farebbe salire la minima a circa 630 euro nel 2027, una decina di euro in più rispetto a oggi.
La proposta di Forza Italia
Il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè ha spiegato che con una dotazione di un miliardo si potrebbe arrivare a quasi 850 euro netti al mese. Mulè ha richiamato un calcolo dell’Inps secondo cui servirebbero 450 milioni per portare a 800 euro l’assegno degli oltre 1,1 milioni di beneficiari interessati. Anche Alessandro Cattaneo, responsabile dei dipartimenti del partito, ha parlato di un intervento mirato e selettivo dal costo di circa un miliardo.
Lo strumento indicato è quello del cosiddetto incremento al milione, già usato dal governo Berlusconi nel 2001: una maggiorazione sociale che si somma alla pensione e che dipende dai redditi del beneficiario. L’obiettivo storico dei mille euro, rilanciato più volte negli anni scorsi, è stato di fatto accantonato in favore di una cifra considerata più sostenibile.
Le critiche degli esperti
La proposta ha già sollevato obiezioni. Alberto Brambilla, presidente del Centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali, secondo quanto riportato dalla stampa ha criticato l’ipotesi in un intervento sull’inserto economico del Corriere della Sera. Il suo timore è che un assegno garantito vicino a quelle cifre scoraggi il lavoro regolare e il versamento dei contributi, perché chi ha carriere discontinue potrebbe ottenere un importo simile anche senza aver versato a sufficienza. Brambilla ha inoltre sottolineato il peso di una misura di questo tipo sui conti del sistema previdenziale.
Il tema si intreccia con la distinzione tra previdenza e assistenza: l’integrazione al minimo e le maggiorazioni sociali sono finanziate dalla fiscalità generale e non dai contributi versati, un aspetto che torna ogni volta che si discute di alzare gli importi più bassi.
I tempi della decisione
Per ora non esiste un testo. Le richieste dei partiti dovranno trovare spazio nel quadro di finanza pubblica che il governo presenterà nelle prossime settimane, prima dell’approvazione del disegno di legge di bilancio in Consiglio dei ministri e dell’invio a Bruxelles del documento programmatico entro metà ottobre. Solo allora sarà chiaro quante risorse andranno alle minime e in quale forma.
Nel frattempo, per chi riceve un assegno integrato l’unica certezza per gennaio resta la perequazione automatica, il cui tasso definitivo sarà fissato con il decreto di fine anno sulla base dei dati Istat.
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