Dal declino al boom – un caso italiano

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Il cambiamento demografico associato all’invecchiamento della popolazione e al calo delle nascite è un problema che brucia lentamente, ma che sta attirando sempre più l’attenzione. In genere viene descritto come una “bomba a orologeria”, in quanto il mondo si sta dirigendo verso un “destino di declino demografico”. Ma è davvero così grave e, se lo è, cosa si può fare?

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È importante mettere in prospettiva il cambiamento demografico. Il cambiamento sta avvenendo perché le persone vivono più a lungo, in modo più sano e possono scegliere le dimensioni della famiglia. Questi sono segni del progresso umano e non il risultato di una sorta di scenario disastroso. Detto questo, i cambiamenti pongono sfide politiche che richiedono compromessi politicamente impegnativi.

L‘Italia, un Paese che sta invecchiando a un ritmo più veloce rispetto ai suoi pari europei, offre un interessante caso di studio. L’Istat ha pubblicato dati che dimostrano che la popolazione italiana è scesa sotto i 60 milioni. Basandosi in parte sulle tendenze attuali, prevede che la popolazione italiana si ridurrà di un ulteriore 20% entro il 2070. Per quanto questi numeri siano sorprendenti, vale la pena notare che tali proiezioni sono molto sensibili all’impatto cumulativo delle ipotesi sottostanti. Come ben sanno gli investitori, il passato non è sempre una buona guida per il futuro.

Dal punto di vista della crescita economica, più che la popolazione è importante la dimensione della forza lavoro economicamente attiva. In questo caso, il quadro italiano non appare così allarmante e offre opportunità. Le proiezioni delle Nazioni Unite indicano che in un decennio la popolazione italiana in età lavorativa si attesterà intorno al livello dei primi anni ’80, periodo in cui l’Italia era al primo posto in Europa per crescita.

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Anche questo quadro, tuttavia, sottovaluta il potenziale. L’Italia ha il tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro più basso dell’Unione Europea, pari al 61%. Se da qui al 2030 la partecipazione femminile in Italia raggiungesse la media dell’Unione europea (74%), il numero di lavoratrici aumenterebbe di circa 300.000 unità. Se invece la partecipazione femminile in Italia raggiungesse l’85% della Svezia (la più alta dell’UE) nello stesso periodo, il numero salirebbe a 2 milioni. L’aumento della partecipazione modificherebbe completamente la traiettoria della forza lavoro italiana, che passerebbe da una fase di contrazione a una di crescita nel prossimo decennio (Figura 1).

Figura 1. L’aumento della partecipazione femminile incide pesantemente sulla traiettoria della forza lavoro italiana

Forza lavoro in età lavorativa in Italia (20-64 anni), milioni di persone

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La produttività è un’altra area in cui l’Italia potrebbe migliorare. Nell’ultimo decennio l’Italia ha registrato la terza più debole crescita della produttività del lavoro nell’UE (Figura 2). Secondo l’Istat, il livello di istruzione delle donne italiane è più alto di quello degli uomini e i livelli di istruzione femminile stanno aumentando più rapidamente di quelli maschili. I vantaggi di un aumento della partecipazione femminile andrebbero quindi oltre il semplice aumento degli effettivi e migliorerebbero ulteriormente la produttività.

Nonostante queste tendenze, la Commissione europea rileva che il tasso di istruzione terziaria dell’Italia è uno dei più bassi dell’UE. Una leva politica fondamentale sarebbe quella di elaborare politiche volte ad aumentare il livello di istruzione per tutti, per migliorare ulteriormente la crescita della produttività italiana e avvicinarla alla media dell’UE.

Figura 2. L’Italia è al terzo posto per crescita della produttività del lavoro nell’UE

Produttività reale del lavoro per ora lavorata, tasso di crescita medio annuo per Paese, 2010-19

Fonte: Eurostat

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