ECMWF: vortice polare deformato. Segnale eccezionale, ma il gelo sull’Europa può veramente colpirci a giorni?
Importante verificare se la previsione è davvero attribuibile all’ECMWF European Centre for Medium-Range Weather Forecasts (in italiano: Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine) e se riguarda il vortice polare stratosferico o quello troposferico: è una distinzione decisiva, perché una deformazione ovale non implica automaticamente un’ondata di gelo in Europa o negli Stati Uniti.

La notizia secondo cui il vortice polare starebbe assumendo una forma ovale, quasi tre volte più lunga che larga, poggia su dati reali. Deve però essere corretta in un punto importante: non si tratta di un comunicato ufficiale dell’ECMWF, bensì di un’elaborazione indipendente dei dati previsionali del Centro europeo.
Il monitor Polar Vortex Earth, costruito utilizzando le proiezioni ECMWF e i dati climatici ERA5, indica che il vortice polare stratosferico potrebbe raggiungere intorno al 2 novembre un rapporto tra lunghezza e larghezza pari a circa 2,9. Una deformazione superiore al 95% dei valori osservati nello stesso periodo tra il 1991 e il 2020. Il monitor avverte esplicitamente che la sua analisi non costituisce una previsione ufficiale dell’ECMWF.
Che cosa sta realmente accadendo
Il fenomeno riguarda il vortice polare stratosferico, una vasta circolazione di venti occidentali situata a circa 20-30 chilometri di quota. Quando il vortice è forte e compatto, tende a trattenere l’aria più fredda alle alte latitudini. Quando si allunga, si sposta o si divide, aumenta la possibilità che, nelle settimane successive, la circolazione atmosferica favorisca discese fredde verso Europa, Asia o Nord America.
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La deformazione ovale, tuttavia, non equivale automaticamente a un’ondata di gelo. Perché gli effetti raggiungano la superficie occorre che l’anomalia stratosferica si propaghi verso la troposfera e modifichi jet stream, Oscillazione Artica e sistemi di alta pressione. Il processo può richiedere due o più settimane e, in alcuni casi, non produce conseguenze meteorologiche rilevanti.
Il segnale più eccezionale riguarda la possibilità di un riscaldamento stratosferico improvviso o Sudden Stratospheric Warming (SSW). Secondo l’elaborazione più recente, tutti i 50 membri dell’ensemble ECMWF convenzionale prevedono entro il 15 novembre l’inversione dei venti stratosferici da occidentali a orientali; l’ensemble basato sull’intelligenza artificiale dell’ECMWF attribuisce allo stesso evento una probabilità del 70%. Nessun grande SSW risulta essersi verificato prima del 28 novembre nelle serie storiche considerate.
La NOAA statunitense considera il segnale abbastanza solido da parlare di una rara perturbazione del vortice già in corso e di una possibile transizione verso un SSW maggiore. Sottolinea però che gli effetti dipenderanno dall’interazione con El Niño e con gli altri grandi schemi della circolazione atmosferica.
Europa o Stati Uniti: dove potrebbe arrivare il freddo?
Judah Cohen, climatologo del Massachusetts Institute of Technology e tra i maggiori studiosi del vortice polare, considera l’eventuale riscaldamento eccezionalmente precoce. Ha però invitato alla prudenza: i modelli hanno poca esperienza con un evento tanto anticipato e gli effetti al suolo, se si manifesteranno, sarebbero più probabili tra la fine di novembre e dicembre.
Alcuni meteorologi della Weather Company ritengono che l’orientamento della perturbazione possa favorire maggiormente l’Europa tra fine novembre e inizio dicembre. Per il Nord America, invece, il fortissimo El Niño potrebbe contrastare la discesa dell’aria artica e mantenere temperature complessivamente superiori alla media.
La stampa americana mantiene infatti una linea cauta. USA Today, nelle analisi riprese da AOL, sottolinea che l’indebolimento del vortice non garantisce un’irruzione fredda e che potrebbe risolversi in un nuovo allungamento senza una vera discesa del freddo artico.
Il Washington Post pone invece l’accento sul ruolo dominante di El Niño: nelle sue analisi stagionali prospetta per ampie zone degli Stati Uniti un inverno più mite, ma potenzialmente molto perturbato, con maggiore rischio di piogge intense e tempeste. Nei precedenti El Niño più forti, ricorda il quotidiano, Boston non ha mai registrato un inverno contemporaneamente più freddo e nevoso della media.
AccuWeather esclude, almeno per novembre, una grande irruzione gelida negli Stati Uniti: il freddo disponibile sul Canada non sarebbe ancora abbastanza intenso e le masse d’aria più rigide verrebbero indirizzate soprattutto verso Siberia e Asia orientale.
Quanto è probabile l’evento?
La valutazione più equilibrata è questa:
- deformazione ovale del vortice: probabilità molto alta, perché il processo è già visibile e concordemente previsto;
- inversione dei venti e SSW maggiore: probabilità alta nei modelli ECMWF, ma non ancora certezza osservativa;
- ondata di gelo immediata in Europa o negli Stati Uniti: probabilità al momento bassa;
- aumento del rischio di discese fredde tra fine novembre e dicembre: plausibile, soprattutto per Europa e Asia, ma localizzazione e intensità restano imprevedibili.
In conclusione, la notizia contiene un dato meteorologico autentico e potenzialmente eccezionale, ma trasforma troppo rapidamente una anomalia stratosferica in una previsione di gelo. Oggi è corretto parlare di un segnale da seguire con grande attenzione; non ancora di un’ondata artica destinata con certezza all’Europa o agli Stati Uniti.
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