Un’Asia senza Cina è possibile?

Jean-Marie Mercadal, Chief Executive Officer di SYNCICAP ASSET MANAGEMENT -

L’Asia è quel continente che racchiude al suo interno due terzi della popolazione sulla Terra e concorre alla creazione di quasi il 50% del Pil mondiale. Tuttavia, quando si parla di mercati finanziari, il suo peso è di gran lunga inferiore rispetto a quello che dovrebbe avere un’area con queste caratteristiche economiche e demografiche. Non c’è da sorprendersi, quindi, se negli ultimi 30 anni l’intera regione si è appiattita sul suo player più potente, ovvero la Cina, che ha fatto registrare un percorso di crescita effettivamente sorprendente.

Ma ora che le relazioni internazionali si stanno inasprendo e che le dinamiche interne stanno obbligando le autorità locali ad attuare politiche tanto peculiari da separare questo paese dal resto del mondo, rendendolo un unicum in termini economici, è ancora possibile investire in modo remunerativo nell’azionario asiatico? Per rispondere a questa domanda, noi di Ofi Invest AM proponiamo uno spaccato valutativo di due strade parallele, denominate “China” o “ex-China”.

Lugano Finance Forum, 24 novembre 2026, Palazzo dei Congressi, Lugano - media partner Lamiafinanza.it

In favore della prima, innanzitutto è bene chiarire che, sebbene il mercato cinese risponda sempre di più a fattori locali, una strategia d’investimento “pura” sulla Cina è ancora possibile, soprattutto ora che gli ultimi dati suggeriscono che dovrebbe riuscire nell’impresa di centrare il 5% di crescita. Tuttavia, quando si sviluppa un portafoglio di investimento internazionale, bisogna sempre tenere presente che costituisce un capitolo a sé. Inoltre, la maggiore attenzione al bilancio e all’equilibrio interno, non devono farci pensare che il Dragone sia rimasto immobile sul fronte internazionale; basta guardare come ha rafforzato i suoi legami con gli altri paesi del gruppo BRICS (Brasile, India, Russia e Sud Africa), a cui va aggiunta anche l’Arabia Saudita, seguendo quanto previsto dalla “Belt and Road Initiative”. La cooperazione tra queste nazioni dovrebbe interessare molti segmenti diversi, ma quello che sembra godere di maggiore slancio è quello dell’energia: sebbene la Cina abbia ancora bisogno di petrolio nel breve termine, nel lungo lo potrebbe sostituire con il solare e l’idrogeno verde.

Tuttavia, è inutile negare che, tra le due opzioni presentate inizialmente, questa stia riscuotendo meno successo rispetto al passato, con molti investitori che hanno abbandonato (o sono in procinto di abbandonare) la nave per le dinamiche di mercato viste in precedenza, per lo scoppio della bolla del settore immobiliare e anche per ragioni geopolitiche, come il clima quasi da guerra fredda chi si è instaurato con gli Stati Uniti.

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Passando al versante “ex-China”, questo sembra mostrare un profilo di crescita più lineare, con l’indice azionario EM Asia ex-China che gode di un P/E ratio di 12,5 (mentre quello della Cina è sceso sotto il 10). Noi di Ofi Invest AM riteniamo che questo rappresenti una soluzione tutt’altro che marginale: si compone di 425 azioni, ha un market cap di 3.160 miliardi di dollari (per fare un paragone, quello del CAC 40 è di 2.230 miliardi) e include i paesi asiatici più importanti (Cina esclusa, ovviamente), come India (32,4%), Taiwan (30%) e Corea (25%), ma anche alcuni che sono più arretrati nello sviluppo, offrendo così margini di crescita più ampi. Questo indice è attrattivo anche dal punto di vista dei settori, essendo costituito per il 38% da società attive in un segmento in rapida espansione come l’IT, per il 20% da finanziari, per l’8% da beni industriali, per il 7% da consumi e per un altro 7% da materie prime, il che lo rende pure ben diversificato. Inoltre, l’Asia ex-China ha tratto vantaggio anche da un trend che si è affermato durante la pandemia di Covid-19, quando il mondo si è reso conto di quanto i paesi occidentali fossero dipendenti dal manifatturiero e dal basso costo della manodopera cinese. Questo ha dato origine a un processo di diversificazione dell’offerta, da cui hanno beneficiato altre economie asiatiche come il Vietnam, l’Indonesia e altre.

A questo punto, si potrebbe pensare che investire nell’Asia escludendo la Cina sia non solo possibile, ma consigliato. Tuttavia, se si esamina bene quanto detto in precedenza e se si studiano i flussi di denaro in entrata in alcune delle economie appena citate, si evince come la correlazione con Pechino sia sì negativa, ma comunque molto alta. Quindi, nel momento in cui quest’ultima ritroverà l’equilibrio, non c’è il rischio che questi flussi possano compiere il percorso inverso? Ad oggi, non è possibile rispondere con certezza a questa domanda, ma se questo rischio si rivelasse reale, allora riteniamo che la soluzione migliore sia trattare le due strategie come complementari, non andando a sceglierne una, ma piuttosto integrandole, attenuando i pericoli e stabilizzando i rendimenti futuri.

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