Alla fin fine, a chi sono convenuti i dazi voluti da Trump? Entrate record nelle casse USA, ma i consumatori soffrono

Raggiunta la stima di 350 miliardi di dollari annui: risorsa fiscale cruciale o tassa occulta sulle famiglie americane?

Il gettito dei dazi negli Stati Uniti ha raggiunto livelli mai visti: circa 350 miliardi di dollari su base annua, secondo le stime di Torsten Slok, capo economista di Apollo Global Management. Una cifra definita “significativa” perché pari a quasi il 18% delle imposte sul reddito delle famiglie americane. Non si tratta più di un capitolo marginale della finanza pubblica, ma di una delle leve fiscali con cui Washington sostiene la propria politica di bilancio in un contesto di debito federale che ha ormai superato i 37 trilioni di dollari.

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Una tassa regressiva camuffata

Il problema, sottolineano diversi osservatori, è che i dazi funzionano come una tassa indiretta sui consumi. Quando il governo applica tariffe sulle importazioni, il costo si scarica lungo la catena distributiva fino ad arrivare al consumatore. “Si tratta di una VAT occulta”, hanno scritto gli economisti Steve Hanke e Nicholas Tully, perché colpisce in modo uniforme tutti i cittadini, senza criteri di progressività. A pagarne di più sono le famiglie a basso reddito, che destinano gran parte dei loro guadagni all’acquisto di beni di prima necessità, spesso importati.

Il New York Times ha definito questa dinamica “un boomerang fiscale”, sottolineando come l’aumento del costo di beni quotidiani, dagli elettrodomestici ai generi alimentari, stia erodendo il potere d’acquisto delle classi medie, già provate da anni di inflazione.

L’impatto sul debito pubblico

Dal punto di vista dei conti pubblici, le entrate da dazi non sono trascurabili. Secondo la Congressional Budget Office (CBO), potrebbero contribuire a ridurre il deficit primario fino a 3,3 trilioni di dollari in dieci anni, con ulteriori 700 miliardi risparmiati in minori interessi sul debito. Stime forse ottimistiche, che contrastano con quelle più caute diffuse a giugno, quando si parlava di un impatto limitato a 2,5 trilioni complessivi.

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Il Wall Street Journal invita alla prudenza: “350 miliardi di dollari l’anno sono una cifra enorme, ma rappresentano pur sempre una frazione minima rispetto alla spesa federale. Pensare che possano da soli riequilibrare il bilancio è illusorio”. Una linea confermata anche dal Committee for a Responsible Federal Budget (CRFB): i dazi possono contribuire a contenere i deficit, ma non bastano a invertire la tendenza del debito, soprattutto con la crescita della spesa per Medicare, Social Security e interessi.

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Una nuova filosofia fiscale

Tradizionalmente visti come strumento protezionistico a sostegno delle industrie nazionali, i dazi sono diventati di fatto un pilastro della politica fiscale statunitense. The Economist parla di “tariffe trasformate da arma tattica in leva strategica”, evidenziando come il gettito venga oggi usato per finanziare spesa corrente e non solo per riequilibrare gli scambi commerciali.

Questo mutamento genera tensioni anche sul piano geopolitico. Le tariffe introdotte prima contro la Cina, e poi estese a numerose altre categorie di prodotti, hanno raffreddato le relazioni con partner tradizionali come l’Unione europea. “Ogni dollaro raccolto grazie a un dazio”, scrive il Financial Times, “è anche un granello di sabbia negli ingranaggi del commercio internazionale”.

Chi vince e chi perde

Vincono le casse federali, che ottengono entrate extra e una parziale riduzione del fabbisogno di finanziamento. Perdono i consumatori, che affrontano prezzi più alti.

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Alcune imprese domestiche, specie in settori sensibili come acciaio e alluminio, hanno beneficiato di una protezione temporanea, ma al prezzo di maggiori costi lungo la supply chain. “Alla fine,” commenta l’economista Chad Bown del Peterson Institute for International Economics, “i dazi assomigliano più a una tassa sui cittadini americani che a un tributo pagato dagli esportatori stranieri. È un gioco politico che porta consenso immediato, ma lascia cicatrici sul tessuto economico”.

La discussione sui dazi si intreccia inevitabilmente con la campagna elettorale del 2026. Una parte del Congresso, soprattutto tra i repubblicani vicini all’ex presidente Donald Trump, spinge per consolidare le tariffe come fonte strutturale di entrate. I democratici più progressisti, invece, criticano l’impatto regressivo e chiedono compensazioni per le famiglie a basso reddito.

Il risultato è un sistema fiscale che, per la prima volta nella storia recente americana, vede nelle tariffe non solo una barriera commerciale, ma una vera e propria imposta alternativa. Con il rischio, come avverte il Washington Post, che “il Paese finisca per sostenere le finanze pubbliche attraverso una forma di tassazione nascosta, che penalizza chi ha meno e alimenta nuove tensioni con i partner commerciali globali”.

Bel risultato, verrebbe da dire.

Lugano Finance Forum, 24 novembre 2026, Palazzo dei Congressi, Lugano - media partner Lamiafinanza.it

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Paolo Brambilla, Consigliere dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è direttore responsabile de "La Mia Finanza" e di "Trendiest Media Agenzia di stampa". Laureato a pieni voti in Economia e Commercio alla Bocconi (qualche decennio fa) con un breve Master a Harvard e un corso di copywriting a Berkeley, è membro attivo di numerosi club, fra i quali il "Rotary Club Milano Porta Vercellina" e il "Cambridge University Yacht Club". Rappresenta l'Italia a Bruxelles nell'associazione "Better Finance" a tutela di investitori e risparmiatori.
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Gli articoli pubblicati su questa testata rispettano la normativa europea (AI Act) e i principi deontologici dell’Ordine dei Giornalisti. L’utilizzo costante dell’intelligenza artificiale permette la corretta verifica delle fonti e la creazione di una traccia che tenga conto dei temi più significativi. Nessun articolo può essere pubblicato autonomamente dall’intelligenza artificiale: ogni autore interviene personalmente non solo nella fase della scrittura dell’articolo, ma anche nella verifica della veridicità di notizie e dati riportati.

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