Dazi, inflazione e consumi: siamo al paradosso. Quanto pesano sull’economia americana le decisioni di Trump

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A un anno dal “Liberation Day”, il dibattito sui dazi voluti da Trump divide economisti e mercati. Per Moody’s Analytics il vero rischio non è solo la crescita più lenta, ma il progressivo impoverimento delle famiglie statunitensi.

A più di un anno dall’introduzione dei cosiddetti “Liberation Day tariffs” promossi da Donald Trump, negli Stati Uniti si sta consolidando una lettura sempre meno ottimistica del loro impatto economico. Se da un lato la Casa Bianca e parte del fronte repubblicano continuano a difendere i dazi come uno strumento capace di rilanciare la manifattura americana e generare nuove entrate fiscali, dall’altro cresce il numero di economisti che vede in queste misure una delle cause dell’indebolimento dei consumi interni e della frenata della crescita.

Tra le voci più critiche c’è Mark Zandi, economista noto per aver anticipato alcuni segnali della crisi finanziaria del 2008. Secondo Zandi, intervistato da Fortune, i dati raccolti negli ultimi mesi mostrano ormai in modo “definitivo” che i dazi hanno provocato “danni significativi” all’economia americana.

Il deterioramento del potere d’acquisto

Il punto centrale della sua analisi riguarda però soprattutto i consumatori. In diverse interviste rilasciate a Fortune e ad altri media economici, Zandi ha sostenuto che una larga parte delle famiglie statunitensi, escluse quelle ancora protette da un mercato del lavoro relativamente solido, sta vivendo una sorta di “recessione personale”. In altre parole, anche se il PIL americano non è tecnicamente entrato in recessione, milioni di cittadini stanno già sperimentando un deterioramento del proprio potere d’acquisto.

Il nodo è quello dell’inflazione importata. I dazi, infatti, colpiscono soprattutto beni intermedi e prodotti importati dalla Cina e da altri partner commerciali. Questo significa che molte aziende americane si trovano a sostenere costi più elevati per componenti, materie prime e logistica. Una parte di questi costi viene inevitabilmente trasferita sui prezzi finali pagati dai consumatori. Secondo Moody’s Analytics, l’effetto si è manifestato gradualmente, ma ora sta diventando strutturale.

Un’America “a due velocità”

L’impatto è particolarmente evidente nei settori più sensibili ai prezzi: alimentari, elettronica, trasporti e beni di largo consumo. Le famiglie a reddito medio-basso sono quelle più esposte, perché destinano una quota maggiore del reddito alle spese essenziali. È qui che emerge la fotografia di un’America “a due velocità”: da una parte i consumatori più ricchi, sostenuti dai mercati finanziari e dagli investimenti nell’intelligenza artificiale; dall’altra una vasta fascia di popolazione che vede erodersi salari e risparmi. Anche il Financial Times ha parlato recentemente di una “gravity-defying economy”, un’economia apparentemente resiliente ma sempre più squilibrata socialmente.

Il rischio geopolitico

A complicare ulteriormente lo scenario si aggiunge il rischio geopolitico. Zandi ha più volte avvertito che il combinarsi di dazi elevati, tensioni internazionali e rialzo dei prezzi energetici potrebbe creare una fase di stagflazione: crescita debole accompagnata da inflazione persistente. Una combinazione considerata tra le più difficili da gestire per le banche centrali, perché alzare i tassi per frenare i prezzi rischierebbe di deprimere ulteriormente l’economia.

Non tutti gli analisti condividono però la stessa lettura pessimistica. Alcune grandi banche d’investimento, tra cui Goldman Sachs, ritengono che l’economia americana abbia mostrato una capacità di adattamento superiore alle attese. Il mercato del lavoro, pur rallentando, continua a evitare un vero collasso occupazionale, mentre gli investimenti legati all’AI e alla tecnologia stanno sostenendo parte della domanda interna.

Il tema resta quindi fortemente politico oltre che economico. Trump continua a presentare i dazi come uno strumento di sovranità economica e protezione dell’industria americana. I critici, invece, li descrivono come una tassa indiretta sui consumatori. La verità probabilmente sta nel mezzo: nel breve periodo alcune filiere industriali possono beneficiare della protezione commerciale, ma nel lungo termine il rischio è una perdita di efficienza e una crescita più debole dei consumi, che restano il vero motore dell’economia statunitense.

Ed è proprio questo il punto che preoccupa Zandi: quando i consumatori iniziano a ridurre la spesa, l’effetto si propaga rapidamente a occupazione, investimenti e fiducia. Non è ancora una recessione conclamata, ma per molti americani potrebbe già assomigliarle molto.

Paolo Brambilla - Direttore Responsabile - Lamiafinanza.it Avatar

Paolo Brambilla, Consigliere dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è direttore responsabile de "La Mia Finanza" e di "Trendiest Media Agenzia di stampa". Laureato a pieni voti in Economia e Commercio alla Bocconi (qualche decennio fa) con un breve Master a Harvard e un corso di copywriting a Berkeley, è membro attivo di numerosi club, fra i quali il "Rotary Club Milano Porta Vercellina" e il "Cambridge University Yacht Club". Rappresenta l'Italia a Bruxelles nell'associazione "Better Finance" a tutela di investitori e risparmiatori.

Areas of Expertise: economia, finanza, arte, cultura classica
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