Pensioni, cosa potrebbe cambiare: le nuove idee del Governo

Il Governo studia nuove modifiche
Il Governo sta lavorando a nuove possibili modifiche sul tema delle pensioni. A confermarlo è stata la ministra del Lavoro Marina Calderone durante il Question Time alla Camera, spiegando che l’obiettivo è trovare un equilibrio tra maggiore flessibilità in uscita dal lavoro, sostenibilità economica e tutela delle persone più fragili.
Tra le ipotesi allo studio ci sono due interventi che stanno attirando molta attenzione: la proroga dell’Isopensione fino al 2029 e una nuova possibilità di pensionamento per chi non riuscirà mai a raggiungere i 20 anni di contributi richiesti dalle regole attuali.
Cos’è l’Isopensione
L’Isopensione è uno strumento poco conosciuto, ma già utilizzato da molte grandi aziende negli ultimi anni. Permette ai lavoratori vicini alla pensione di lasciare il lavoro in anticipo, continuando però a ricevere un sostegno economico fino al momento della pensione vera e propria.
In pratica è l’azienda a farsi carico dell’assegno mensile e dei contributi necessari fino al raggiungimento dei requisiti pensionistici. Questo sistema può consentire un’uscita anticipata fino a sette anni prima.
Significa, ad esempio, che un lavoratore destinato ad andare in pensione a 67 anni potrebbe smettere di lavorare già a 60 anni, mantenendo comunque una continuità di reddito.
La possibile proroga fino al 2029
L’Isopensione oggi dovrebbe terminare alla fine del 2026, ma il Governo starebbe valutando una proroga fino al 2029.
La misura viene considerata utile perché consente alle aziende di gestire il ricambio generazionale senza ricorrere a licenziamenti e, allo stesso tempo, non pesa direttamente sulle casse dello Stato, dato che i costi sono sostenuti principalmente dalle imprese.
Il problema dei contributi insufficienti
L’altro tema centrale riguarda invece i lavoratori con pochi contributi. Attualmente in Italia esistono regole differenti a seconda del periodo in cui sono stati versati i contributi previdenziali.
Chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995 e rientra quindi nel sistema contributivo puro può andare in pensione a 71 anni anche con soli 5 anni di contributi.
Diversa è invece la situazione per chi possiede contributi precedenti al 1996. In questi casi la normativa richiede normalmente almeno 20 anni di contributi e 67 anni di età.
Questo crea difficoltà per molte persone che hanno avuto carriere discontinue, periodi di disoccupazione o lavori precari e che rischiano di non raggiungere mai la soglia minima necessaria per la pensione ordinaria.
La proposta allo studio del Governo
Per affrontare il problema, il Ministero del Lavoro e INPS stanno studiando una possibile soluzione.
L’idea sarebbe quella di permettere anche ai lavoratori con contributi precedenti al 1996 di accedere alla pensione a 71 anni con almeno 5 anni di versamenti, proprio come avviene già per chi è interamente nel sistema contributivo.
Ci sarebbe però una condizione importante: il lavoratore dovrebbe rinunciare alla quota di pensione calcolata con il metodo retributivo e accettare il ricalcolo interamente contributivo dell’assegno.
Pensione più facile, ma assegno più basso
Tradotto in termini semplici, questo significherebbe ottenere più facilmente il diritto alla pensione, ma con un assegno probabilmente più basso.
Il sistema contributivo, infatti, si basa esclusivamente su quanto versato durante la vita lavorativa e spesso produce importi inferiori rispetto al vecchio sistema retributivo.
Le prossime decisioni
Per il momento si tratta ancora di ipotesi e non esiste una riforma definitiva.
Il Governo sta valutando i possibili costi delle misure e il numero di lavoratori che potrebbero beneficiarne. Le prossime decisioni potrebbero arrivare nei prossimi mesi, all’interno del più ampio confronto sulla riforma del sistema pensionistico italiano.






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