Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala. Le future étoiles alla prova

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I FUTURI SCALIGERI SUL PALCO DEL TEATRO STREHLER

— di Chiara Pedretti

La Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala, diretta da Frédéric Olivieri, torna al Teatro Strehler: le giovani leve scaligere sono in scena per cinque repliche tra classico e contemporaneo sul bel palco del teatro Largo Greppi.

Un programma vario, non solo tutù insomma, mette alla prova le future étoiles, provenienti da una delle accademie più antiche e più prestigiose del mondo: fondata nel 1813 da Benedetto Ricci, che la denominò Accademia di Ballo del Teatro alla Scala; dopo la sconfitta di Napoleone cambiò il nome in Regia Imperiale Accademia di Ballo del Teatro alla Scala. Con la Prima Guerra Mondiale, la scuola fu chiusa nel 1917 e riaperta nel 1921 a fianco del neocostituito Ente Autonomo promosso da Toscanini. Nel 1998 la scuola fu trasferita in un nuovo edificio in via Campo Lodigiano, mentre dal 2001 è divenuta Dipartimento di Danza dell’Accademia Teatro alla Scala. Ha visto Direttori del calibro di Carlo Blasis ed Enrico Cecchetti, e dal 2020 è nuovamente nelle mani del Maestro Olivieri, che l’aveva già diretta dal 2006 al 2017.

Lo spettacolo si apre con Presentazione, ideata dal Direttore riprendendo Études, nota coreografia di Harald Lander su musica di Carl Czerny, andata tra l’altro in scena al Teatro alla Scala nel settembre dell’anno scorso. Una progressione di passi e movimenti sempre più complessi, vede in scena tutti e otto gli anni, o meglio “corsi”, descrivendone molto bene la tecnica, base e vangelo di un’Accademia di Danza. Divisa da studio, body con gonnellino, e, a seconda degli anni, calze o calzini, punte o mezzepunte.

Segue la Suite dal Divertissement di Paquita, balletto classico tra i più noti del repertorio, rimontato dai Maestri Tatiana Nikonova e Leonid Nikonov sulla versione creata da Marius Petipa nel 1881, musica di Ludwig Minkus. Il balletto è ambientato in Spagna durante l’occupazione napoleonica. Il generale d’Hervilly, accompagnato dalla moglie e dal figlio Lucien, è venuto a controllare il monumento che sta facendo erigere in memoria di suo fratello Charles, assassinato con moglie e figlia. Il governatore della provincia, Don Lopez, e sua sorella Serafina, promessa a Lucien, accompagnano il generale e si uniscono, in apparenza, al suo dolore: in realtà Don Lopez, come tutti i suoi connazionali, odia profondamente i francesi. Per celebrare la costruzione del monumento, il villaggio è in festa; arriva una compagnia di zingari, il cui capo, Iñigo, ha messo gli occhi su Paquita, che conserva fin dall’infanzia un medaglione con un ritratto che crede rappresentare il benefattore sconosciuto che la salvò dalla morte. Lucien ne è profondamente colpito, ma Paquita si considera troppo umile per rispondere alle avances del giovane aristocratico; Iñigo, folle di gelosia, si accorda con Don Lopez per uccidere Lucien, ma Paquita ascolta non vista la loro conversazione. Arrivato Lucien in cerca di Paquita, Iñigo fa servire la cena e mescola un sonnifero nel vino, ma Paquita riesce a scambiare i bicchieri, ed, una volta crollato Iñigo, fugge con Lucien. Durante un ballo organizzato dal generale d’Hervilly arriva Lucien con Paquita, raccontando come sia scampato per poco alla morte grazie alla giovane. Paquita denuncia il colpevole: è Don Lopez, che viene arrestato. Lucien chiede la mano di Paquita, la quale non osa accettare perché sa di non essere al suo livello, ma scorge un ritratto alla parete che raffigura lo stesso uomo del suo medaglione: è Charles. L’ufficiale era dunque suo padre e lei, sfuggita al massacro della sua famiglia, fu poi accolta dagli zingari. Paquita ha quindi ritrovato la sua famiglia ed il suo rango e può sposare Lucien. Un tipico drammone ottocentesco, con tutti gli ingredienti principali che piacevano tanto al gusto di quell’epoca: l’esotico, rappresentato dagli zingari e dall’ambientazione in Spagna, il dramma, la figlia persa e ritrovata, l’amore contrastato, il lieto fine. Un lavoro molto pesante dal punto di vista tecnico, con molti virtuosismi, una serie infinita di sautés e pirouéttes, dove si vede praticamente tutto il repertorio accademico in ogni sua variante; un’opera decisamente ottocentesca, come trama e come disegno coreografico, con una buona dose di interpretazione mimica, tipico dei Balletti Imperiali, con relativa codifica di gesti con significato. Poco più di due ore senza pace dal punto di vista della fatica fisica e tecnica, dove se non si è più che preparati non se ne esce. La Suite presentata si apre con la Polonaise-Mazurka eseguita dagli allievi fra il II ed il V Corso, seguita dall’Entrée del Corpo di Ballo femminile e poi dal Pas de Deux sull’Adage di Paquita e Lucien, interpretati da due allievi dell’ultimo anno, Maria Vittoria Bandini e Jorge Vela, e dal finale, una fiera di virtuosismo. Le ragazze non sono sempre ben sincronizzate, fisicamente anche molto diverse; la coppia principale convince anche se manca di interpretazione e tecnicamente c’è da perfezionarsi ancora.

Fine dei tutù con Rossini Cards di Mauro Bigonzetti su musica di Rossini appunto, ripreso da Paola Vismara e Walter Madau. Il Mauro nazionale non delude mai: il suoi quadri astratti ed ironici ritraggono situazioni di vita quotidiana, storie, passioni, il tutto con una raffinatezza squisita. Tecnicamente complicato come tutti i suoi lavori, alterna momenti di assolo, a gruppi, passi a due o a tre, il tutto con una varietà incredibile per cui non ci si annoia mai. Creato nel 2004, Bigonzetti coordina perfettamente i movimenti con la musica di Rossini: purezza formale, prese complicate, fusione sinergica, il tutto condito da un’energia incontenibile. La coreografia si apre con una lunga tavolata, dove i danzatori, pur rimanendo seduti, eseguono movimenti rapidi e precisi di testa e braccia. Seguono un meraviglioso passo a due a terra, con pose plastiche, prese complicate e pose scultoree ed un tormentato assolo femminile che si tramuta in Passo a Tre giocato su intrecci coreografici ed ardite elevazioni. Segue un altro assolo femminile ma sulle punte, per concludersi con finale travolgente dove i danzatori, in giacca, pantaloni e basco nero, chiudono tutti insieme in gruppo, come avevano iniziato. I ragazzi si vede che si divertono, sono precisi ed attenti, manca sempre un po’ di interpretazione in alcuni a cui sono affidati i ruoli solistici.

L’ultima coreografia in programma è lo splendido Bolero X di Shahar Binyamini sull’immortale musica di Maurice Ravel, ripresa di Walter Madau. Opera del 2022, molto diverso dalla versione più nota, quella di Maurice Béjart, è un crescendo di movimenti dove si alternano uno, due o più danzatori in un entra/esci continuo dalla cornice quadrata che li raccoglie tutti. Stavo lavorando a Seul su una creazione. Avevo diversi brani musicali che pensavo di usare. Un giorno ho deciso di accompagnare le prove con il Bolero: non avevo pianificato di fare un pezzo sulla musica di Ravel, è successo quasi per caso ed è emozionante vedere oggi rinascere Bolero X in tanti paesi e con danzatori diversi. Ogni volta che vado in studio a riprendere Bolero X è un incontro nuovo, qualcosa può cambiare negli assoli, nei duetti, negli unisoni. Ed è tra gli aspetti del mio lavoro che più amo. Vorrei che la mia danza potesse rimanere senza tempo, riflettendo sempre la natura e il nostro più puro desiderio di crescere e svilupparsi, senza scorciatoie. La danza richiede impegno, processi fisici che ti mettono alla prova. L’obiettivo è affrontare questo processo individualmente per diventare una versione migliore di sé e scoprire cosa può fare il proprio corpo. Penso che ballando si entri in contatto con qualcosa che deriva dai propri nonni e bisnonni, qualcosa che deriva dai geni, che puoi però modificare, plasmare e che continuerà a cambiare anche dopo la tua morte, qualunque cosa tu trasmetta. La danza è una costante reazione a ciò che succede nel mondo. Il solo fatto di essere originario di Israele e di poter ancora diffondere il mio lavoro, lavorando con tante culture e tanti artisti diversi, è già per me un modo di affrontare la situazione, un’energia che voglio diffondere. La danza ha una sua forza, ha un linguaggio universale ed è ciò che mi appassiona, un’energia vitale che può connetterci con una comunità internazionale. Quindi mi concentro su ciò che faccio, in studio con i danzatori, sperando che il messaggio dei miei lavori continui a risuonare negli anni – dice il coreografo. Vestiti tutti uguali, Binyamini, israeliano ed ex danzatore della Batsheva Dance Company, schiera qui cinquanta elementi fra allieve ed allievi, di cui valorizza l’interazione tra i corpi attraverso un movimento teso, ricco di torsioni e spirali che genera disegni dinamici nello spazio. Quasi un crescendo sacrificale verso l’apoteosi finale, nessun accenno narrativo ma solo una sequenza di movimenti a fasi alterne, molto dinamico e coinvolgente. Bravi i ragazzi che ci mettono passione e danno tutti loro stessi.

Un programma vario e ricco, che contribuirà sicuramente a portare questi ragazzi verso i palchi più prestigiosi del mondo. Da vedere.

Teatro Strehler

Largo Greppi 1, Milano

Fino al 10 Maggio 2026

Biglietti da EUR 18,00 a EUR 33,00

www. https://www.accademialascala.it/

Paolo Brambilla - Direttore Responsabile - Lamiafinanza.it Avatar

Paolo Brambilla, Consigliere dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è direttore responsabile de "La Mia Finanza" e di "Trendiest Media Agenzia di stampa". Laureato a pieni voti in Economia e Commercio alla Bocconi (qualche decennio fa) con un breve Master a Harvard e un corso di copywriting a Berkeley, è membro attivo di numerosi club, fra i quali il "Rotary Club Milano Porta Vercellina" e il "Cambridge University Yacht Club". Rappresenta l'Italia a Bruxelles nell'associazione "Better Finance" a tutela di investitori e risparmiatori.

Areas of Expertise: economia, finanza, arte, cultura classica
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