Geopolitica e fabbrica della paura: come costruire nemici necessari
— di Marco Pozzi —
“Il concetto di Stato presuppone il concetto di nemico.”
Carl Schmitt
Prima ancora di occupare un territorio, ogni guerra occupa un immaginario.
Le guerre non cominciano quando viene sparato il primo colpo. Cominciano molto prima. Cominciano quando una società accetta di guardare il mondo attraverso una sola categoria interpretativa: il nemico. Prima arrivano le parole.
Le parole generano le immagini. Le immagini producono e alimentano le paure. Infine arrivano gli eserciti. È un processo tanto antico quanto la politica stessa. Cambiano le epoche, cambiano i protagonisti, mutano le tecniche della comunicazione, ma il meccanismo resta sorprendentemente identico: ogni potere costruisce il proprio immaginario prima ancora di esercitare la propria forza.
Il consenso non nasce spontaneamente
Edward Bernays, il padre delle moderne relazioni pubbliche e nipote di Sigmund Freud, comprese quasi un secolo fa che il consenso non nasce spontaneamente. Deve essere organizzato. Coltivato. Alimentato. Non è sufficiente convincere le persone. Occorre costruire un universo simbolico entro il quale alcune idee appaiano naturali, inevitabili, persino ovvie. È questa la forma più sofisticata del potere.
Non imporre una verità ma definire il perimetro linguistico attraverso cui quella verità verrà riconosciuta come tale.
Ogni epoca possiede il proprio lessico della paura.
Durante la Guerra fredda il pericolo aveva il volto del comunismo sovietico. Dopo l’11 settembre si chiamava terrorismo globale. Oggi, nel dibattito europeo, il mantra è diventato un altro: l’imminente attacco russo. La domanda non è se questa ipotesi sia vera o falsa.
La domanda è diversa. Più radicale. Come nasce una rappresentazione collettiva? Quando una narrazione smette di descrivere la realtà e comincia a produrla?

Il caso ucraino
È da qui che occorre partire.
Perché la guerra in Ucraina non riguarda soltanto il controllo di un territorio.
Riguarda il controllo dell’immaginario attraverso cui quel territorio viene raccontato. E la storia insegna che, quando il linguaggio si irrigidisce fino a trasformarsi in un’unica cornice interpretativa, la politica cede lentamente il passo alla fede. È in quel momento che il nemico smette di essere un avversario. Diventa una necessità. Diventa il fondamento stesso del racconto. Per questo il problema non è soltanto la guerra. Il problema è il modo in cui si impara a pensarla. Perché, prima ancora di occupare un territorio, ogni guerra occupa un immaginario.
Il lessico della paura
Le parole non sono mai innocenti.
Ogni potere sceglie con cura il vocabolario attraverso cui desidera essere raccontato. Ma sceglie con ancora maggiore attenzione il linguaggio destinato a descrivere il proprio avversario. Non è una questione terminologica.
È una questione di immaginario.
Una parola ripetuta migliaia di volte finisce per smettere di essere una semplice descrizione. Diventa un’abitudine percettiva.
Organizza il modo in cui si interpreta il mondo.
Stabilisce quali domande appaiono legittime e quali, invece, sembrano improvvisamente fuori luogo. Diventa realtà.
Negli ultimi due anni il dibattito europeo ha progressivamente ridotto la complessità del conflitto ucraino a una formula tanto semplice quanto efficace: la Russia si prepara ad attaccare l’Europa. Questa rappresentazione ha prodotto un effetto quasi automatico. Se l’attacco appare inevitabile, ogni scelta politica assume immediatamente il carattere della necessità. L’aumento delle spese militari diventa prudenza. Il riarmo diventa responsabilità. Il dissenso rischia di trasformarsi in irresponsabilità.
La costruzione del nemico produce sempre una conseguenza decisiva: restringe lo spazio del pensabile.
Edward Bernays

Edward Bernays aveva intuito questo meccanismo con straordinario anticipo.
Il consenso non nasce quando tutti condividono un’opinione. Nasce quando tutti finiscono per muoversi all’interno della stessa cornice simbolica.
La propaganda più efficace non impone una conclusione.
Stabilisce quali domande possano ancora essere formulate.
È dentro questa cornice che va collocata la crescente militarizzazione del linguaggio europeo.
Dal febbraio 2022 l’Unione Europea e i suoi Stati membri hanno stanziato circa 350 miliardi di euro tra aiuti militari, finanziari ed economici a favore dell’Ucraina. Parallelamente è stata avviata una profonda trasformazione della politica industriale e strategica del continente.
Il riarmo non viene più presentato come una misura straordinaria, ma come una condizione permanente della sicurezza europea.
La guerra modifica così non soltanto gli eserciti.
Modifica il linguaggio attraverso cui una società immagina il proprio futuro.





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