La realtà che vediamo è davvero quella che esiste? Tra fisica, coscienza e percezione
Che cosa chiamiamo “realtà”? Qualcosa che esiste indipendentemente da noi oppure ciò che emerge dall’incontro fra mondo, percezione e coscienza? Dalla meccanica quantistica al subconscio, dalla psicologia di Jung alle ipotesi sulla risonanza e sulla coscienza come dimensione fondamentale dell’essere, provo a percorrere ancora una volta quella strada di confine sulla quale scienza, filosofia e ricerca interiore finiscono inevitabilmente per incontrarsi.
— di Giovanni Bonomo – Candide C.C. —
Vorrei tornare, come ho già fatto in precedenti articoli e post,[1] sul difficile, atavico, irrisolto – e proprio per questo irresistibile – tema dell’essenza della realtà che ci circonda.
Questa volta vorrei farlo collocandomi in quel particolare incrocio del mio personale percorso on the road nel quale convergono tre strade apparentemente distanti: la fisica moderna, la percezione individuale e la crescita personale.
Non mi appartiene l’atteggiamento rinunciatario e fideistico di chi preferisce credere anziché pensare, considerando il mistero dell’esistenza fuori dalla portata dell’intelligenza umana perché riservato alla dimensione divina. Ho infatti sempre considerato il credo religioso un freno e anzi un firewall all’intelligenza e al sapere.
Mi si potrebbe naturalmente obiettare che il mio intento sia alquanto velleitario: non sono un fisico teorico né uno scienziato e, dopo millenni di speculazione filosofica, l’enigma dell’esistenza resta ostinatamente lì dove lo avevamo trovato. Obiezione fondata, ma non decisiva.
La mia replica è che viviamo infatti nell’era dell’informazione globale inaugurata da Internet e oggi enormemente potenziata dall’Intelligenza Artificiale, che può ampliare le capacità individuali di ricerca, confronto e comprensione in misura fino a pochi anni fa impensabile. Non significa diventare fisici teorici ma soltanto poter accedere, per comprendere e confrontarsi, a idee prima confinate a cerchie specialistiche.
Indagare questi temi, anche soltanto sul piano della riflessione e della divulgazione, mi sembra quindi non solo legittimo, ma quasi un dovere intellettuale.

L’universo è davvero un’illusione?
L’idea che ciò che appare ai nostri sensi non coincida necessariamente con la realtà ultima è antichissima: le filosofie orientali l’hanno condensata nella nozione di Maya, il velo dell’apparenza.
La fisica contemporanea ha raggiunto, naturalmente per strade completamente differenti, risultati che hanno almeno demolito l’ingenua convinzione secondo cui la realtà microscopica funzionerebbe esattamente come il mondo quotidiano suggerisce.
Il dualismo onda-particella, il principio di indeterminazione di Heisenberg e più in generale la meccanica quantistica ci restituiscono infatti un universo assai meno intuitivo di quello descritto dalla fisica classica.
È bene però evitare uno dei cortocircuiti divulgativi più diffusi: la meccanica quantistica non dimostra che la coscienza umana “crei” arbitrariamente la realtà.
Nella cosiddetta Interpretazione di Copenaghen il risultato della misurazione assume un ruolo fondamentale nella descrizione del sistema quantistico, ma il significato ontologico di tutto ciò resta oggetto di discussione. “Osservatore”, in fisica, non significa necessariamente una mente cosciente intenta a guardare qualcosa.
La questione interessante resta nondimeno intatta: possiamo ancora parlare di una realtà completamente separata dalle modalità attraverso le quali la conosciamo?
È proprio qui che la fisica torna a incontrare la filosofia.
Non viviamo nella realtà, ma nella nostra rappresentazione della realtà
Sul piano dell’esperienza quotidiana il problema è persino più evidente.
Noi non incontriamo mai la “realtà in sé, incontriamo la realtà così come viene filtrata dai nostri sensi, dalla memoria, dalle convinzioni, dalle aspettative, dalle paure e dall’educazione ricevuta.
Basti osservare una famiglia.
Quando marito e moglie raccontano la stessa vicenda coniugale, capita non di rado di chiedersi se abbiano vissuto insieme o in due universi paralleli… e tre figli cresciuti nella medesima casa possono descrivere padre e madre in modi talmente differenti da far pensare non a due, ma a sei genitori diversi.
Nessuno necessariamente mente. Semplicemente, ciascuno ha vissuto la propria esperienza di quelle persone.
La realtà personale nasce quindi dall’incontro tra ciò che accade e l’apparato percettivo e psicologico attraverso il quale lo interpretiamo. Il fatto esiste, ma il suo significato, quasi sempre, lo costruiamo noi.
Jung, l’inconscio e ciò che chiamiamo destino
È qui che entra in gioco il subconscio, o più propriamente quella dimensione non cosciente della psiche alla quale Carl Gustav Jung attribuì un ruolo decisivo.
Gli viene comunemente attribuita una frase diventata quasi proverbiale: “Rendi cosciente l’inconscio, altrimenti sarà lui a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino.”
Al di là della fortuna aforistica della formulazione, il concetto è formidabile: se non riconosciamo condizionamenti, paure, automatismi e convinzioni radicati nella nostra mente, continuiamo a riprodurre inconsapevolmente gli stessi schemi. Poi osserviamo i risultati e li chiamiamo “destino”, “sfortuna”, “carattere”, magari perfino “volontà divina”.
In realtà spesso stiamo semplicemente percorrendo, ancora una volta, la strada che il nostro pilota automatico conosce meglio.
È anche il tema che cerco di raccontare nei miei canali YouTube Il Segreto per una Vita Facile e The Secret To An Easy Life, attraverso filosofi, formatori e soprattutto storie di uomini e donne capaci di risalire dall’abisso in cui erano precipitati per ricostruire la propria esistenza.
Non perché basti “pensare positivo”, ma perché cambiare il modo in cui interpretiamo noi stessi modifica inevitabilmente le decisioni che prendiamo, i comportamenti che adottiamo e perfino le persone con cui entriamo in relazione.
Risonanza: fisica o metafora?
Arriviamo così a una parola molto utilizzata nella crescita personale: risonanza.
In fisica la risonanza è un fenomeno preciso e misurabile, trasferirla automaticamente ai rapporti umani come se esistesse una dimostrata “legge universale dell’attrazione” sarebbe scientificamente improprio.
Eppure, tolto l’abito pseudoscientifico che talvolta le viene cucito addosso, l’idea conserva un nucleo interessante: ciò che portiamo dentro condiziona infatti il modo in cui osserviamo il mondo, i segnali che trasmettiamo agli altri e le situazioni nelle quali finiamo più facilmente per entrare.
Se una persona vive nel terrore costante di essere derubata, non significa che qualche misterioso campo quantistico convocherà uno scippatore all’angolo della strada, significa però che quella paura influenzerà postura, attenzione, scelte, comportamento e interpretazione degli eventi.
La paura finisce insomma per organizzare una parte della realtà vissuta. Penso anche a mia madre, donna di straordinaria intelligenza e cultura, alla quale sono debitore di moltissimo intelletto, la quale viveva nondimeno con la costante preoccupazione che il denaro potesse finire e che io un giorno dilapidassi il patrimonio familiare: paradossalmente fu lei, più volte, a essere vittima di truffe.
Sarebbe arbitrario sostenere che abbia “attratto” fisicamente i truffatori attraverso una frequenza energetica, ma sarebbe altrettanto superficiale escludere che paura, fiducia, aspettative e schemi relazionali possano contribuire a renderci più vulnerabili proprio agli eventi che maggiormente temiamo.
Forse la “risonanza” più interessante comincia qui, molto prima di invocare l’universo.
Fisica unificata, coscienza e spiritualità
Resta poi il grande problema scientifico ancora aperto: costruire un quadro teorico capace di conciliare la relatività generale, magnificamente efficace nel descrivere il cosmo su larga scala, con la meccanica quantistica, altrettanto formidabile nel descrivere il mondo microscopico.
Da decenni la fisica cerca una teoria più fondamentale che consenta di integrare questi domini. È in questa terra di confine che sono nate anche interpretazioni molto più speculative sul rapporto tra materia e coscienza.
Fabrizio Coppola, autore di Ipotesi sulla realtà,[2] arrivava già nel 1993 a interrogarsi sulla possibilità che la consapevolezza costituisse una proprietà del “campo unificato”, muovendo dalla ricerca fisica dell’unificazione per ipotizzare una connessione tra coscienza e livello fondamentale della realtà.
Su un terreno diverso, Fabio Marchesi parla invece di una possibile “fisica dell’anima”,[3] tentando di ricondurre fenomeni interiori e spirituali a una struttura della natura che la fisica attuale non avrebbe ancora pienamente compreso.
Sono ipotesi suggestive. Ma restano, appunto, ipotesi. E credo sia proprio qui che occorra mantenere quella sottile ma essenziale linea di demarcazione tra apertura mentale e credulità: non tutto ciò che la scienza non ha ancora spiegato diventa per questo scientificamente vero.
La spiritualità autentica, invero, non ha bisogno di contraffare certificati di scientificità, può essere invece ricerca dell’essere, esperienza interiore, apertura al mistero: qualcosa di assai diverso dalla religione dogmatica che pretende di possedere preventivamente tutte le risposte.
Che alcune intuizioni delle antiche tradizioni sapienziali possano un giorno trovare corrispondenze sorprendenti nella scienza è possibile, pensiamo a quante volte le speculazioni filosofiche hanno anticipato le scoperte scientifiche.
Ma sarebbe sbagliato sostenere che la fisica moderna stia semplicemente “dimostrando” ciò che i mistici avrebbero già saputo migliaia di anni fa. Le analogie affascinano, le dimostrazioni richiedono validazioni empiriche.
Da quale realtà scegliamo di partire?
Alla fine, forse, la domanda più utile non è stabilire se possiamo modificare l’universo con il pensiero, ma è molto più concreta:
quale informazione stiamo immettendo ogni giorno nella nostra personale esperienza del mondo?
Paura o curiosità?
Risentimento o apertura?
Automatismo o consapevolezza?
La realtà esterna non obbedisce necessariamente ai nostri desideri, ma il modo in cui la percepiamo modifica le nostre decisioni; le decisioni modificano i comportamenti, questi modificano le relazioni e, attraverso di esse, una parte tutt’altro che trascurabile della nostra realtà.
Possiamo chiamarla psicologia, coscienza, informazione o “risonanza”.
Ma il punto resta lo stesso: la responsabilità del nostro vissuto comincia anche dentro di noi.
E forse il più affascinante insegnamento di questa lunga ricerca non consiste nello scoprire che il mondo è un’illusione, ma nel comprendere quanto sia sottile il confine tra il mondo che esiste e il mondo che siamo capaci di vedere.
Il mistero rimane, ma forse è un bene perché una realtà definitivamente spiegata sarebbe molto meno interessante di questo splendido percorso “on the road”, come direbbe Jack Kerouac, ancora aperto davanti a noi.
Giovanni Bonomo – Candide C.C.
Note
[1] Si vedano in particolare: Il mistero dell’Universo: non virtuale né olografico; La materia non è il fondamento della realtà; La realtà esiste di per sé o è solo relazionale?.
[2] Già nel 1993 Fabrizio Coppola intitolava un proprio scritto La “consapevolezza”: una proprietà del “campo unificato”. Il ragionamento muove dalla ricerca fisica dell’unificazione delle forze per arrivare a ipotizzare che la coscienza possa emergere direttamente dal livello fondamentale della realtà. Si veda anche Fabrizio Coppola, Ipotesi sulla realtà.
[3] Fabio Marchesi, La fisica dell’anima.





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