Freelance e società tech: perché il rischio internazionale non è più un tema da sottovalutare

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A firma Paolo Tanfoglio, CEO di Lokky Agency

Negli ultimi anni freelance italiani, software house e società tecnologiche hanno ampliato in modo significativo il proprio raggio d’azione, lavorando sempre più spesso con clienti internazionali. La diffusione del lavoro da remoto, delle piattaforme digitali e dei servizi cloud ha reso possibile collaborare con aziende in qualsiasi paese del mondo senza la necessità di una presenza fisica sul territorio. Il fenomeno si inserisce in un contesto di più ampio respiro che vede da un lato la crescita dell’economia digitale e dall’altro quella dell’export dei servizi.

Secondo Anitec-Assinform, nel 2024 il mercato ha raggiunto un valore di 81,6 miliardi di euro, con una proiezione verso i 93 miliardi entro il 2028, e con i servizi ICT in crescita, trainati da cloud, cybersecurity e intelligenza artificiale[1]. Parallelamente SACE segnala un aumento del 14,3% delle risorse mobilitate per sostenere export e internazionalizzazione delle imprese italiane[2]. In un contesto in cui molti lavoratori qualificati operano ormai in modalità remota a livello globale, freelance e società tech italiane lavorano sempre più frequentemente nei principali mercati digitali internazionali. Ma se da un lato la possibilità di operare su scala globale rappresenta una grande opportunità per professionisti e imprese tecnologiche italiane, dall’altro, a questa apertura internazionale non sempre corrisponde un’adeguata evoluzione delle strategie di gestione del rischio. Molte realtà continuano infatti a utilizzare coperture assicurative pensate per un contesto domestico, sottovalutando le implicazioni legali, operative e finanziarie derivanti dall’attività oltre confine.

Uno dei problemi più frequenti riguarda il disallineamento tra operatività internazionale e polizze standard. Un freelance che sviluppa software per una startup canadese o una società italiana che fornisce servizi cloud a clienti statunitensi potrebbe ritenere sufficiente una normale copertura di responsabilità professionale stipulata in Italia. In realtà, molte polizze prevedono limitazioni territoriali, esclusioni specifiche o condizioni che riducono la protezione in caso di contenziosi avviati all’estero. Il rischio è spesso invisibile fino al momento in cui emerge una contestazione. Un errore nel codice, un malfunzionamento di una piattaforma o un ritardo nella consegna possono trasformarsi in richieste di risarcimento gestite secondo normative e procedure molto diverse da quelle nazionali.

La responsabilità professionale assume una dimensione particolarmente delicata quando il contratto è regolato da leggi straniere. Negli Stati Uniti, ad esempio, le richieste di risarcimento possono raggiungere importi molto elevati e includere costi legali significativi. In Canada, pur in un contesto generalmente meno aggressivo sotto il profilo del contenzioso, le diverse province applicano normative che possono incidere sulla gestione delle controversie e sulla determinazione delle responsabilità.

Incorrere in questo genere di rischi non è una possibilità remota. Un esempio su tutti è il caso CrowdStrike del luglio 2024[3], quando un aggiornamento difettoso del software di sicurezza Falcon provocò un’interruzione informatica su scala globale, coinvolgendo compagnie aeree, banche, ospedali e numerose aziende in diversi Paesi. L’episodio ha generato richieste di risarcimento e azioni legali da parte di clienti e investitori, evidenziando come un problema tecnico possa rapidamente trasformarsi in un rischio economico e reputazionale di portata internazionale. Un’interruzione del servizio che provochi perdite economiche potrebbe dare origine a una richiesta di danni superiore ai massimali normalmente previsti da una polizza professionale locale. Se il contratto prevede la competenza di un tribunale statunitense, i costi della difesa legale possono diventare rilevanti già nelle prime fasi del procedimento.

Un altro fronte spesso sottovalutato riguarda la compliance internazionale. Le imprese tecnologiche operano in un contesto sempre più regolamentato, nel quale entrano in gioco sanzioni economiche, controlli sulle esportazioni di tecnologia, restrizioni commerciali e normative sulla protezione dei dati. Un professionista italiano potrebbe fornire inconsapevolmente servizi a un soggetto presente in liste di controllo internazionali o collaborare con partner coinvolti in attività soggette a restrizioni. Anche quando non vi è una violazione intenzionale, il blocco di pagamenti, la sospensione di contratti o verifiche da parte degli istituti finanziari possono generare danni economici significativi.

Quello cyber rappresenta probabilmente il rischio transfrontaliero più evidente. Freelance e aziende tech gestiscono quotidianamente dati, credenziali di accesso, ambienti cloud e infrastrutture distribuite su più Paesi. Una violazione informatica può generare conseguenze molto diverse a seconda della provenienza dei dati coinvolti e della normativa applicabile. Un attacco ransomware che colpisca un fornitore italiano ma coinvolga ad esempio clienti canadesi o statunitensi può tradursi in richieste di notifica, obblighi di comunicazione, sanzioni e azioni legali in più giurisdizioni contemporaneamente.

Secondo l’IBM, il costo medio globale di una violazione dei dati ha raggiunto livelli record sfiorando i 4,4 milioni di dollari e confermando come gli incidenti cyber rappresentino una delle principali minacce economiche per le organizzazioni digitali[4]. Il World Economic Forum colloca inoltre gli attacchi informatici e le interruzioni delle infrastrutture digitali tra i rischi più rilevanti per le imprese a livello internazionale[5]. Anche in questo caso emerge il tema delle coperture assicurative: non tutte le polizze cyber includono servizi di risposta agli incidenti validi a livello internazionale o coprono i costi derivanti da normative estere.

L’internazionalizzazione aumenta inoltre la dipendenza da soggetti terzi. Piattaforme di pagamento, marketplace digitali, provider cloud e servizi infrastrutturali rappresentano nodi essenziali dell’operatività quotidiana. Un blocco dei pagamenti internazionali, la sospensione di un account, un problema tecnico presso un provider cloud o un’interruzione di un servizio SaaS possono fermare attività che generano fatturato in diversi Paesi contemporaneamente. Per molte realtà digitali il rischio non riguarda soltanto la perdita economica immediata, ma anche il danno reputazionale e l’impossibilità di rispettare gli accordi contrattuali sottoscritti con i clienti.

Le conseguenze di questi scenari sono concrete. Contenziosi internazionali, richieste di risarcimento, spese legali, ritardi nei pagamenti, violazioni informatiche e blocchi operativi possono mettere sotto pressione anche organizzazioni tecnologiche strutturate. Il problema principale è che molte criticità emergono soltanto quando il danno si è già verificato. In quel momento ci si accorge che la polizza non copre una determinata giurisdizione, che il massimale è insufficiente o che esistono esclusioni legate alla natura internazionale dell’attività.

In questo scenario sta cambiando profondamente il ruolo degli intermediari assicurativi. Non si tratta più soltanto di distribuire polizze standard, ma di affiancare professionisti e imprese nella valutazione dei rischi derivanti dall’operatività su scala globale. L’intermediario è chiamato a comprendere dove si trovano i clienti finali, quali normative si applicano, quali piattaforme vengono utilizzate e quali esposizioni derivano dai contratti internazionali. La costruzione di programmi assicurativi personalizzati, capaci di integrare responsabilità professionale, cyber risk, tutela legale e coperture per interruzione dell’attività, diventa sempre più centrale. Per un freelance o per una società tech italiana che lavorano con un mercato estero, la differenza non è soltanto nella scelta della polizza, ma nella capacità di identificare rischi che spesso non sono immediatamente visibili. L’espansione internazionale continuerà a rappresentare una leva di crescita fondamentale per il settore digitale italiano. Ma in un mercato senza confini, anche il rischio diventa globale: gestirlo richiede competenze adeguate e consulenza sempre più specializzata.


[1] https://www.anitec-assinform.it/pubblicazioni/il-digitale-in-italia/edizioni/il-digitale-in-italia-2025.kl

[2] https://www.sace.it/media/comunicati-e-news/dettaglio-comunicato/sace-risultati-2025–mobilitati-66-miliardi-di-euro-a-supporto-di-export-e-crescita-delle-imprese-italiane

[3] https://www.crowdstrike.com/en-us/blog/to-our-customers-and-partners/

[4] https://www.ibm.com/reports/data-breach

[5]https://reports.weforum.org/docs/WEF_Global_Risks_Report_2025.pdf?_gl=1*csu2pb*_up*MQ..*_gs*MQ..&gclid=Cj0KCQjw2_TQBhCnARIsAF3Xhzyi_i9bScyGNNDDEWB5CZDebgeTHTcYbNUUvhvvBEf78cND49Wu4kaAusFEALw_wcB&braid=0AAAAAoVy5F4kVu4QqcxxuYKND_Ta3wGMb

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