Data center, presente e futuro dell’informazione: i dati valgono più dell’oro

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La visita al data center di Fastweb-Vodafone in zona Ghisolfa e al campus di Data4 fra Cornaredo e Settimo Milanese, descritta oggi dal Corriere della Sera, apre un importante e attualissimo discorso sia sui temi ambientali, sia sui temi della sicurezza dei dati, di cui parleremo in un prossimo articolo.

Sui temi ambientali il quotidiano si pone due quesiti che stanno infiammando l’opinione pubblica sui data center: è vero che si usa molta acqua per raffreddare le sale dati? E che si consuma tantissima energia elettrica?

«No alla prima, sì alla seconda domanda – rispondono da Fastweb – Abbattiamo la temperatura dei computer usando l’acqua, certo, ma all’interno di un circuito chiuso: i 120mila litri che scorrono nelle nostre tubature sono gli stessi del 2014, quando abbiamo costruito il data center. Raffreddiamo l’acqua con i “chiller”, simili a grandi condizionatori».

Data center, il costo nascosto del digitale tra acqua, energia e benefici economici

I timori dell’opinione pubblica non sono infondati: i data center possono consumare grandi quantità di elettricità e, in determinate condizioni, anche molta acqua. Ma definirli sempre e comunque un disastro ecologico sarebbe una semplificazione. L’impatto dipende soprattutto dalla tecnologia di raffreddamento, dal clima, dalle fonti utilizzate per produrre elettricità e dalla disponibilità idrica del territorio.

Perché serve acqua

I server trasformano quasi tutta l’elettricità assorbita in calore, che deve essere continuamente allontanato. Nei sistemi con torri evaporative, l’acqua sottrae calore evaporando: è una soluzione energeticamente efficiente, ma l’acqua consumata non torna immediatamente disponibile nel bacino locale. La soluzione migliore è proprio quella prospettata da Fastweb,il recupero dell’acqua in un circuito chiuso.

Un data center di medie dimensioni, con torri evaporative, può utilizzare invece per il raffreddamento circa 1,4 milioni di litri al giorno, ma la media nasconde differenze enormi. Alcuni impianti impiegano appunto circuiti chiusi, acqua riciclata o sistemi “dry cooling”, che riducono drasticamente il prelievo. Questi ultimi, però, possono richiedere più elettricità, specialmente nei climi caldi. Inoltre bisogna conteggiare l’acqua usata indirettamente dalle centrali elettriche: secondo Reuters può rappresentare fino al 75% dell’impronta idrica complessiva di un centro dati. Eolico e fotovoltaico consumano pochissima acqua durante l’esercizio; centrali termoelettriche e nucleari ne utilizzano molta di più per il raffreddamento.

La gravità del problema è dunque territoriale: un milione di litri consumato in una regione ricca d’acqua non ha lo stesso impatto dello stesso quantitativo sottratto a una zona soggetta a siccità.

Un consumo elettrico in forte accelerazione

Secondo i dati forniti da International Energy Agency nel 2024 i data center hanno assorbito circa 415 terawattora, pari all’1,5% dell’elettricità mondiale. Il consumo è cresciuto del 12% annuo negli ultimi cinque anni e potrebbe avvicinarsi al 3% entro il 2030. Stati Uniti, Cina ed Europa rappresentano la parte predominante della domanda.

Negli Stati Uniti la concentrazione è ancora più significativa. Il Lawrence Berkeley National Laboratory stima che entro il 2030 i data center potrebbero assorbire mediamente l’11,8% dell’elettricità nazionale, con scenari compresi fra il 9,5 e il 15,3%.

L’impatto climatico dipende però dalla provenienza dell’elettricità. Un impianto alimentato prevalentemente da eolico, solare, idroelettrico o nucleare presenta emissioni operative molto inferiori rispetto a uno sostenuto da carbone o gas. Il problema è che la rapidità della domanda digitale può superare la capacità di costruire nuova energia pulita, costringendo a prolungare la vita delle centrali fossili o a installare generatori a gas dedicati.

Le critiche della stampa internazionale

Il Financial Times ha documentato la crescita dei consumi idrici di Google, Microsoft e Meta, sottolineando la contraddizione tra l’espansione dell’intelligenza artificiale e gli obiettivi ambientali dichiarati dalle grandi piattaforme. Secondo il quotidiano, nel 2023 i data center statunitensi avrebbero consumato direttamente oltre 75 miliardi di galloni d’acqua, circa 284 miliardi di litri.

Il Washington Post concentra l’attenzione sulle conseguenze locali: reti elettriche congestionate, bollette potenzialmente più alte, rumore, generatori di emergenza e impianti enormi che, nei casi maggiori, consumano quanto intere città. Il quotidiano avverte inoltre che l’acqua utilizzata sul posto rappresenta soltanto una parte dell’impronta complessiva, perché deve essere aggiunta quella necessaria a produrre l’elettricità.

Associated Press ha ripreso le stime dell’Università delle Nazioni Unite secondo cui, entro il 2030, energia, acqua ed emissioni associate ai data center potrebbero quasi raddoppiare. L’AI rappresenterebbe oggi circa un quinto dei loro consumi energetici, ma potrebbe arrivare al 40% entro la fine del decennio.

La diffidenza sta ormai producendo conseguenze politiche. Il 18 agosto 2026 la Pennsylvania ha introdotto regole più severe, chiedendo che i nuovi progetti non scarichino i costi energetici sui residenti e ricevano il consenso delle comunità interessate. Un sondaggio Reuters/Ipsos indica che soltanto il 14% degli americani accetterebbe volentieri un data center nella propria zona.

Le ragioni a favore

La stampa più favorevole invita a non confondere l’impatto complessivo del settore con quello di una singola operazione digitale. Il Washington Post ha osservato che i consumi attribuiti a una singola richiesta AI vengono spesso sovrastimati: per alcune risposte testuali recenti si parla di circa 0,3 wattora, mentre modelli complessi, immagini, video e attività agentiche richiedono molto di più. Il vero problema non è necessariamente il singolo utilizzo, ma la moltiplicazione mondiale delle applicazioni.

I sostenitori ricordano inoltre che i data center rendono possibili servizi che possono diminuire altri consumi: videoconferenze al posto di viaggi, gestione intelligente delle reti elettriche, previsione meteorologica, ottimizzazione di edifici e processi industriali. L’AI può regolare riscaldamento, ventilazione e illuminazione riducendo gli sprechi energetici.

Sul piano tecnologico stanno arrivando chip più efficienti, raffreddamento diretto a liquido, circuiti chiusi, utilizzo di acque reflue e sistemi senza evaporazione. Microsoft, per esempio, ha annunciato nuovi progetti di raffreddamento a consumo idrico operativo quasi nullo. Resta però il cosiddetto “effetto rimbalzo”: ogni miglioramento di efficienza rende l’elaborazione meno costosa e può quindi incentivarne un uso ancora maggiore.

Il giudizio finale

I data center costituiscono un problema ecologico quando:

  • sorgono in territori con scarsità d’acqua;
  • impiegano acqua potabile in sistemi evaporativi;
  • vengono alimentati da carbone o gas aggiuntivo;
  • scaricano sulla collettività i costi di potenziamento delle reti;
  • non pubblicano dati verificabili su consumi ed emissioni.

Possono invece essere compatibili con la transizione ambientale se utilizzano energia realmente decarbonizzata e aggiuntiva, acqua riciclata, sistemi di raffreddamento adeguati al territorio, recupero del calore e obblighi pubblici di trasparenza.

La conclusione più equilibrata della stampa internazionale è quindi che il data center non è ecologico per definizione, ma neppure inevitabilmente dannoso. È un’infrastruttura industriale energivora: deve essere valutata come una centrale, un’acciaieria o un grande impianto produttivo, considerando non soltanto l’efficienza interna, ma anche il suo effetto sulle risorse e sulle comunità circostanti.

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