Ddl caregiver, il riconoscimento non basta: il nodo dei servizi e dei minori che assistono i familiari

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Il disegno di legge sui caregiver familiari compie un passo importante: porta finalmente verso una disciplina nazionale una figura che per anni è rimasta affidata a norme frammentarie e interventi regionali. Secondo CARER ETS, tuttavia, gli emendamenti approvati dalla Commissione Affari sociali della Camera non modificano il limite fondamentale del provvedimento: riconoscono chi assiste, ma non trasferiscono una parte sufficiente del carico di cura dalla famiglia ai servizi pubblici.

La Commissione ha concluso il proprio esame il 16 settembre 2026 e il testo è atteso in Aula alla Camera il 2 ottobre. Il provvedimento non è quindi ancora legge e potrà essere ulteriormente modificato durante l’iter parlamentare.

Il giudizio di CARER ETS non è isolato. Diverse organizzazioni riconoscono al disegno di legge il merito di introdurre, per la prima volta, una disciplina nazionale organica, ma contestano l’impostazione prevalentemente economica e i criteri considerati troppo selettivi.

Criteri troppo selettivi

Cittadinanzattiva ha parlato di una normativa che rischia di «burocratizzare la fatica del caregiver», trasformando il riconoscimento in un percorso fatto di soglie, certificazioni e verifiche. L’organizzazione chiede che il sostegno non dipenda soltanto dall’ISEE e che il caregiver sia inserito stabilmente nei livelli essenziali delle prestazioni sociali, con servizi di sollievo, assistenza domiciliare e autentiche tutele lavorative.

La posizione più dura arriva da Caregiver Familiari Uniti. Secondo la presidente Alessandra Corradi, ampliare la platea senza aumentare adeguatamente le risorse rischia di ridurre il contributo a una somma simbolica. L’associazione domanda sostegno psicologico, personale domiciliare qualificato, periodi di sollievo, coperture previdenziali e condizioni di lavoro compatibili con l’assistenza.

La Rete Caregiver Familiari Comma 255 concentra invece l’attenzione sui minorenni. Riconoscere l’esistenza dei giovani caregiver è necessario, ma inserirli formalmente fra coloro che prestano assistenza potrebbe finire per legittimare un compito che dovrebbe spettare agli adulti e ai servizi pubblici. La priorità, secondo questa impostazione, deve essere liberare bambini e adolescenti dal carico di cura, proteggendone studio, relazioni e sviluppo personale.

Anche Nessuno è Escluso considera insufficienti gli emendamenti. Il vicepresidente Fortunato Nicoletti giudica inaccettabile che, con il meccanismo di riduzione progressiva, il sostegno possa scendere fino a poche decine di euro mensili. L’associazione riconosce tuttavia l’importanza di arrivare finalmente a una legge nazionale, purché non si riduca a un riconoscimento nominale.

Più equilibrata la valutazione dell’Autorità garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità. Il presidente Maurizio Borgo ha definito il provvedimento una base importante, chiedendo però criteri meno rigidi e protezioni maggiormente personalizzate.

Sul piano internazionale, Eurocarers considera la legge un passo significativo verso il superamento della frammentazione regionale. La rete europea apprezza la definizione unitaria del caregiver, il riconoscimento delle competenze e le misure per conciliare assistenza, studio e lavoro. Segnala però come criticità i requisiti di convivenza o prossimità, i vincoli di parentela, l’esclusione di numerose situazioni familiari e la combinazione fra soglie assistenziali e reddituali.

La CISL vede nell’esame parlamentare l’occasione per correggere i limiti emersi durante il confronto con il Governo e arrivare comunque a una normativa nazionale attesa da anni. La posizione sindacale appare quindi più costruttiva: non respingere il testo, ma rafforzare diritti previdenziali, permessi, flessibilità lavorativa e servizi territoriali.

Modifiche sì, ma risorse invariate

Il relatore Luciano Ciocchetti ha ammesso che, nell’attuale fase, non è stato possibile aumentare le risorse, rinviando l’eventuale rafforzamento finanziario alla legge di Bilancio. È proprio questo il punto politico centrale: quasi tutti riconoscono l’utilità di una legge, ma associazioni e rappresentanti delle famiglie temono che, senza investimenti aggiuntivi, il riconoscimento giuridico non riduca concretamente il peso dell’assistenza.

Il terreno comune è dunque chiaro: il caregiver deve essere riconosciuto, ma non trasformato nel sostituto gratuito dei servizi pubblici. E nel caso dei minorenni l’obiettivo non può essere remunerare il lavoro di cura, bensì individuare precocemente queste situazioni e restituire ai ragazzi il diritto di essere figli, studenti e adolescenti.

Tra le modifiche approvate figura l’innalzamento da 15.000 a 25.000 euro della soglia ISEE per accedere al contributo economico. L’ampliamento della platea rappresenta in linea teorica un miglioramento, ma l’importo diminuisce progressivamente oltre i 15.000 euro. Secondo le stime richiamate da CARER, con un ISEE vicino ai 24.000 euro il beneficio potrebbe ridursi a circa 40 euro mensili.

Il sostegno massimo resta pari a 1.200 euro per trimestre, cioè 400 euro al mese, ed è destinato principalmente al caregiver convivente con un impegno assistenziale di almeno 91 ore settimanali e un reddito da lavoro estremamente limitato. Le risorse previste dal testo originario ammontano a circa 248 milioni nel 2027 e poco più di 250 milioni negli anni successivi, configurandosi come un limite complessivo di spesa.

È su questo punto che si concentra una delle critiche più forti. Estendere il numero dei possibili beneficiari senza aumentare adeguatamente il finanziamento può determinare una riduzione degli importi effettivamente erogati. Inoltre, 400 euro mensili, rapportati a un minimo di 91 ore di assistenza alla settimana, equivalgono a poco più di un euro per ogni ora di cura.

Il problema dei caregiver non conviventi

Un altro emendamento amplia da 25 a 40 chilometri la distanza massima fra i comuni di residenza del caregiver non convivente e della persona assistita. Per CARER si tratta di una correzione soltanto apparente: la distanza geografica non misura né la continuità né l’intensità dell’assistenza.

Un figlio può percorrere quotidianamente più di 40 chilometri per aiutare un genitore anziano, coordinare terapie, visite e pratiche amministrative. Al contrario, una persona residente nello stesso comune potrebbe prestare un’assistenza molto più limitata. Secondo l’associazione, il riconoscimento dovrebbe dunque basarsi sull’attività realmente svolta, non sulla convivenza o su un confine chilometrico.

Servizi di sollievo ancora insufficienti

Il punto centrale della contestazione è che il disegno di legge quantifica il lavoro familiare in ore, ma non garantisce contestualmente una rete nazionale di prestazioni capace di ridurlo. Mancano, secondo CARER, finanziamenti adeguati per assistenza domiciliare, sostituzione temporanea del caregiver, sostegno psicologico, formazione, emergenze familiari e servizi di sollievo.

«È un testo di legge che continua a dire alle famiglie: arrangiatevi e alle Regioni: date servizi ai caregiver, ma senza risorse trasferite dallo Stato», afferma l’associazione. CARER sintetizza così il proprio giudizio: il provvedimento «non riduce il carico di cura, non elimina le discriminazioni, non costruisce servizi e non sostiene realmente i caregiver».

Il rischio è anche quello di ampliare le differenze territoriali. Se le prestazioni dipendono prevalentemente dalle capacità finanziarie e organizzative di Regioni e Comuni, il diritto al sostegno continuerà a cambiare in base al luogo di residenza. Il riconoscimento nazionale dovrebbe essere accompagnato da livelli essenziali delle prestazioni, standard uniformi e risorse vincolate.

Caregiver minorenni, una realtà ancora sommersa

Particolarmente delicata è l’apertura ai caregiver minorenni, inizialmente esclusi dalla definizione governativa perché la figura era circoscritta agli adulti. Il loro riconoscimento rompe un’invisibilità storica, ma pone una questione fondamentale: riconoscere un minore che presta assistenza non deve significare legittimare il trasferimento su di lui di responsabilità proprie degli adulti e dei servizi sociali.

I young carers sono bambini e adolescenti che aiutano stabilmente un genitore, un fratello, un nonno o un altro familiare con disabilità, patologie croniche, disturbi psichici o dipendenze. Possono occuparsi della casa, sorvegliare la persona fragile, somministrare farmaci, accompagnarla alle visite, tradurre comunicazioni sanitarie oppure fornire sostegno emotivo.

Le dimensioni del fenomeno sono difficili da misurare. La principale indagine Istat sui caregiver considera infatti persone dai 18 anni in su, lasciando fuori proprio i minorenni. Per la fascia tra 15 e 24 anni è stata stimata una presenza di circa 391.000 giovani caregiver, pari al 6,6% della popolazione della stessa età; il dato comprende però anche giovani adulti e non fotografa pienamente la situazione dei bambini e degli adolescenti.

Una rilevazione condotta nel 2024 in 41 scuole dell’area metropolitana di Bologna ha individuato un elevato carico di cura nel 13,3% dei 5.314 studenti coinvolti. Il risultato non può essere esteso automaticamente all’intero Paese, ma conferma che il fenomeno potrebbe essere molto più diffuso di quanto emerga dalle statistiche nazionali.

Non bastano assenze giustificate e flessibilità scolastica

Il caregiver minorenne rischia stanchezza cronica, isolamento, difficoltà nello studio, assenze, abbandono scolastico e problemi psicologici. Le analisi europee collegano i livelli più elevati di responsabilità assistenziale a maggiori difficoltà scolastiche, bullismo e peggiore salute mentale.

Servono quindi procedure che consentano a scuole, medici e servizi sociali di individuare precocemente queste situazioni, garantendo ascolto psicologico, tutoraggio, flessibilità didattica e protezione dalla discriminazione. Ma le agevolazioni scolastiche, da sole, non risolvono il problema: devono essere accompagnate dall’assistenza domiciliare alla persona fragile, affinché il ragazzo possa tornare a essere soprattutto uno studente, non il sostituto di un operatore sociosanitario.

Il punto decisivo è proprio questo. Una legge efficace non dovrebbe limitarsi a certificare quante ore una persona dedica alla cura. Dovrebbe stabilire quante di quelle ore il sistema pubblico è in grado di restituirle attraverso servizi, sostituzioni, assistenza professionale e sostegni economici dignitosi. Nel caso dei minorenni, l’obiettivo deve essere ancora più netto: riconoscere la loro situazione per liberarli da un carico eccessivo, non per istituzionalizzarlo.

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Paolo Brambilla, Consigliere dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è direttore responsabile de "La Mia Finanza" e di "Trendiest Media Agenzia di stampa". Laureato a pieni voti in Economia e Commercio alla Bocconi (qualche decennio fa) con un breve Master a Harvard e un corso di copywriting a Berkeley, è membro attivo di numerosi club, fra i quali il "Rotary Club Milano Porta Vercellina" e il "Cambridge University Yacht Club". Rappresenta l'Italia a Bruxelles nell'associazione "Better Finance" a tutela di investitori e risparmiatori.
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