Stagione yachting 2026-2027. Umberto Felci, architetto navale: «Siamo solo all’inizio»
Intervista di Laura Damiola —
Quindici, diciotto, ventiquattro metri, sempre più lunghi… Fin dove arriverà l’inflazione delle dimensioni nel settore della nautica di lusso?
È questa la domanda principale che abbiamo posto a Umberto Felci al Cannes Yachting Festival, davanti alla sua ultima creazione: un cruiser di 80 piedi la cui eleganza non passa inosservata. Le sue risposte riflettono la maestria e lo stile di uno degli architetti navali più riconosciuti, rigorosi ed eclettici del nostro tempo.

Architetto Felci, siamo davanti alla sua ultima opera, un vero colpo di scena per il mondo della nautica. Questo ICE 80 rappresenta il culmine di trent’anni di carriera e dell’evoluzione delle barche a vela?
Trent’anni sono tanti e l’evoluzione è stata notevole. C’è stata un’esplosione delle dimensioni e poi, forse adesso, per la prima volta, percepisco un ritorno verso barche più “piccole”.
Dopo aver ricercato il gigantismo, le dimensioni e i volumi sempre maggiori, alcuni armatori di barche a vela stanno cominciando a chiedere un downsizing. Vogliono una qualità molto elevata e non sono più interessati soltanto alle dimensioni. C’è un ritorno alla qualità assoluta e all’attenzione per ogni dettaglio.

Pensa che ci sia anche un ritorno alla performance pura?
Non esattamente. La ricerca della performance è interessante, ma non rappresenta più il fattore determinante. Certamente è ideale che una barca a vela ben progettata e costruita offra anche prestazioni elevate. Oggi, però, per ottenere maggiore velocità non si è più disposti a sacrificare comodità, maneggevolezza e sicurezza.
Si è invece disposti a rinunciare a qualche metro per ottenere una qualità superiore. È la prima volta che accade nella storia della nautica da diporto.
Come si tradurrà concretamente questa controtendenza, ancora appena percettibile nei saloni nautici dell’autunno 2026?
Un acquirente che potrebbe comprare un 60 piedi, cioè circa 18 metri, con finiture più o meno elevate, oppure anche usato, sarà probabilmente più attratto da un 50 piedi, tre metri più corto, ma costruito secondo i più alti standard: insomma, come Dio comanda.
Lo deduco dalla nostra collaborazione con ICE e con altri cantieri, come Dufour. Questa nuova tendenza sta emergendo dalle conversazioni con costruttori e armatori. È la richiesta che arriva fino a noi e cerco sempre di percepire i cambiamenti con un certo anticipo.
Il dialogo è sempre stato centrale nella mia visione, perché permette di conciliare le scelte progettuali con le esigenze e i vincoli della produzione, senza compromettere l’integrità tecnica del risultato finale. Noi architetti e i cantieri navali abbiamo il dovere di anticipare le tendenze e comprendere ciò che ci aspetta.
Questa esigenza qualitativa riguarda anche i più piccoli dettagli del layout: dal pozzetto comodo e progettato su misura alla scaletta di accesso al salone. Non è più accettabile installare una scala senza considerarne l’inclinazione e il numero dei gradini, rischiando che lo skipper o il comandante si sloghi un ginocchio se non è un atleta in perfetta forma fisica.
Potremmo definirlo un cambiamento generazionale?
In ogni caso, l’era del velista puro e duro è finita. La generazione dei “marinai intrepidi”, degli “uomini veri” per i quali in mare andava bene tutto, indipendentemente dal comfort, è sostanzialmente scomparsa dal mercato attuale.
Oggi, più delle dimensioni dello scafo, conta come le cose vengono progettate e costruite. È nostro compito progettarle al meglio, perché tutto parte dal progetto. Un brutto progetto costruito bene rimane qualcosa di brutto, così come un bel progetto costruito male.
È quindi importante unire i due aspetti: scale correttamente dimensionate, altezze adeguate e un’assistenza al cantiere che permetta di costruire bene. Non esiste più un’utenza molto ampia: il mercato si è spostato verso la fascia alta, i costi sono aumentati e i clienti, pur essendoci, pretendono una qualità impeccabile. Cercano lo spirito e la visione che stanno alla base della concezione e della costruzione del progetto.
Il mercato di riferimento si restringe in proporzione all’aumento dei costi.
C’è un ritorno allo spirito dei marchi di riferimento, caratterizzati da un’immagine senza tempo, come Amel o Hallberg-Rassy?
Esatto. E perché non ricordare anche gli yacht Baltic di una volta, come il Baltic 35, che ancora oggi si trovano sul mercato dell’usato? Questa attitudine si spiega con lo spostamento complessivo del mercato verso la fascia alta. È la mia visione e la condivido pienamente.
Questa visione si riflette anche in Dufour, un marchio meno elitario e più attento agli aspetti economici, di cui lei rappresenta da tempo la firma stilistica?
Sì. Si riflette in Dufour così come nella classe Platinum di ICE, della quale abbiamo progettato l’ammiraglia, l’ICE 80.
Naturalmente, da Dufour i modelli sono più piccoli, come il nuovo Dufour 39, lungo circa 12 metri: uno dei quasi dieci nuovi modelli per la stagione 2026-2027 che abbiamo progettato e che presentiamo qui in anteprima mondiale.
Tuttavia, sia per Dufour sia per ICE, le esigenze qualitative del cliente, naturalmente proporzionate al suo budget, rappresentano il criterio principale. I progetti devono essere sempre più raffinati: i potenziali acquirenti desiderano che le barche a vela offrano un comfort paragonabile a quello di un piccolo appartamento.
Cosa possiamo imparare dalla vicinanza tra due imbarcazioni come il Dufour 39 e l’ICE 80 Platinum, ormeggiate praticamente una accanto all’altra a Cannes, sapendo che la seconda è grande il doppio della prima ma costa più di venti volte tanto?
Dimostra che la forbice tra le diverse fasce di clientela degli yacht a vela si sta ampliando vertiginosamente. Tra l’altro, l’ICE 80 attualmente in esposizione è già stato venduto e altri due esemplari sono in costruzione.
A mio parere, questo potrebbe significare che ci stiamo avvicinando soltanto alla punta dell’iceberg. Personalmente credo che chiunque acquisti oggi una barca a vela nuova abbia effettivamente i mezzi per permettersela. Anche un Dufour di queste dimensioni ha infatti un costo considerevole: stiamo parlando di circa 300.000 euro, il prezzo di un appartamento che una giovane coppia farebbe fatica ad acquistare. È questa la realtà.
Per una cifra simile, una barca deve offrire un ambiente confortevole e una bella esperienza di navigazione, proprio come una vera automobile sportiva. Parliamo del prezzo di una Ferrari attuale, senza contare i costi aggiuntivi di ormeggio e manutenzione.
L’ICE 80 Platinum compete anche con Nautor Swan, punto di riferimento dell’altissima gamma. Avete quindi raggiunto il vertice?
(Umberto Felci ride). Non sta a me dirlo: spetta a voi deciderlo.
Ciò che posso confermare, senza timore di essere smentito, è che il cantiere italiano ICE, fondato nel 2012 da Marco Malgara, amministratore delegato e proprietario, è tranquillamente alla pari con Swan per tecnologia e qualità della costruzione navale.
Quanto alle prestazioni, abbiamo provato l’imbarcazione durante una breve navigazione nella baia di Cannes, con un vento compreso tra 16 e 18 nodi. Ha raggiunto una velocità di 11 nodi di bolina, per dare un riferimento agli appassionati di regate.
Poi, naturalmente, ognuno ha i propri gusti e le proprie preferenze. Credo sinceramente che il nostro progetto possieda un tocco di eleganza davvero notevole.
La pressione del marketing sull’ispirazione del progettista è forte? Può arrivare a influenzare persino la forma degli scafi?
A volte è persino opprimente, perché può costringerti a fare ciò che il mercato richiede, anche quando questo conduce a errori evidenti. Molte volte mi sono ribellato e ho rifiutato di seguire determinati orientamenti, anche a costo di perdere alcuni contratti.
Quando ero più giovane non potevo permettermelo; oggi mi sento libero di dire di no.
Per quanto riguarda le linee d’acqua, mi attengo sempre agli stessi principi: creare uno scafo efficiente e facile da manovrare, senza compromettere mai la sicurezza nella ricerca della velocità e della bellezza. Questo è il fondamento della mia filosofia progettuale; tutto il resto ne consegue naturalmente.
Ne sono un esempio le chiglie progressive del Dufour 39 e di altri modelli, progettate per offrire maggiore spazio abitativo, oppure la particolare inclinazione dello scafo dell’ICE 80, che contribuisce alla sua eleganza.
Ha in cantiere un nuovo progetto?
Sì. A titolo puramente personale e senza un cliente specifico, sto lavorando a una navetta a motore. Premetto che non ho mai progettato motoscafi, ma l’idea di una navetta dislocante mi affascina molto: non più veloce di una barca a vela, ma comunque motorizzata.
Immagino una sorta di panfilo come quelli che si vedono nei vecchi film: lungo ed elegante, capace di coniugare efficienza e sostenibilità.
Non ho mai amato particolarmente le barche a motore, ma penso a coloro che vogliono continuare a navigare senza possedere una specifica esperienza velica. Potrebbe nascere una nuova clientela, forse proveniente proprio dal settore degli yacht a motore: un ampio bacino di potenziali nuovi armatori.
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