Il lungo e tortuoso percorso del quantitative easing

Mark Burgess -

Il quantitative easing (QE) si è tradotto nel forte indebitamento di economie sviluppate e ha dato esiti più o meno soddisfacenti.

Forum Retail 2026, Milano, SuperStudio Piu, 11-12 novembre 2026

Gli esperti avvertono che il ritiro del QE potrebbe causare un aumento della volatilità sui mercati e una lotta tra le banche per assicurarsi la restante liquidità nel momento in cui l’offerta di titoli di Stato inizierà ad assottigliarsi.

Il QE ha assolto il suo compito di salvagente per molte delle principali economie e ora le banche centrali devono tornare a riavvicinarsi ai normali livelli pre-crisi, in modo da premunirsi adeguatamente in vista della prossima inevitabile crisi.

Lugano Finance Forum, 24 novembre 2026, Palazzo dei Congressi, Lugano - media partner Lamiafinanza.it

I motivi a favore del ricorso al quantitative easing (QE) e la sua efficacia sono stati oggetto di lunghe e approfondite analisi; in questo documento Mark Burgess esamina le prossime probabili mosse delle banche centrali e il loro potenziale impatto sui mercati.

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Il QE ha fatto per la prima volta la sua comparsa nel 2001, quando la Bank of Japan (BoJ) ha cominciato per prima ad acquistare titoli di Stato finanziando gli acquisti tramite la creazione di riserve bancarie. Ciò è avvenuto quando i tassi d’interesse nominali sono scesi in prossimità del presupposto limite inferiore, costringendo la BoJ ad adottare nuove misure di stimolo dell’economia. In seguito alla crisi finanziaria globale, le banche centrali di Stati Uniti, Regno Unito ed Europa sono state costrette a seguire le orme della BoJ, inondando di liquidità il sistema bancario al fine di evitarne il tracollo.

Queste misure hanno causato una serie di conseguenze (più o meno volute) con cui si dovranno prima o poi fare i conti. Nel complesso, il QE ha causato il forte indebitamento di economie sviluppate e ottenuto esiti più o meno soddisfacenti a seconda dell’entità delle distorsioni o degli attriti nel funzionamento dei diversi mercati.

A distanza di un decennio dall’inizio della crisi è arrivato il momento di interrogarsi sul futuro dopo il QE. Sebbene la decisione di implementare il QE nei mercati sviluppati sia stata pressoché uniforme, i metodi utilizzati sono stati variegati e quindi anche gli approcci per ritirare il QE negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Europa e in Giappone saranno diversi. In termini di impatto generale, i recenti programmi di QE hanno determinato un calo dei tassi di sconto, un indebolimento delle valute e un contesto favorevole alle attività rischiose. Alcuni studi della Bank of England (BoE) ne hanno inoltre dimostrato i forti effetti positivi di contagio internazionale. Si può quindi ragionevolmente supporre che, nel nostro mondo interconnesso, qualsiasi ritiro del QE avrebbe ripercussioni su scala internazionale.

Nel complesso, la normalizzazione post-QE attira sempre più attenzione. Gli esperti, compreso l’FMI, avvertono che il ritiro del QE potrebbe causare enormi fibrillazioni accompagnate da un aumento della volatilità sui mercati e dalla lotta tra le banche per assicurarsi la restante liquidità nel momento in cui l’offerta di titoli di Stato inizierà ad assottigliarsi. È difficile evitare che l’inizio del tapering provochi ondate di vendite. Tuttavia se l’inflazione non arriverà alle stelle, le azioni potrebbero rimanere per qualche tempo relativamente indenni.

Il QE ha assolto il suo compito di salvagente per molte delle principali economie e ora le banche centrali devono tornare a riavvicinarsi ai normali livelli pre-crisi, in modo da premunirsi adeguatamente in vista della prossima inevitabile crisi. Gli istituti centrali non vorranno inoltre tenere i tassi artificialmente bassi, giacché questo potrebbe causare problemi più gravi, creando ad esempio una bolla sui mercati obbligazionari. I mercati dei titoli di Stato dei paesi sviluppati mostrano già segnali di una tale bolla, come ha affermato Jim Cielinski. Ma se i tassi d’interesse reali fossero sproporzionatamente bassi, non si dovrebbero osservare indizi di inflazione e di un’eccessiva assunzione di prestiti? O forse no, vista la persistente cautela degli investitori dopo la crisi finanziaria globale e la forte reazione dei mercati alle notizie dei fallimenti bancari? Le banche centrali dovrebbero forse sfruttare l’enfasi posta dai media sulla politica per effettuare qualche rialzo dei tassi senza dare troppo nell’occhio e riducendo le dimensioni dei propri bilanci mentre i riflettori si concentrano sui politici.

È incoraggiante leggere, nel BoE working paper del 2016 di Haldane et al., che le successive ondate di QE non sono state meno efficaci, un’informazione che potrebbe in futuro costituire uno strumento utile, anche se Janet Yellen, rivolgendosi al Senate Banking Committee nella sua relazione semestrale al Congresso, ha sottolineato che “non intendiamo utilizzare le oscillazioni del bilancio come strumento attivo di gestione della politica monetaria”. Vedremo fino a quando la Fed rispetterà tale intenzione. Finora il QE ha comunque aiutato in qualche modo i mercati a rimettersi in piedi, ma dovrà essere ritirato se le banche centrali desiderano in futuro potervi nuovamente ricorrere.


Mark Burgess – Chief Investment Officer EMEA e Responsabile azionario globale – Columbia Threadneedle Investments

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