Private equity: il collegamento tra lungo termine e resilienza, con uno sguardo al Sud Europa

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Nel bel mezzo dell’attuale crisi, il private equity si è rivelato uno strumento indispensabile per sostenere le imprese nel loro percorso di sviluppo sostenibile. Più che mai, le strategie di investimento per la rigenerazione delle aree urbane degradate e delle infrastrutture socio-ambientali, così come la regionalizzazione delle catene del valore, sono temi che devono essere al centro dell’attenzione.

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Il private equity si trova nelle condizioni migliori per affermarsi come un percorso verso il mondo di domani – un cammino che speriamo possa fornire una crescita sostenibile, equa e resiliente.

Indipendentemente dallo scenario economico, il vantaggio principale di un’asset class come il private equity è da rintracciarsi nel suo approccio a lungo termine, che la tuteli dalle decisioni affrettate e dalla volatilità proprie degli asset quotati. Il settore beneficia anche della fiducia degli investitori o dei Limited Partners (LP) che cercano di diversificare i propri asset in un contesto di tassi di interesse bassi o addirittura negativi. Tanto che i gestori di fondi o i General Partner (GP) hanno raggiunto una quota record di quasi 2.000 miliardi di dollari di dry powder” prima della crisi. Proprio in quanto tali dispongono di ampie riserve non solo a sostegno dei portafogli, ma anche per cogliere le opportunità di acquisizione e ricapitalizzazione nel caso di una flessione dei prezzi o di peggioramento delle condizioni. Non è neanche il momento di ridurre le posizioni; in una recente indagine di Private Equity International solo il 5% degli intervistati ha dichiarato di voler ridurre i propri portafogli sul mercato secondario.

Un rapporto stretto con le aziende

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Il settore del private equity è oggi molto più maturo di quanto non fosse nel biennio 2008-2009, con team di investimento specializzati ed esperti che hanno affinato le proprie competenze tecniche, finanziarie e manageriali. Questi professionisti si impegnano a mantenere stretti rapporti con le società in cui investono, partecipando ai consigli di amministrazione, contribuendo alle decisioni gestionali e strategiche e acquisendo forti diritti attraverso patti parasociali. Ne deriva una governance migliore, una solida capacità operativa e la condivisione delle best practice tra le varie società in portafoglio.

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Tuttavia, se il private equity aspira a ricoprire un ruolo di primo piano nella fase di “ricostruzione” post-lockdown, deve evitare strategie a breve termine guidate dalla speculazione. Dovrebbe invece concentrarsi su strategie di crescita realizzabili e su aziende che abbiano in sé il potenziale per trasformarsi, per creare valore senza ricorrere eccessivamente alla leva finanziaria e per generare flussi di cassa ricorrenti.

Andare oltre l’ESG per mettere al centro della gestione del rischio il concetto di impact investing

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Anche se la redditività rimarrà fondamentale, i temi d’investimento più interessanti per il futuro saranno quelli che tengono conto di tutte le “esternalità” e che riflettono una profonda comprensione dell’impatto che l’uomo esercita sul mondo che lo circonda. I criteri ambientali, sociali e di governance (ESG) devono diventare un vero e proprio strumento di gestione del rischio per garantire la stabilità del portafoglio e non rimanere semplicemente uno strumento di compliance o di marketing. Nei prossimi mesi e anni, il private equity avrà quindi un ruolo fondamentale per soddisfare le crescenti esigenze non solo in termini di telecomunicazioni e di infrastrutture sociali, in particolare il segmento destinato ai cittadini anziani, ma anche in termini di infrastrutture ambientali. Ciò vale per la gestione delle acque e dei rifiuti, la decontaminazione del suolo per ridurre la pressione sui terreni coltivabili, o per trovare soluzioni efficaci all’espansione urbana, promuovendo una mobilità soft e la diversità urbana. Queste risorse forniranno inoltre ai governi un mezzo per facilitare la ripresa economica attraverso un maggiore ricorso a partenariati tra pubblico e privato.

I limiti del modello di globalizzazione

Inoltre, se da un lato la crisi ha confermato l’importanza dell’innovazione tecnologica nei settori legati alla sanità, all’istruzione e alla digitalizzazione, dall’altro ha evidenziato gli eccessi della globalizzazione e la necessità di una regionalizzazione. Le filiere devono essere ridefinite in modo da ottenere una maggiore autonomia regionale e un aumento degli scambi interregionali in un mondo tripolare (Nord America-Asia-Europa). A questo proposito, l’Europa meridionale (Spagna, Portogallo, ecc.) e la regione MENA (Medio Oriente e Nord Africa), in particolare il Marocco, avranno innegabilmente un ruolo chiave come alternativa alle regioni più lontane, soprattutto l’Asia. La regionalizzazione delle catene di valore e il ricolloccamento di alcuni settori con significativo valore aggiunto (in France e nell’Europa occidentale con l’obiettivo di ribilanciare le aree di produzione, deve avere la precedenza rispetto al modello globalizzato che ha raggiunto il proprio limite. Il nostro obiettivo è quello di contribuire a queste trasformazioni dedicando l’energia e il tempo necessari per garantirne il successo.

Lugano Finance Forum, 24 novembre 2026, Palazzo dei Congressi, Lugano - media partner Lamiafinanza.it

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