La transizione energetica e il rischio di un “vuoto di sistema”

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L’uscita disordinata dai combustibili fossili può rallentare, non accelerare, il passaggio alle rinnovabili

Mentre governi e imprese aumentano gli investimenti in energie rinnovabili, una parte crescente della comunità economica ed energetica mette in guardia da un rischio meno visibile ma potenzialmente destabilizzante: la mancanza di una strategia chiara per il phase-out dei combustibili fossili. Senza una pianificazione ordinata della dismissione di petrolio, gas e carbone, la transizione potrebbe trasformarsi in una crisi di offerta, con effetti contrari agli obiettivi climatici e un paradossale allungamento dei tempi verso l’energia verde.

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È una preoccupazione che negli ultimi mesi ha trovato spazio nei commenti dei principali quotidiani finanziari internazionali e nei report delle grandi istituzioni energetiche, sempre più allineati su un punto: non basta costruire il nuovo, se non si governa l’uscita dal vecchio.

Il nodo: perché “spegnere” i fossili è più complesso che accendere le rinnovabili

Secondo le analisi di International Energy Agency, il sistema energetico globale resta oggi strutturalmente dipendente dai combustibili fossili per la stabilità delle reti, per la produzione industriale e per settori difficilmente elettrificabili nel breve periodo. Il problema non è solo tecnologico, ma sistemico: raffinerie, gasdotti, centrali termoelettriche e filiere logistiche non sono “interruttori” che si possono spegnere senza conseguenze.

Il Financial Times ha più volte sottolineato che una ritirata troppo rapida o mal coordinata degli investimenti nei fossili può portare a carenze di offerta nel breve periodo, volatilità dei prezzi dell’energia, ritorno temporaneo a fonti più inquinanti (come il carbone) e freni politici e sociali alla transizione stessa.

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In questo senso, il rischio non è tanto climatico quanto macroeconomico e geopolitico.

Il paradosso degli investimenti: meno fossili oggi, più emissioni domani?

Una delle tesi più dibattute è quella del cosiddetto “investment gap”. Se gli investimenti in petrolio e gas vengono tagliati più velocemente di quanto crescano le alternative verdi e le infrastrutture di supporto (reti, accumuli, flessibilità), il sistema rischia di entrare in tensione.

Secondo commentatori di Financial Times, questo scenario potrebbe produrre un effetto controintuitivo:
prezzi energetici elevati → pressione politica → rallentamento delle politiche climatiche → ritorno a soluzioni di emergenza ad alta intensità di carbonio.

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È quanto già osservato durante la crisi energetica del 2021-2022, quando la scarsità di gas ha spinto diversi Paesi europei a riaprire centrali a carbone, nonostante gli impegni climatici.

Infrastrutture e “lock-in”: il rischio opposto

Dall’altra parte dello spettro c’è il timore opposto: continuare a investire troppo a lungo nei fossili crea un lock-in infrastrutturale, cioè asset che dovrebbero restare in funzione per decenni per essere economicamente sostenibili, rallentando la decarbonizzazione.

Qui la linea di equilibrio è sottile. Come osserva Bank for International Settlements, la transizione richiede una sequenza ordinata:

  1. sviluppo massiccio di rinnovabili, storage e reti,
  2. mantenimento controllato della capacità fossile esistente,
  3. dismissione graduale e pianificata, con strumenti di compensazione economica e sociale.

Saltare uno di questi passaggi aumenta il rischio di shock sistemici.

Il fattore sociale e politico: transizione senza consenso

Un altro elemento spesso trascurato è quello sociale. La chiusura improvvisa di impianti fossili senza alternative occupazionali e industriali può generare resistenze politiche che finiscono per bloccare l’intera agenda climatica.

Il Wall Street Journal ha evidenziato come negli Stati Uniti e in Europa il consenso verso la transizione diminuisca rapidamente quando aumentano le bollette e l’energia diventa instabile. Così l’industria perde competitività.

In questo contesto, una transizione percepita come “disordinata” rischia di diventare politicamente insostenibile, alimentando movimenti contrari alle politiche green.

La chiave: pianificare il “decommissioning” dei fossili

Gli esperti convergono su un punto centrale: la transizione non è solo un problema di capex verde, ma anche di exit strategy. Pianificare la dismissione dei combustibili fossili significa definire timeline credibili per la chiusura degli impianti, coordinare investimenti pubblici e privati e gestire gli asset stranded senza destabilizzare i bilanci, con una politica di accompagnamento di territori e lavoratori nel cambiamento.

Secondo International Monetary Fund, una transizione ben governata riduce il costo complessivo nel lungo periodo, mentre una transizione caotica rischia di essere più costosa, più lunga e meno efficace dal punto di vista climatico.

Il rischio non è accelerare troppo, ma accelerare male

Il messaggio che emerge dal dibattito internazionale è chiaro: la transizione energetica non fallirà per eccesso di ambizione, ma per difetto di pianificazione. Senza una strategia esplicita per l’uscita dai combustibili fossili, il mondo rischia di trovarsi in un limbo energetico, dove il vecchio sistema viene indebolito prima che il nuovo sia davvero pronto a sostituirlo.

In altre parole, il punto non è scegliere tra fossili e rinnovabili, ma governare il passaggio tra i due mondi. E farlo in modo ordinato, credibile e socialmente sostenibile potrebbe essere il fattore decisivo per evitare che la transizione verde si trasformi nel suo contrario.

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Paolo Brambilla, Consigliere dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è direttore responsabile de "La Mia Finanza" e di "Trendiest Media Agenzia di stampa". Laureato a pieni voti in Economia e Commercio alla Bocconi (qualche decennio fa) con un breve Master a Harvard e un corso di copywriting a Berkeley, è membro attivo di numerosi club, fra i quali il "Rotary Club Milano Porta Vercellina" e il "Cambridge University Yacht Club". Rappresenta l'Italia a Bruxelles nell'associazione "Better Finance" a tutela di investitori e risparmiatori.
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Gli articoli pubblicati su questa testata rispettano la normativa europea (AI Act) e i principi deontologici dell’Ordine dei Giornalisti. L’utilizzo costante dell’intelligenza artificiale permette la corretta verifica delle fonti e la creazione di una traccia che tenga conto dei temi più significativi. Nessun articolo può essere pubblicato autonomamente dall’intelligenza artificiale: ogni autore interviene personalmente non solo nella fase della scrittura dell’articolo, ma anche nella verifica della veridicità di notizie e dati riportati.

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