AI, potere e deregulation: perché i “tech bros” hanno fermato l’ordine esecutivo di Trump
Dietro il rinvio improvviso del provvedimento sull’intelligenza artificiale emerge uno scontro sempre più evidente tra Casa Bianca, Big Tech e strategia geopolitica contro la Cina
Siamo di fronte a molto più di un semplice rinvio amministrativo. Il nuovo posizionamento di Trump mostra con chiarezza una delle tensioni centrali della nuova economia politica americana: chi controlla davvero lo sviluppo dell’intelligenza artificiale? Lo Stato oppure le grandi piattaforme tecnologiche?
Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, Donald Trump avrebbe deciso all’ultimo momento di sospendere indefinitamente la firma di un Executive Order sull’AI perché ritenuto troppo restrittivo per la competitività americana. La motivazione ufficiale è “non voglio fare nulla che rallenti gli Stati Uniti rispetto alla Cina”. La frase è particolarmente significativa, perché riflette ormai la narrativa dominante a Washington: l’intelligenza artificiale non viene più trattata soltanto come un settore economico, ma come un’infrastruttura strategica di potenza geopolitica.

Il punto chiave è proprio questo: nel discorso pubblico americano la competizione con la Cina sta diventando la giustificazione principale per limitare regolamentazioni, controlli e vincoli sul settore tecnologico. L’argomento è semplice: se gli Stati Uniti rallentano l’innovazione con troppe regole, Pechino potrebbe superare Washington nella corsa all’AI.
Il peso crescente dei cosiddetti “tech bros”
Ma il rinvio dell’ordine esecutivo suggerisce anche un’altra dinamica: il peso crescente dei cosiddetti “tech bros”, cioè l’élite tecnologica della Silicon Valley e dei grandi investitori AI. Figure come Elon Musk, Sam Altman, Peter Thiel o i grandi venture capitalist dell’ecosistema AI esercitano oggi un’influenza enorme sulle politiche industriali americane. Non si tratta soltanto di lobbying tradizionale: molte amministrazioni vedono ormai queste aziende come asset strategici nazionali.
Negli ultimi anni si è consolidata una convergenza molto forte tra Big Tech, difesa, cloud computing e sicurezza nazionale. Aziende private gestiscono infrastrutture critiche, sviluppano modelli linguistici avanzati, collaborano con il Pentagono e controllano capacità computazionali fondamentali. In questo scenario, regolamentare l’AI significa inevitabilmente entrare in conflitto con interessi economici e geopolitici giganteschi.
The tech bros struck back
L’espressione “The tech bros struck back” coglie proprio questa reazione. L’idea implicita è che una parte dell’industria tecnologica abbia percepito l’Executive Order come un tentativo di limitare autonomia, velocità e capacità competitiva del settore. La Silicon Valley, soprattutto nella sua componente più libertaria, considera spesso la regolamentazione come un ostacolo all’innovazione.
Qui emerge però una contraddizione importante. Gli stessi imprenditori che chiedono meno vincoli sul piano economico invocano spesso protezione statale sul piano geopolitico: restrizioni verso la Cina, investimenti pubblici nei semiconduttori, infrastrutture energetiche dedicate all’AI e supporto governativo alla ricerca. È una forma di “liberismo selettivo”: mercato libero quando conviene, Stato strategico quando serve.
Il riferimento alla Cina è centrale anche per un altro motivo. Washington teme che il modello cinese — fortemente centralizzato e sostenuto dallo Stato — possa essere più efficace nel coordinare sviluppo tecnologico, dati, energia e capacità industriale. Per questo negli Stati Uniti sta emergendo una pressione crescente verso una deregulation accelerata dell’AI.
Ridurre controlli e governance?
Questa corsa alla velocità apre interrogativi enormi. Ridurre controlli e governance può effettivamente accelerare innovazione e investimenti, ma aumenta anche i rischi sistemici: concentrazione del potere computazionale, opacità algoritmica, sorveglianza, manipolazione informativa e dipendenza da pochi attori privati.
C’è poi un aspetto politico più profondo. L’episodio mostra quanto sia cambiato il rapporto tra democrazia e tecnologia. In passato erano gli Stati a regolamentare le imprese. Oggi, in alcuni casi, le grandi aziende tecnologiche sembrano avere la capacità di condizionare direttamente tempi e contenuti delle decisioni politiche.
È qui che il tema diventa quasi costituzionale: se l’AI diventa infrastruttura strategica del XXI secolo, chi decide le regole del sistema? I governi eletti, i mercati finanziari o un ristretto gruppo di imprese tecnologiche globali?
La vicenda del rinvio dell’Executive Order mostra che questa partita è appena iniziata e che il vero conflitto non riguarda solo l’innovazione, ma la ridefinizione stessa del potere nell’era dell’intelligenza artificiale.




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