“Diventare un’organizzazione AI-driven”. La formazione per sviluppare competenze e un uso consapevole della tecnologia
L’intelligenza artificiale può diventare un potente fattore di competitività per le imprese, ma solo se integrata realmente nei processi aziendali e accompagnata da una trasformazione organizzativa e culturale. È il messaggio centrale del paper “Formare l’azienda AI-driven: consapevolezza, competenze e competitività”, realizzato dall’Istituto per la Competitività (I-Com) insieme a Datrix e presentato a Roma in occasione del lancio del nuovo programma executive “Diventare un’organizzazione AI-driven”.

La carenza di skill come principale barriera all’adozione dell’IA
Lo studio evidenzia come il principale ostacolo alla diffusione dell’IA non sia tanto tecnologico quanto legato alla mancanza di competenze. Secondo i dati raccolti, il 70,9% delle imprese europee che non utilizzano strumenti di IA indica proprio la carenza di skill come principale barriera all’adozione. In Italia il dato è altrettanto significativo: il 58,6% delle aziende che hanno valutato l’introduzione dell’intelligenza artificiale ha poi rinunciato proprio per difficoltà legate alle competenze interne.
Il problema riguarda non solo i profili tecnici, ma anche il management e la governance aziendale. Costruire un’organizzazione AI-driven significa infatti superare la logica delle sperimentazioni isolate e inserire l’intelligenza artificiale all’interno delle strategie di business, dei workflow e dei processi decisionali. Per farlo servono capacità di supervisione, policy interne, cultura del dato e formazione continua.
L’utilizzo non autorizzato
Il paper sottolinea inoltre il fenomeno crescente della cosiddetta “shadow AI”, cioè l’utilizzo non autorizzato o non governato di strumenti di IA da parte dei dipendenti. La crescente accessibilità delle piattaforme generative rende infatti più semplice adottare tecnologie avanzate senza però adeguati controlli su sicurezza, dati e qualità degli output. Un rischio che può avere conseguenze rilevanti sulla governance aziendale e sulla protezione delle informazioni.
Nel frattempo il mercato del lavoro sta cambiando rapidamente. A livello globale la quota di annunci pubblicati su LinkedIn che richiedono competenze di “AI literacy” è aumentata di oltre sei volte nell’ultimo anno. Anche in Italia le assunzioni legate all’intelligenza artificiale crescono più rapidamente rispetto al totale del mercato del lavoro. Entro il 2030, secondo lo studio, 59 lavoratori su 100 avranno bisogno di percorsi di upskilling o reskilling per adattarsi ai nuovi scenari professionali.
Il programma executive “Diventare un’organizzazione AI-driven”
Per rispondere a questa trasformazione nasce il programma executive “Diventare un’organizzazione AI-driven”, sviluppato da I-Com e Datrix e rivolto a top manager, C-Level e direttori di funzione. Il percorso, articolato in sei moduli e previsto in tre edizioni nel 2026, affronterà temi come GenAI, Agentic AI, governance, compliance normativa, casi d’uso concreti e impatti economici e organizzativi dell’intelligenza artificiale.
Secondo Stefano da Empoli, presidente di I-Com, il ritardo nell’adozione dell’IA non può essere affrontato solo come una questione tecnologica. Servono invece competenze, processi decisionali adeguati, strumenti di governance e politiche pubbliche capaci di sostenere la formazione continua, soprattutto nelle PMI.
“Le evidenze raccolte in questo paper indicano che il ritardo nell’adozione dell’IA non può essere affrontato solo o prevalentemente come un problema tecnologico”, commenta il presidente di I-Com Stefano da Empoli. “Serve dunque un’agenda di intervento fondata su due binari complementari. Da un lato, le imprese devono dotarsi di competenze, processi decisionali, policy interne e metriche di impatto che consentano di trasformare l’IA in una capacità organizzativa stabile. Dall’altro, il sistema pubblico e gli attori intermedi devono creare condizioni abilitanti: percorsi formativi accessibili, strumenti proporzionati per le PMI, standard condivisi, reti di trasferimento tecnologico e incentivi alla formazione continua”.
Anche Fabrizio Milano d’Aragona, CEO e co-founder di Datrix, sottolinea la differenza tra “adottare” l’IA e diventare realmente un’organizzazione AI-driven: nel primo caso si tratta di una scelta tecnologica, nel secondo di una trasformazione strutturale dell’impresa.
“C’è una differenza sostanziale tra adottare l’intelligenza artificiale e diventare un’organizzazione AI-driven. La prima è una scelta tecnologica; la seconda è una trasformazione organizzativa. Il programma che lanciamo oggi con I-Com nasce esattamente per aiutare le imprese a compiere questo secondo passo: non solo capire cosa fa l’AI, ma costruire la capacità interna di integrarla nei processi, di valutarne gli output criticamente e di governarla nel tempo. È questo che trasforma un investimento in un vantaggio competitivo duraturo”, dichiara Fabrizio Milano d’Aragona, CEO e Co-founder di Datrix.
Lo studio richiama inoltre la cosiddetta regola del “10-20-70”: solo il 10% del valore dell’IA dipenderebbe dagli algoritmi, il 20% dai dati e dalle infrastrutture, mentre il 70% sarebbe legato a persone, processi e trasformazione culturale. Per questo sotto-finanziare formazione e change management rischia di bloccare molti progetti nella fase pilota, impedendo alle aziende di ottenere reali benefici economici.
Secondo I-Com e Datrix, la formazione rappresenta quindi la leva decisiva per trasformare l’intelligenza artificiale da semplice tecnologia sperimentale a capacità organizzativa stabile, capace di generare produttività, innovazione e vantaggio competitivo duraturo.






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