Il Diavolo veste Prada 2: una recensione critica per un film per il popolo bue
—- di Maria Luisa Leger —
L’attesa per il sequel di uno dei film più amati degli anni duemila si è conclusa, ma l’esito è stato decisamente deludente rispetto all’originale. Nonostante le eccellenti doti recitative di Anne Hathaway, Meryl Streep ed Emily Blunt, riconosciute a livello internazionale, “Il Diavolo veste Prada 2” si rivela un’opera superficiale, priva della mordacità che aveva reso iconico il primo capitolo.

New York non è più protagonista
Il problema principale risiede nella mancanza di una trama coerente con lo spirito dell’originale. Se il capostipite esplorava con intelligenza l’ambizione, il potere e il costo del successo, il sequel si riduce a un prodotto rassicurante. Miranda Priestly ha perso la sua iconica spietatezza, trasformandosi in una figura quasi edulcorata. La rappresentazione della donna e della sua emancipazione tramite il lavoro, un tempo fulcro della narrazione, è stata qui annacquata restituendoci una Miranda emancipata ma mai felice e una Emily descritta come in gamba ma mai realizzata. L’architetto di Emily in questo contesto diventa il simbolo dell’uomo soprammobile, non colui che la aiuterà ad elevarsi e ottenere ciò che merita.
Questo sequel tenta di celebrare Milano
Ma è nella scelta e nella rappresentazione delle location che il film mostra il suo lato più fittizio. Mentre il primo film esaltava la centralità e la spietata logica di New York questo sequel tenta di celebrare Milano, ma in realtà fallendo miseramente. La bellezza della città è descritta attraverso luoghi e opere d’arte parecchio scontati: il Duomo, la Galleria, l’Accademia di Brera. Ma la Milano vera della Moda e del giornalismo non è quella degli alberghi di lusso, delle auto nere o degli stilisti già affermati. La Milano vera, quella pura, è quella delle persone che la creano, che ne conoscono la Storia e che riconoscono i valori e la simbologia dei brand noti in tutto il mondo. Non vi è brand o giornalista che possa scrivere o creare senza mani sporche di lavoro.
La “sisterhood” fatta di sgambetti e tradimenti mostrata nel film non è quella della vera Milano, quella che costruisce, quella che ha impiegato secoli per erigere il suo Duomo unico al mondo, sempre più grande e più bello. Non a caso tutti i più importanti protagonisti della Moda italiana si sono incontrati e sviluppati qui. Se Milano fosse un alveare ci sarebbe certamente un’ape regina, ma non sarebbe una giornalista arida: sarebbe colei che sogna, che crea, e che fa sognare. Insomma la vera Milano in questo film non c’è.
Accontentare un pubblico senza pretese
A coronare questa narrazione in sostanza distorta, troviamo una colonna sonora povera e antiquata e una descrizione del giornalismo di Moda che si piega a logiche puramente numeriche. Ma la finanza è solo uno strumento. Deve badar bene a non uccidere tramite i numeri lo sviluppo creativo di persone che sono in grado di sostenerlo. La finanza non può dettare il tempo dell’alveare: deve starci e osservare, attendere il tempo necessario e infine godere del successo. Perché la Moda, proprio perché in crisi, è più umana che mai. Non è fatta solo di eventi, è fatta di colori e sogni. In definitiva, “Il Diavolo veste Prada 2” è un’opera che rinuncia all’audacia e alla verità per accontentare un pubblico senza pretese: un vero e proprio film per il popolo bue.





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