Turchia, l’alleato inquieto della NATO e la partita italiana nel Mediterraneo allargato
— A cura del Prof. Marco Bacini e dell’Avv. Francesco Serra —
La Turchia è uno degli alleati più difficili da decifrare e, proprio per questo, uno dei più importanti da comprendere. Membro della NATO dal 1952, titolare del secondo apparato militare dell’Alleanza per dimensione, custode politico e geografico degli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli, Ankara occupa una posizione che lega Europa, Mar Nero, Caucaso, Medio Oriente e Mediterraneo orientale. La sua forza nasce dalla geografia, dalla profondità demografica, dalla capacità militare, dalla crescita dell’industria della difesa e da una cultura strategica abituata a ragionare su più tavoli, spesso nello stesso momento.

Per leggere la Turchia serve una chiave più fine della semplice fedeltà atlantica. Ankara agisce da alleato selettivo, resta dentro l’Alleanza, ne utilizza la cornice di garanzia, contribuisce alla deterrenza e al presidio dei quadranti sensibili, mentre costruisce una propria autonomia di manovra con Russia, Cina, Paesi del Golfo, Asia centrale e Africa. È la grammatica delle potenze medie che rifiutano ruoli marginali e cercano valore negoziale in ogni crisi. Dal punto di vista dell’intelligence, il dato decisivo sta nello scarto tra dichiarazioni pubbliche, capacità disponibili e intenzioni effettive. La Turchia usa spesso un linguaggio assertivo, poi decide sulla base di convenienze concrete, costi politici, leve economiche e ritorni di sicurezza.
Il paradosso turco
Il cosiddetto paradosso turco nasce da questa postura, Ankara è fondamentale per la NATO sul fianco sud-orientale, per il Mar Nero, per la gestione delle instabilità provenienti da Siria, Iraq e Caucaso. Al tempo stesso ha prodotto frizioni profonde con gli alleati, l’acquisto del sistema russo S-400, le sanzioni statunitensi CAATSA, l’uscita dal programma F-35, le tensioni sull’ingresso di Svezia e Finlandia nell’Alleanza, poi superate attraverso negoziati. Anche il dossier curdo ha alimentato diffidenze strutturali, Washington ha sostenuto forze curde siriane nella lotta all’ISIS, mentre Ankara considera lo YPG una minaccia collegata al PKK. La politica estera turca procede per dossier separati, con cooperazione e attrito che convivono dentro la stessa relazione.
Questa ambivalenza va letta come metodo di potenza, la Turchia ha sostenuto l’Ucraina con forniture militari, ha svolto una funzione diplomatica nella partita del grano, mantiene canali con Mosca e conserva un ruolo di cerniera tra attori che faticano a parlarsi. Per questo richiede analisi, più che giudizi immediati, un osservatore attento guarderebbe agli indicatori di preallarme come spostamenti di assetti militari, postura navale, intensità della retorica presidenziale, accordi energetici, linee di credito, attività dei servizi nei teatri di prossimità, evoluzione dell’industria nazionale della difesa. Ankara comunica molto, ma decide sulle leve reali del potere.
Il dossier siriano
Il dossier siriano rappresenta oggi il terreno più sensibile e dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad, lo spazio siriano è divenuto una piattaforma di competizione regionale. La Turchia punta a stabilizzare il nord, contenere le formazioni curde considerate ostili, favorire il rientro controllato dei profughi e garantirsi influenza sulla nuova Damasco. Israele guarda allo stesso teatro attraverso la lente del Golan, della deterrenza preventiva e della riduzione di ogni presenza percepita come minacciosa lungo il proprio confine settentrionale. Due letture diverse dello stesso vuoto di potere producono una fascia di attrito destinata a restare delicata.
La teoria del bilanciamento delle minacce di Stephen Walt aiuta a comprendere questa dinamica con maggiore precisione. Gli Stati reagiscono alla minaccia percepita, composta da potenza aggregata, prossimità geografica, capacità offensive e intenzioni attribuite all’altro attore. Ankara osserva Israele come potenza militarmente avanzata, sostenuta dagli Stati Uniti e pronta ad agire in profondità quando ritiene esposta la propria sicurezza. Israele osserva la Turchia come attore regionale in crescita, dotato di capacità militari, apparati di intelligence, influenza sulle nuove autorità siriane e possibile accesso a basi, accordi difensivi o assetti operativi. Chiaro che sotto questa lente, il rischio principale assume la forma dell’incidente di teatro, un errore di calcolo, una catena di rappresaglie, un proxy fuori controllo, una sovrapposizione di operazioni in aree coperte da meccanismi fragili di deconfliction.
La prospettiva italiana
Per l’Italia, la Turchia è interlocutore economico, partner mediterraneo e banco di prova della propria politica estera industriale. Roma e Ankara condividono interessi concreti come energia, sicurezza marittima, difesa, cantieristica, aerospazio, infrastrutture, migrazione, logistica, ricostruzione siriana e catene di fornitura. Le relazioni bilaterali hanno già superato la soglia dei 30 miliardi di dollari di interscambio e l’obiettivo politico dichiarato punta a 40 miliardi nel medio periodo. È un dato che parla alle imprese prima ancora che alla diplomazia, perché la Turchia è mercato, piattaforma produttiva, corridoio logistico e porta verso aree dove l’Italia possiede competenze industriali spendibili.
La prospettiva italiana dovrebbe partire da un principio di sicurezza economica nazionale, nelle fasi di riassetto geopolitico, rotte commerciali, porti, cavi, energia, difesa e tecnologie dual use diventano materia di intelligence prima ancora che capitoli di commercio estero. La cooperazione con Ankara può rafforzare la posizione dell’Italia nel Mediterraneo allargato, a condizione di una lettura autonoma e selettiva. Serve distinguere tra interesse condiviso, interesse parallelo e interesse divergente, sono tre livelli diversi, spesso presenti nello stesso rapporto bilaterale. Con la Turchia si può cooperare sulla stabilità marittima e competere su altri dossier, si può convergere sulla ricostruzione e divergere sulla gestione di specifici attori locali, si può agire da alleati NATO e trattare da potenze mediterranee con priorità differenti.
Il punto politico è però molto chiaro, Ankara anticipa un mondo nel quale gli alleati chiedono margine, le potenze medie alzano il prezzo della propria collocazione e le crisi regionali diventano piattaforme di negoziazione globale. La Turchia massimizza il proprio peso, sfrutta la posizione geografica, investe in difesa, presidia i dossier migratori, dialoga con attori rivali e resta dentro l’ombrello atlantico. È una condotta coerente con la trasformazione del sistema internazionale, dove l’appartenenza formale conserva valore, mentre la capacità di incidere sui dossier concreti determina il rango effettivo.
Per Roma, la risposta più intelligente consiste nel costruire una relazione stabile, selettiva e consapevole. Stabile, perché la Turchia rimane decisiva per Mediterraneo, Mar Nero e Medio Oriente. Selettiva, perché ogni cooperazione va misurata su dossier, interessi, ritorni industriali e ricadute di sicurezza. Consapevole, perché un rapporto maturo richiede intelligence strategica, memoria diplomatica e realismo economico. Nel secolo delle alleanze mobili, decifrare Ankara significa comprendere una parte prioritaria della nuova sicurezza europea. Per l’Italia può significare trasformare una relazione complessa in una leva di presenza, crescita e autonomia nel Mediterraneo allargato.





VIDEO INTERVISTE
Motori
REAL ESTATE
LMF crypto
LMF food
LMF private markets
LMF arte
Legal
LMF green