Benedetto Croce e il mito della giovinezza: responsabilità, libertà e proteste nelle città europee
La critica del filosofo non era rivolta ai giovani, ma alla loro trasformazione in una categoria moralmente privilegiata. Una distinzione utile per leggere le manifestazioni francesi e italiane senza confondere il dissenso con la violenza
A Benedetto Croce viene frequentemente attribuita l’affermazione secondo cui i giovani “avrebbero un solo dovere: invecchiare“. La formula va maneggiata con cautela: circola spesso come aforisma crociano, ma nelle versioni divulgative non è quasi mai accompagnata da un preciso riferimento bibliografico. È più prudente considerarne solo un valore di sintesi di un orientamento effettivamente presente nel suo pensiero, forse accentuato in forma di battuta.
Croce non nutriva ostilità verso i giovani. Intrattenne un lungo e complesso rapporto con le nuove generazioni di intellettuali, da Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini a Renato Serra, Ardengo Soffici e Giuseppe Ungaretti. Il suo bersaglio era il giovanilismo: la convinzione che energia, spontaneità, ribellione e novità possiedano un valore positivo indipendentemente dai contenuti e dagli effetti dell’azione.
“Invecchiare”, in questa prospettiva, non significa diventare conformisti né rinunciare al cambiamento. Significa acquisire coscienza storica, verificare le proprie convinzioni attraverso l’esperienza e assumersi la responsabilità delle conseguenze. L’età anagrafica non garantisce automaticamente la maturità, così come la giovinezza non assicura innovazione o superiorità morale.
La lezione dello storicismo
Gli studi contemporanei invitano a non ridurre Croce a un conservatore ostile alle trasformazioni sociali. Il suo liberalismo, come rilevano anche ricerche recenti, concepisce la libertà come un processo dinamico, inseparabile dalla conoscenza storica e continuamente esposto al conflitto. Non è libertà come assenza di limiti, ma come costruzione morale e politica affidata all’azione umana.
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Per Croce ogni storia è, in un certo senso, storia contemporanea: interroghiamo il passato a partire dai problemi del presente. Ciò impone però di trasformare la reazione immediata in giudizio, distinguendo fatti, passioni, interessi e responsabilità. La storia può spiegare la genesi di un comportamento, ma comprenderlo non equivale ad assolverlo.
Questa distinzione corregge uno dei punti più rigidi delle considerazioni proposte. Croce non contrappone semplicemente una giovinezza confusa a un’età adulta equilibrata: anche gli adulti possono essere irrazionali, opportunisti e incapaci di giudizio. La vera opposizione è fra impulso e coscienza, fra vitalità priva di forma e azione responsabile.
Anche la rilettura della sua posizione davanti al fascismo invita alla prudenza. Croce inizialmente sottovalutò il movimento mussoliniano, per poi divenirne uno dei maggiori oppositori intellettuali. La vicenda mostra che maturità e autorevolezza non mettono al riparo dall’errore. Gli studi sulla sua collocazione nel dopoguerra evidenziano inoltre quanto fosse difficile interpretare una generazione formata sotto il regime senza ridurla né a vittima innocente né a blocco collettivamente colpevole.
Le proteste francesi e il caso di Milano
Questa chiave interpretativa può essere applicata alle recenti proteste giovanili europee, purché non si equiparino fenomeni differenti. Tra settembre e ottobre 2026 sono state documentate oltre 170 mobilitazioni in dodici Paesi. Le richieste più frequenti riguardano istruzione, casa e costo della vita; la grande maggioranza delle manifestazioni è stata pacifica.
In Francia il movimento è nato soprattutto intorno a rivendicazioni riconoscibili: carenza di insegnanti, classi sovraffollate, condizioni degli edifici scolastici, tasse universitarie e riduzione dei servizi pubblici. Sindacati, studenti e docenti hanno dato alla protesta, almeno iniziamente, una certa struttura collettiva. Gli episodi di devastazione e gli scontri non cancellano la legittimità delle domande, ma ne compromettono la capacità politica quando sostituiscono il confronto con la violenza.
Diverso appare il caso delle violenze avvenute a Milano il 18 ottobre, quando circa duemila giovani, convocati prevalentemente attraverso le reti sociali e privi di una piattaforma politica definita, si sono riversati nel centro cittadino; sono seguiti com’è noto danneggiamenti e saccheggi. La polizia ha accompagnato in commissariato 271 persone, in larga parte minorenni, e ha eseguito 32 arresti.
Proprio qui la polemica crociana conserva una forza particolare. L’energia generazionale, da sola, non costituisce un progetto politico. Una protesta diventa azione civile quando sa indicare un’ingiustizia, formulare una richiesta, organizzare una rappresentanza e rispondere dei mezzi utilizzati. Se rimane puro sfogo, consumo spettacolare della rivolta o appropriazione dei beni altrui, non è ancora politica: è vitalità senza direzione.
Né indulgenza né repressione
Una lettura seria di Croce non autorizza però a liquidare tutto come immaturità individuale. L’azione nasce sempre dentro una situazione storica. Affitti inaccessibili, precarietà, impoverimento dei servizi, discriminazioni e mancanza di prospettive non giustificano la violenza, ma aiutano a comprenderne la diffusione. Ignorarli significa rinunciare proprio a quel giudizio storico che Croce considerava indispensabile.
Allo stesso modo, sarebbe improprio trasformare la sua filosofia in un sostegno automatico alla repressione. La libertà crociana è combattente, ma la violenza, quando diventa distruzione fine a sé stessa, rappresenta una debolezza e non una forza creatrice. Lo Stato deve proteggere persone e beni e accertare le responsabilità individuali; deve però anche mantenere aperti gli spazi del dissenso e intervenire sulle condizioni che alimentano l’esclusione.
La lezione più attuale non è quindi “i giovani devono obbedire”. È più esigente: i giovani devono diventare autori responsabili della storia, mentre gli adulti devono offrire istituzioni credibili nelle quali questa responsabilità possa esercitarsi. Senza maturazione, la ribellione rischia di consumarsi nel gesto; senza ascolto e possibilità di partecipazione, l’invito a maturare diventa soltanto una formula con cui il potere pretende silenzio.
Il commento di Corrado Ocone sul quotidiano Libero
Corrado Ocone interpreta la polemica di Benedetto Croce contro il giovanilismo come una difesa della maturità intellettuale e della responsabilità individuale. Il bersaglio del filosofo non sarebbero stati i giovani in quanto tali, ma l’attribuzione alla giovinezza di un valore politico e morale automatico.
Secondo questa lettura, Croce si oppose alla cultura del primo Novecento che celebrava la rottura con il passato, le avanguardie, la violenza rivoluzionaria e l’innovazione come valori autosufficienti. Criticò tanto i futuristi quanto gli intellettuali raccolti intorno alle riviste e gli allievi di Giovanni Gentile, quando la loro adesione alle nuove idee appariva fondata più sull’entusiasmo e sull’autorità del maestro che su un’autonoma riflessione.
Con il fascismo, osserva Ocone, la critica diventò politica. Il regime fece della giovinezza un mito mobilitante: energia, disciplina, disponibilità al sacrificio e fede nell’“uomo nuovo”. Croce avrebbe compreso che persone ancora prive di una formazione critica consolidata potevano essere più facilmente inquadrate e indirizzate dal potere. La sua diffidenza proseguì anche nel dopoguerra, quando vide il rischio che il giovanilismo fascista sopravvivesse, sotto forme differenti, nelle politiche educative e nella retorica della rigenerazione.
Una possibile obiezione progressista
La lettura di Ocone contiene un nucleo convincente: nessuna generazione possiede ragione per diritto anagrafico e la ribellione non diventa giusta soltanto perché è giovane. È inoltre fondato il richiamo contro la manipolazione politica dell’entusiasmo giovanile.
Un’ottica progressista può tuttavia contestare il passaggio dalla critica del giovanilismo alla svalutazione del conflitto generazionale. I giovani non sono solamente individui incompiuti che devono maturare: occupano una posizione sociale specifica e sperimentano problemi che le generazioni precedenti possono non percepire con la stessa intensità. Precarietà lavorativa, costo delle abitazioni, crisi climatica, indebolimento dell’istruzione pubblica e difficoltà di mobilità sociale non sono semplici manifestazioni di impazienza.
Il culto della giovinezza
Occorre inoltre distinguere tra il culto autoritario della giovinezza e la partecipazione democratica dei giovani. Il fascismo mobilitava le nuove generazioni dall’alto, chiedendo disciplina e obbedienza; i movimenti democratici, almeno nelle loro forme migliori, nascono dal basso, contestano il potere e chiedono di partecipare alle decisioni. Equiparare i due fenomeni solo perché entrambi impiegano un linguaggio generazionale sarebbe storicamente scorretto.
Anche l’esperienza non è necessariamente sinonimo di equilibrio. Le classi dirigenti adulte possono difendere privilegi, riprodurre disuguaglianze e ignorare trasformazioni ormai evidenti. Molte conquiste civili, dai diritti dei lavoratori all’emancipazione femminile, dall’antirazzismo all’ambientalismo, hanno trovato proprio nei giovani una forza propulsiva.
La posizione progressista potrebbe quindi correggere Ocone così: la giovinezza non costituisce un merito, ma nemmeno una minoranza politica. Ai giovani va richiesta responsabilità per le proprie azioni, senza utilizzare l’invito a “invecchiare” come argomento per rinviare il loro accesso alla rappresentanza e alle decisioni.

Il punto d’incontro con Benedetto Croce rimane l’autonomia del giudizio. Una protesta giovanile è politicamente matura non quando rinuncia al conflitto, ma quando trasforma l’indignazione in obiettivi riconoscibili, organizzazione democratica e responsabilità. Agli adulti, però, spetta un compito speculare: non limitarsi a impartire lezioni di maturità, ma costruire istituzioni capaci di ascoltare e di rispondere.
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