Israele, l’incarico a Eisenkot: linea dura sulla sicurezza, ma possibile discontinuità politica su Gaza
Il presidente israeliano Isaac Herzog ha affidato formalmente a Gadi Eisenkot il mandato di formare il nuovo governo. L’ex capo di Stato maggiore dispone di 28 giorni, prorogabili di altri 14, ma la nascita dell’esecutivo non è ancora assicurata: i partiti che lo hanno indicato raccolgono 67 raccomandazioni, comprese quelle delle formazioni arabe, senza però costituire automaticamente una maggioranza politica disponibile a governare insieme.
Sarebbe quindi prematuro descrivere Eisenkot come il nuovo primo ministro. È però possibile delineare l’orientamento che potrebbe adottare verso Gaza e i palestinesi.

Un militare pragmatico, non una “colomba”
Eisenkot non rappresenta un ritorno alla sinistra pacifista israeliana. È stato capo di Stato maggiore dal 2015 al 2019, proviene dalle unità combattenti e considera la sicurezza il presupposto di qualsiasi accordo politico.
Durante la campagna elettorale ha sostenuto che Israele non dovrebbe ritirarsi completamente da Gaza prima del disarmo di Hamas. Si è comunque impegnato a sostituire entro 18 mesi l’amministrazione dell’organizzazione islamista, attraverso un’intesa sostenuta dagli Stati Uniti oppure, se questa fallisse, ricorrendo nuovamente alla forza militare.
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Da un governo Eisenkot ci si potrebbe dunque attendere:
- prosecuzione del controllo militare israeliano su aree strategiche di Gaza;
- forte pressione per il disarmo di Hamas;
- operazioni mirate contro i vertici e le infrastrutture militari dell’organizzazione;
- ricerca di un’amministrazione alternativa, probabilmente sostenuta da Paesi arabi e occidentali;
- ricostruzione subordinata a garanzie di sicurezza e alla fine del governo di Hamas.
Il cambiamento rispetto a Netanyahu riguarderebbe soprattutto il metodo e l’obiettivo politico finale, non necessariamente una riduzione immediata della pressione militare.
Il precedente controverso della “dottrina Dahiya”
Il punto più problematico della biografia militare di Eisenkot è la cosiddetta dottrina Dahiya, formulata dopo la guerra del Libano del 2006. Nel 2008, quando guidava il Comando settentrionale, Eisenkot affermò che Israele avrebbe risposto con forza “sproporzionata” contro le località dalle quali Hezbollah avesse lanciato attacchi, considerandole basi militari anziché normali villaggi civili.
La dottrina puntava a concentrare una potenza di fuoco molto elevata in un periodo breve per distruggere rapidamente le capacità dell’avversario e ristabilire la deterrenza. Organizzazioni per i diritti umani e diversi studiosi l’hanno criticata perché rischia di trasferire sulle popolazioni civili le conseguenze delle azioni compiute dalle organizzazioni armate.
Non sarebbe tuttavia corretto concludere automaticamente che Eisenkot intenda colpire deliberatamente i civili palestinesi. La dottrina nacque nel contesto libanese e ogni operazione rimane sottoposta alle regole del diritto internazionale umanitario: distinzione fra obiettivi militari e civili, proporzionalità e adozione delle precauzioni possibili. Il precedente dimostra però che Eisenkot considera legittimo l’impiego di una forza estremamente intensa quando infrastrutture e centri abitati vengono utilizzati militarmente.
Maggiore disponibilità sugli ostaggi
Una possibile discontinuità riguarda gli ostaggi. Eisenkot ha sostenuto che Israele avesse l’obbligo morale di completare le diverse fasi degli accordi per la liberazione dei sequestrati, anche accettando sospensioni temporanee dei combattimenti e la liberazione di detenuti palestinesi.
Ha inoltre accusato Netanyahu di avere ostacolato un’intesa che, secondo la sua ricostruzione, godeva dell’appoggio del gabinetto di guerra. Eisenkot aveva dichiarato di essere disposto ad accettare una sospensione delle operazioni per 84 giorni pur di ottenere il ritorno degli ostaggi.
Un suo governo potrebbe quindi privilegiare:
- accordi per liberare gli eventuali ostaggi ancora detenuti;
- tregue limitate e verificabili;
- ripresa delle operazioni qualora Hamas non accettasse il disarmo;
- una strategia militare con obiettivi e scadenze più definiti.
Nessuno Stato palestinese nel breve periodo
Sul piano politico, Eisenkot non sostiene oggi la tradizionale formula dei due Stati per due popoli. Ha affermato che Israele dovrebbe conservare il controllo finale della sicurezza sull’intero territorio fra il Mediterraneo e il Giordano.
Contemporaneamente si oppone sia all’annessione di milioni di palestinesi sia alla nascita di un unico Stato binazionale. Ammette una forma di autogoverno civile palestinese, con amministrazioni locali e forze di polizia proprie, ma senza un esercito e sotto la prevalenza della sicurezza israeliana.
La sua posizione potrebbe essere sintetizzata come separazione politica senza piena sovranità palestinese. Per i palestinesi si tratterebbe di un miglioramento rispetto ai progetti di annessione sostenuti dalla destra radicale, ma non della riapertura immediata di un autentico processo per uno Stato indipendente.
Minore spazio a coloni e destra radicale
La differenza più significativa rispetto al governo Netanyahu potrebbe manifestarsi in Cisgiordania. Eisenkot ha criticato la violenza dei coloni e non dipenderebbe necessariamente da esponenti come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, favorevoli all’espansione degli insediamenti e all’annessione.
È quindi plausibile attendersi:
- un maggiore intervento contro le violenze dei coloni;
- un rallentamento delle iniziative di annessione;
- rapporti meno conflittuali con l’Autorità nazionale palestinese;
- maggiore coordinamento con Stati Uniti, Unione europea ed Egitto;
- una politica più attenta a recuperare la reputazione internazionale di Israele.
Questo non equivarrebbe però alla fine dell’occupazione o degli insediamenti.
La coalizione sarà decisiva
Il comportamento concreto dipenderà dalla maggioranza che Eisenkot riuscirà a costruire. Le formazioni arabe Ra’am e Lista Comune dispongono complessivamente di 19 seggi e lo hanno indicato a Herzog, ma alcuni partiti ebraici del suo blocco rifiutano un governo dipendente dai loro voti.
Se Eisenkot dovesse dipendere dall’appoggio arabo e dal partito dei Democratici, aumenterebbero le probabilità di:
- facilitare l’ingresso degli aiuti umanitari;
- limitare gli insediamenti in Cisgiordania;
- affidare la ricostruzione di Gaza a una struttura internazionale;
- riaprire un dialogo politico con rappresentanti palestinesi.
Se invece formasse un governo di unità con parti del Likud o della destra religiosa, prevarrebbe una linea molto più rigida.
In conclusione, Eisenkot non promette una svolta pacifista. Su Hamas, sul disarmo di Gaza e sul controllo israeliano della sicurezza la sua posizione rimane severa. La possibile novità consisterebbe nell’abbandono delle ambizioni annessionistiche della destra radicale, in una maggiore disponibilità agli accordi sugli ostaggi e nella ricerca di un assetto internazionale per Gaza. Per la popolazione palestinese ciò potrebbe significare meno arbitrarietà politica e più attenzione umanitaria, ma non ancora la prospettiva ravvicinata di uno Stato sovrano.
La stampa americana
La stampa statunitense interpreta l’incarico affidato a Gadi Eisenkot soprattutto come una possibile conclusione dell’era Netanyahu, ma evita di presentare l’ex generale come un leader pacifista. Il giudizio prevalente è che Israele potrebbe cambiare stile di governo, rapporti internazionali e gestione del conflitto, senza modificare radicalmente la propria strategia di sicurezza.
New York Times: un moderato nei metodi, non nelle questioni militari
Il New York Times descrive Eisenkot come un ex generale riservato e pragmatico, alla guida di un partito di centrodestra. La sua proposta combina il mantenimento di una solida sicurezza israeliana con l’abbandono delle politiche che hanno accresciuto l’isolamento internazionale del Paese.
Nella lettura del quotidiano, la discontinuità riguarderebbe quindi:
- il ritorno a decisioni collegiali;
- rapporti più stretti con Washington e gli alleati europei;
- minore dipendenza dalla destra religiosa e dai coloni;
- maggiore attenzione alla reputazione internazionale di Israele.
Il giornale non indica però una conversione di Eisenkot alla soluzione dei due Stati né un ritiro immediato da Gaza.
Washington Post: tutto dipende dai partiti arabi
Il Washington Post concentra l’attenzione sulla debolezza parlamentare del possibile governo. Il blocco direttamente guidato da Eisenkot dispone di 48 seggi e potrebbe raggiungere la maggioranza soltanto attraverso i 19 parlamentari delle due formazioni arabe, oppure conquistando partiti finora alleati di Netanyahu.
Secondo questa interpretazione, la questione centrale non è ancora il programma per Gaza, ma la possibilità stessa che Eisenkot accetti di governare con il sostegno, anche soltanto esterno, dei rappresentanti arabo-israeliani.
Il quotidiano osserva che una simile collaborazione incontrerebbe l’opposizione di Avigdor Lieberman e di altre componenti nazionaliste del blocco. Ciò potrebbe costringere Eisenkot ad annacquare le aperture verso i palestinesi oppure a cercare una maggioranza più conservatrice.
Associated Press: i palestinesi non devono aspettarsi una svolta immediata
L’Associated Press offre la valutazione più esplicitamente prudente. L’agenzia sottolinea che sostenere Eisenkot sarebbe difficile anche per i partiti arabi, perché un suo governo difficilmente porrebbe termine in tempi brevi alle operazioni militari o all’espansione degli insediamenti in Cisgiordania.
La AP evidenzia inoltre le condizioni poste da Eisenkot:
- riconoscimento di Israele come Stato ebraico;
- condanna di Hamas come organizzazione terroristica;
- accettazione del servizio militare o civile universale;
- impegno a porre fine al controllo di Hamas su Gaza.
La conclusione implicita è che la collaborazione con i partiti arabi potrebbe produrre una maggiore attenzione ai diritti civili e agli aiuti umanitari, ma non necessariamente una diversa concezione del controllo israeliano sui territori palestinesi.
Axios: una possibile occasione per il piano americano su Gaza
Axios considera l’incarico a Eisenkot il più grave arretramento politico subito da Netanyahu dal 2021. La testata ricorda che l’ex generale vuole smantellare il governo di Hamas e costruire un esecutivo di emergenza nazionale.
La lettura di Axios è particolarmente importante per i rapporti con Washington. Secondo la testata, alcuni collaboratori di Donald Trump ritengono che l’agenda americana in Medio Oriente potrebbe procedere più facilmente con una leadership israeliana diversa da Netanyahu. Gli obiettivi statunitensi comprendono il disarmo di Hamas, la smilitarizzazione di Gaza e il trasferimento dell’amministrazione a un governo tecnico palestinese.
È un’inferenza, non una posizione già concordata: Eisenkot potrebbe risultare più disponibile a negoziare l’attuazione del piano americano, pur pretendendo il mantenimento di garanzie militari israeliane.
Bloomberg: affidabilità più che cambiamento ideologico
Bloomberg descrive Eisenkot come un’alternativa sobria e affidabile a Netanyahu, ma non molto diversa sulle principali minacce alla sicurezza. La distanza maggiore riguarderebbe il metodo decisionale, la gestione dei rapporti con gli Stati Uniti e la valutazione dei costi diplomatici delle operazioni militari.
L’agenzia finanziaria collega infatti il cambiamento politico al rischio che Israele non percepisca quanto rapidamente si stia indebolendo il sostegno statunitense. Un governo Eisenkot potrebbe quindi limitare le iniziative più controverse non per pacifismo, ma per ricostruire l’alleanza con Washington e ridurre i danni economici e diplomatici.
Fox News: attenzione ai rischi della maggioranza araba
Fox News adotta un’impostazione più vicina alle preoccupazioni della destra israeliana. La sua copertura insiste sul ruolo determinante assunto da Ra’am e Lista Comune e riporta ampiamente le accuse di Netanyahu contro un governo dipendente dai loro voti.
La testata dedica meno spazio alla possibile moderazione su Gaza e più alla stabilità della coalizione, alla sicurezza di Israele e alla compatibilità politica fra Eisenkot e le formazioni arabe
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