Usa: tra protezionismo e tagli fiscali

Marie Owens Thomsen -

Per Marie Owens Thomsen, Chief Economist di Indosuez Wealth Management, la misura protezionistica di non firmare il Trans-Pacific Trade Partnership è costata probabilmente agli Stati Uniti circa 0,3 punti percentuali in più di crescita del PIL, che si avvicina al livello medio stimato dei benefici che le politiche fiscali potrebbero avere sul PIL statunitense (tra zero e 0,5 punti percentuali, anche se è possibile prevedere un valore prossimo allo zero).

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Sul protezionismo statunitense è possibile fare due tipi di considerazioni:

  1. Non esiste una minaccia maggiore per l’economia mondiale del protezionismo, se dovesse diffondersi.
  2. Se contenute, le tariffe su acciaio e alluminio potrebbero essere limitate all’inutile autolesionismo dell’economia statunitense.

Sul primo punto, dobbiamo ricordare l’ ultima volta che il mondo è diventato protezionista. La rivoluzione ferroviaria ha creato grandi fortune per alcune persone, tra cui JP Morgan e Andrew Carnegie. La distribuzione del reddito diventò molto disomogenea, inducendo molte persone a chiedere una maggiore protezione che alcuni politici iniziarono a concedere negli anni ’20. La legge che segnò il cambiamento fu firmata nel 1930 – the Smoot-Hawley Act, nonostante le eccezioni contrarie fatte da 1.028 economisti, tra cui Irving Fisher. Questa azione unilaterale degli Stati Uniti causò rappresaglie in circa 25 paesi e gli scambi commerciali a livello mondiale diminuirono del 60%. Il protezionismo non fu la causa della Grande Depressione che iniziò nel 1929, ma sicuramente contribuì a renderla più profonda e lunga. La depressione terminò nel 1939 e fu seguita dalla seconda guerra mondiale. L’ordine a livello mondiale che era stato creato all’indomani della guerra aveva l’obiettivo di creare istituzioni che contribuissero a garantire che il mondo non ripiombasse più nel protezionismo e in una guerra su larga scala.

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Per quanto riguarda il secondo punto, gli Stati Uniti proteggono la loro industria siderurgica sin dagli anni Sessanta. Ciò non ha impedito all’ industria di eliminare circa 500.000 posti di lavoro tra gli anni Cinquanta e oggi. Nel 2002 il Presidente Bush ha intrapreso un’ iniziativa protezionistica simile a quella odierna. Il Peterson Institute for International Economics (PIIE) stimava all’ epoca che le misure sarebbero costate agli Stati Uniti fino a 3,5 miliardi di USD all’ anno e 360.000 dollari per posto di lavoro risparmiato. Essendo all’epoca il salario medio del settore inferiore a 72mila dollari, appare evidente come la maggior parte dei benefici del protezionismo fossero per le imprese e non per i lavoratori. Il PIIE ha calcolato che risarcire i lavoratori per la perdita di stipendi, pensioni e assicurazione sanitaria sarebbe costato agli Stati Uniti un decimo del costo delle misure protezionistiche, vale a dire 3,5 milioni di dollari all’ anno. Se davvero è il lavoro a motivare le misure protezionistiche, esse sono inutili. E’ meglio proteggere i lavoratori che le imprese.

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Infine, la misura protezionistica di non firmare il Trans-Pacific Trade Partnership è costata probabilmente agli Stati Uniti circa 0,3 punti percentuali in più di crescita del PIL, che si avvicina al livello medio stimato dei benefici che le politiche fiscali potrebbero avere sul PIL statunitense (tra zero e 0,5 punti percentuali, anche se è possibile prevedere un valore prossimo allo zero). Pertanto, gli Stati Uniti avrebbero potuto avere questo impatto positivo “gratuitamente”, ma hanno invece scelto di spendere 1.500 miliardi di dollari in dieci anni per cercare di raggiungerlo.

Queste politiche economiche incoerenti possono essere utili al mercato azionario, ma poichè l’impatto più ampio sull’economia è negativo, è difficile per un investitore a lungo termine rallegrarsi della situazione.

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Nell’ attuale congiuntura, ci sentiamo confidenti sul nostro scenario di non accelerazione dell’economia statunitense e di quella globale, e di decelerazione nel 2019 e 2020. I rischi di questo scenario sono verso il basso.


Marie Owens Thomsen – Chief Economist – Indosuez Wealth Management

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