Equity o Bond? Cosa inserire in portafoglio ora dipende più che mai dal proprio profilo di rischio

Michele De Michelis -

Ed eccoci arrivati a novembre, il mese preferito (statisticamente parlando) di chi investe il denaro per professione (almeno in base al vecchio adagio che recita “buy in November, sell in May and go away”)

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Certo, non possiamo dire di esserci annoiati negli ultimi trenta giorni, anzi oserei affermare che in alcuni momenti ci siamo anche spaventati. E anche se adesso la variabile delle elezioni mid-term americane è venuta meno, con un risultato in linea con le aspettative e forse anche il più soddisfacente per gli operatori di Wall Street, il livello di guardia rimane alto: le valutazioni, infatti, non sono certo a sconto e ci troviamo a fine ciclo, dopo anni di rialzi.

Personalmente, non sono rimasto stupito dal voto degli americani. Negli Stati Uniti qualche giorno prima delle elezioni, ho avuto la possibilità di guardare in televisione interviste e trasmissione di ogni genere e la sensazione chiara ed evidente è che ci siano due tipi di elettori: gli intellettuali e quelli che votano Trump.

A volte infatti al di qua dell’oceano si pensa che lo statunitense medio sia quello che vive nelle grandi città come New York, Boston, San Francisco, Miami che vediamo nei telefilm, ma la realtà è un altro paio di maniche. Ci sono milioni e milioni di persone che vivono in posti molto lontani dall’immaginario collettivo di noi europei e che non sanno neanche dove siano Roma o Parigi e che chiamano ” world series” tutti i campionati sportivi degli USA. Questi elettori, chiamati in maniera dispregiativa “rednecks” dai radical chic, sono coloro che si infiammano alle parole del Presidente biondo-arancione e che come quegli inglesi che hanno scelto la Brexit, preferirebbero che il mondo cadesse in recessione pur di non perdere il primato di Prima Nazione. Fortunatamente, come abbiamo visto, i Democratici hanno riconquistato la maggioranza dei seggi alla Camera e questo ci incoraggia a sperare in un accordo commerciale con la Cina.

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Del resto, si è visto chiaramente di che pasta sia fatto il pragmatismo di Trump quando, osservando il calo vistoso dei mercati prima delle elezioni, ha twittato un messaggio di fiducia costruttiva che ha avuto l’effetto di dare “un colpo al cerchio e uno alla botte”.

Nell’eventualità di un accordo con Pechino, credo che potremmo assistere ad un’ultima gamba di rialzo per l’indice S&P 500, visto che il consenso stima una recessione per il 2020 (e i mercati di solito anticipano di almeno sei mesi) in grado di riportare in alto anche tutti gli altri listini internazionali.

La Fed intanto continuerebbe nel suo progressivo innalzamento dei tassi, cercando di normalizzare una economia “drogata” da anni di di easing monetario, mentre in Europa la BCE comincerebbe a chiudere i rubinetti piano piano, lasciando però i tassi invariati nell’immediato. Tutto ciò dovrebbe comportare un innalzamento gentile dei rendimenti obbligazionari, fino a quando ad un certo punto il premio al rischio per stare sull’equity non sarà più remunerato e potremmo assistere ad un flight to quality (vendita di azioni a favore di titoli governativi Usa) consistente.

Se invece l’accordo con i cinesi non si trovasse e dovessimo assistere ad un inasprimento delle guerre commerciali, temo che la situazione potrebbe diventare estremamente complessa.

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Basti vedere cosa succede nei giorni in cui gli algoritmi prendono il sopravvento chiudendo le posizioni a qualunque costo. Ho sempre grande fiducia nella proattività di “mamma” FED, ma la BCE sarebbe in grado di fare altrettanto?

Per i più coraggiosi quindi provare a cavalcare questo possibile ultimo rally, per quelli medi stare sui long short, per i catastrofisti rimanere liquidi, sperando che la propria banca non fallisca.


Michele De Michelis – responsabile investimenti – Frame Asset Management

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