Il ritorno delle colombe

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Una banca centrale dopo l’altra. A dominare l’attualità erano, nelle scorse settimane, il discorso di Mario Draghi e il posizionamento prudente della Banca Centrale Europea.

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Nel frattempo, sull’altra sponda dell’Atlantico l’approccio non subiva mutamenti. Al termine di un incontro con il Consiglio dei governatori della Federal Reserve (Fed) statunitense il presidente Jerome Powell partecipava a una conferenza stampa che, a dir poco, sanciva il brusco cambiamento di rotta nel discorso ormai non più hawkish (restrittivo) riferito alla politica monetaria della Fed. I membri del Consiglio direttivo ritengono che l’attuale tasso di riferimento (compreso tra il 2,25% e il 2,5%) sia in linea con la situazione economica. Lo stesso adotta una posizione attendista, in altri termini modulabile a seconda dello scenario economico. Se questa evoluzione era già stata annunciata diversi mesi fa alla luce degli indicatori economici, il cambiamento rimane comunque di rilievo. La Fed lascia quindi intendere che potrebbe non aumentare i tassi nel 2019 contrariamente ai due rialzi previsti non più tardi di qualche settimana fa.

La Fed ha inoltre sottolineato che la graduale riduzione della dimensione del suo bilancio (“quantitative tightening”) potrebbe concludersi in anticipo rispetto alle previsioni. Alcuni ritengono che potrebbe fissarsi un obiettivo a 3.500 miliardi di dollari (4.000 miliardi attualmente), vale a dire un anno di riduzione al ritmo attuale e non i due o tre anni di recente anticipati dal mercato. Anche questo dato non è trascurabile. La posizione della Fed continuerà quindi a essere leggermente restrittiva per qualche mese ancora con un mantenimento della ripresa della liquidità orientata al punto neutro nel 2020.

Gli investitori erano in attesa di questi segnali da alcune settimane ormai. Si può quindi affermare che, da questo punto di vista, la Fed si è allineata sui mercati dopo i nove rialzi intervenuti dal dicembre 2015. Questa inversione di rotta è dovuta perlopiù al rallentamento economico che si sta profilando (minor impatto della riforma fiscale entrata in vigore alla fine del 2017) ma anche alle conseguenze della guerra commerciale sulla crescita americana e mondiale. Anche il rischio di surriscaldamento inflazionistico è notevolmente diminuito, con il calo tra l’altro del prezzo del petrolio e l’interruzione del rapporto tra situazione di piena occupazione negli Stati Uniti e inflazione salariale, che rimane molto moderata. Infine, Powell ha chiarito che la pausa che la Fed potrebbe fare era dovuta all’inasprimento delle condizioni del credito.
Wall Street e Donald Trump hanno accolto queste decisioni con favore, cui è seguito un repentino aumento dei titoli azionari americani mentre continuava la distensione del decennale e il dollaro si deprezzava.

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In termini di allocazione, ciò significa innanzitutto un rinnovato interesse per i tassi americani con una preferenza per i tassi a lungo termine e un’esposizione al dollaro meno attraente rispetto alle altre valute e, infine, un maggior potenziale per le azioni statunitensi e, in particolare, per i titoli growth. Oltre agli asset americani, i principali beneficiari di queste decisioni dovrebbero essere tutti gli asset emergenti (obbligazioni e azioni) vista la distensione dei tassi di interesse americani e un dollaro meno forte.


Olivier De Berranger – Chief Investment Officer – La Financière de l’Echiquier

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