Capri, il caffè diventa troppo spesso una rapina con vista

Benvenuti nella Piazzetta di Capri, dove il panorama è gratuito soltanto finché non ci si siede. Poi comincia il salasso: due espressi a 14 euro, un caffè shakerato a 8, una spremuta di pompelmo (o presunta tale) a 12 e mezzo litro d’acqua minerale a 7. Totale: 41 euro. Non una consumazione, ma un piccolo mutuo servito sul vassoio.

Il copione è collaudato. Il cameriere accoglie il turista straniero con inchini, sorrisi a trentadue denti e quel tono cerimonioso da ambasciatore del Regno della Tazzina. Tutto appare elegante e irresistibilmente folcloristico: la giacca impeccabile, il gesto teatrale, la battuta in inglese e il tintinnio del ghiaccio. Poi arriva lo scontrino e si comprende che il vero spettacolo era assistere alla tosatura da parte dello spennapolli: protagonista il turista ignaro, meglio se straniero.
Sette euro per un espresso non dipendono certo dalla qualità del chicco: si pagano la sedia, l’indirizzo e soprattutto l’illusione di partecipare per dieci minuti alla dolce vita caprese. L’acqua a 7 euro, invece, dovrebbe almeno essere stata raccolta personalmente dalle ninfe marine.
Se i prezzi erano esposti chiaramente, non si può parlare automaticamente di illecito. Ma resta un modello commerciale da strozzinaggio turistico in guanti bianchi: perfettamente confezionato, forse formalmente corretto, certamente indecente.
Capri merita di essere ricordata per il mare, i Faraglioni e la sua bellezza, non come il luogo dove una spremuta costa quanto un pranzo e il caffè lascia in bocca soprattutto il sapore amaro della fregatura.
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