Torre Milano, nessun accordo illecito: per i giudici l’impianto dell’accusa è rimasto senza prova

Le motivazioni della sentenza escludono l’esistenza di un’intesa criminosa tra operatori privati e funzionari pubblici. Gli otto imputati sono stati assolti perché hanno agito facendo affidamento sulle interpretazioni urbanistiche e sulle prassi applicate da anni dal Comune

Le motivazioni della sentenza sul progetto Torre Milano segnano un passaggio rilevante nel più ampio confronto giudiziario sull’urbanistica del capoluogo lombardo. Secondo il Tribunale, non è stata dimostrata l’esistenza di un accordo illecito tra costruttori, progettisti e funzionari comunali diretto ad aggirare deliberatamente le norme edilizie.

Gli otto imputati coinvolti nel procedimento relativo all’edificio di via Stresa, tra operatori privati, professionisti e dipendenti o precedenti dirigenti del Comune, sono stati assolti con la formula “perché il fatto non costituisce reato”. Il verdetto era stato pronunciato il 16 giugno 2026; il successivo deposito delle motivazioni ha chiarito il percorso seguito dal giudice Paola Braggion. Il Corriere della Sera ha sottolineato come il Tribunale abbia riconosciuto la buona fede di costruttori e tecnici nell’aver seguito le prassi comunali e gli orientamenti giurisprudenziali esistenti all’epoca.

L’accordo criminoso non è stato provato

Il punto centrale della decisione riguarda la tesi secondo cui operatori immobiliari e funzionari pubblici avrebbero condiviso un disegno finalizzato a ottenere titoli edilizi attraverso interpretazioni consapevolmente illegittime della disciplina urbanistica.

Per il Tribunale questa ricostruzione non ha trovato conferma nelle prove raccolte. La condotta degli imputati, si legge nelle motivazioni riportate dalla stampa, non sarebbe stata il risultato di un accordo diretto a eludere le norme, secondo un “assunto accusatorio rimasto indimostrato”.

Il giudice esclude quindi che sia emersa la prova di un “complotto” o di un’intesa criminale fra soggetti economici, professionisti e amministratori pubblici. È questo uno dei passaggi più rilevanti della decisione, evidenziato anche da Repubblica Milano.

Il peso delle prassi consolidate

Le motivazioni attribuiscono particolare importanza al contesto amministrativo nel quale venne autorizzata e realizzata Torre Milano. Costruttori, progettisti e funzionari avrebbero operato sulla base del Piano di governo del territorio, della normativa regionale, degli orientamenti giurisprudenziali allora disponibili e delle interpretazioni elaborate nel tempo dagli uffici comunali.

Le procedure contestate non sarebbero dunque state create appositamente per favorire il progetto di via Stresa. Rappresentavano, secondo la ricostruzione accolta dal Tribunale, la prosecuzione di modalità operative e interpretative adottate da anni dall’amministrazione milanese.

Anche i pareri e gli indirizzi degli uffici legali del Comune avrebbero contribuito a consolidare negli operatori la convinzione che il procedimento seguito fosse conforme alla disciplina vigente. Il dibattito sulla correttezza di alcune di queste interpretazioni si sarebbe sviluppato pienamente soltanto in una fase successiva, soprattutto dal 2023, mentre l’intervento di Torre Milano era stato autorizzato e realizzato precedentemente.

In questo quadro, il semplice vantaggio economico ottenuto dal costruttore non può essere considerato una prova della consapevolezza di violare la legge. Per sostenere una responsabilità penale sarebbe stato necessario dimostrare che gli imputati conoscevano l’illegittimità del percorso amministrativo e che avevano intenzionalmente concorso alla sua realizzazione. Tale prova, secondo il giudice, non è stata raggiunta.

Esclusi dolo e colpa

L’assoluzione è fondata soprattutto sulla mancanza dell’elemento soggettivo del reato. Il Tribunale non ha ravvisato né il dolo, cioè la volontà consapevole di violare la normativa urbanistica, né una colpa penalmente rilevante.

I funzionari comunali avrebbero agito nella convinzione di applicare correttamente le norme e le interpretazioni consolidate. Analogamente, costruttori e progettisti avrebbero potuto fare legittimo affidamento sulle indicazioni dell’amministrazione competente, sui titoli rilasciati e su una prassi che non era stata precedentemente considerata illecita.

La decisione richiama indirettamente un principio fondamentale: quando la disciplina è complessa e le interpretazioni amministrative si sono consolidate nel tempo, la responsabilità penale non può essere ricavata automaticamente da una successiva lettura più restrittiva delle norme. Occorre provare, per ogni imputato, la consapevolezza e la volontà della violazione.

Che cosa significa “il fatto non costituisce reato”

La formula assolutoria richiede una precisazione. “Il fatto non costituisce reato” non equivale a “il fatto non sussiste”. La sentenza libera completamente gli imputati dalle responsabilità penali contestate, ma non deve essere trasformata automaticamente in una certificazione generale della correttezza di ogni interpretazione urbanistica applicata negli anni dal Comune di Milano.

Il Tribunale ha ritenuto decisiva l’assenza di dolo e colpa e ha respinto la ricostruzione di un accordo criminoso. Rimane distinto il dibattito amministrativo sulla disciplina applicabile agli interventi edilizi, sulle distanze, sugli standard urbanistici e sulla qualificazione delle operazioni come ristrutturazioni, nuove costruzioni o trasformazioni soggette a pianificazione attuativa.

La sentenza rappresenta dunque un’assoluzione piena per gli imputati, ma non sostituisce il legislatore né risolve automaticamente tutte le controversie interpretative che interessano l’urbanistica milanese.

Un precedente importante, ma non automatico

La decisione su Torre Milano è destinata ad avere un peso nel confronto sugli altri procedimenti riguardanti lo sviluppo immobiliare della città. Indebolisce, almeno in questo processo, la rappresentazione di un sistema fondato su accordi occulti tra amministrazione e operatori privati.

Non produce tuttavia effetti automatici sugli altri fascicoli. Ogni progetto presenta caratteristiche proprie e ogni procedimento deve essere valutato sulla base dei documenti, dei titoli edilizi e delle condotte dei singoli soggetti. Inoltre, trattandosi di una decisione suscettibile dei successivi gradi di giudizio, il suo contenuto dovrà essere valutato anche alla luce delle eventuali iniziative della Procura.

Il messaggio che emerge dalle motivazioni è comunque netto: la continuità di una prassi amministrativa può essere discussa e persino sottoposta a una diversa interpretazione, ma non dimostra da sola l’esistenza di un reato. Per trasformare un contrasto urbanistico in responsabilità penale servono prove specifiche della consapevolezza, della volontà e dell’accordo illecito. Nel caso di Torre Milano, per il Tribunale, queste prove non sono state fornite.

La vicenda evidenzia infine la necessità di norme urbanistiche più chiare e uniformi. Le ambiguità regolatorie non possono essere risolte soltanto nelle aule giudiziarie, soprattutto quando imprese, professionisti e amministrazioni hanno operato per anni seguendo interpretazioni pubbliche e consolidate. La certezza del diritto resta una condizione essenziale sia per tutelare l’interesse collettivo sia per garantire responsabilità chiare agli operatori economici e alle istituzioni.

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Paolo Brambilla, Consigliere dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è direttore responsabile de "La Mia Finanza" e di "Trendiest Media Agenzia di stampa". Laureato a pieni voti in Economia e Commercio alla Bocconi (qualche decennio fa) con un breve Master a Harvard e un corso di copywriting a Berkeley, è membro attivo di numerosi club, fra i quali il "Rotary Club Milano Porta Vercellina" e il "Cambridge University Yacht Club". Rappresenta l'Italia a Bruxelles nell'associazione "Better Finance" a tutela di investitori e risparmiatori.
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