Una vetrina rotta vale di più della tutela di un minore. Oppure no.

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Manifestazioni, manganelli, militari. Riflessione attorno alla violenza, compresa quella delle parole.

– di Ester Castano —

Abbiamo un colpevole. Il capro espiatorio. Il criminale per cui introdurre un nuovo reato, chiedere più carceri minorili, reclutare 500 militari in città. E’ un bambino di 11 anni della periferia sud di Milano, identificato dalle forze dell’ordine per la sua partecipazione agli scontri e ai saccheggi avvenuti nel centro del capoluogo lombardo il fine settimana del 17 e 18 ottobre. Oltre 270 le persone fermate e portate in Questura, circa l’80% di loro (oltre 220) erano minorenni.

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Colpirne uno per educarne cento

Quarantacinque gli arresti convalidati a Milano, tra questi i maggiorenni sono 11. Le ipotesi di reato vanno dalla devastazione e saccheggio (con pene da 8 a 15 anni di reclusione) alla resistenza pluriaggravata a pubblico ufficiale. “Via bonus e contributi per i genitori che hanno teppisti in casa”, propone il vicepremier Matteo Salvini. Come se il compito educativo fosse affare esclusivo delle famiglie e non responsabilità condivisa con lo Stato, a maggior ragione in presenza di disparità delle condizioni di vita.

Nelle ultime settimane l’Italia è attraversata da proteste diverse accomunate dalla difficoltà sempre più diffusa: potersi permettere una vita dignitosa. Nel Mezzogiorno autotrasportatori e agricoltori contestano il caro carburante e l’aumento dei costi. I giovani mettono in discussione la priorità della spesa pubblica, l’investimento nel sistema bellico, chiedono maggiori investimenti nella scuola e garanzie per il futuro. Per il governo Meloni il disagio sociale, da nord a sud, è una minaccia e la risposta a povertà e rivendicazioni è sempre la stessa: più sicurezza, più sorveglianza, più controllo.

Ma ridurla a una questione di ordine pubblico è sbagliato

Le immagini degli scontri di Milano hanno occupato, non senza violazioni deontologiche, il dibattito mediatico degli ultimi giorni, lasciando ai margini il resto. A Milano non è una guerra tra maranza e polizia, come ci stanno abituando alcuni servizi della carta stampata e tivù, quanto tra giovani e adulti. Giovani cresciuti in città non pensate per i giovani, come se essere bambini e poi ragazzi fosse una fase transitoria verso l’età relegata al “guadagna, consuma, crepa”. Senza la prospettiva di uno stipendio decente, di una posizione lavorativa stabile, di potersi mantenere studi, casa, famiglia. Adulti convinti che per fermare i giovani servano le manganellate, le botte in testa, e che al primo assaggio di violenza non trasgrediranno mai più. Tanto da bullizzare sui social l’11enne il cui colore degli occhi conosciamo ormai tutti.

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“Se incontrava me, vedi come l’avrei ridotto”, “Le mazzate ci vogliono per i giovani come lui”, “Se fosse stato mio figlio non sarebbe più uscito di casa dalle frustate che gli avrei dato”, “Ci vuole il battipanne”, “A casa sua ognuno fa quello che vuole, anche usare il manico di scopa”, “Dovrebbero sparargli alle gambe”.

Adulti che non ammettono di aver perso il controllo, di poter perdere le redini, che invocano la repressione come medicina al loro disagio, che infantilizzano un movimento nuovo invece di provare a capirlo.

Una generazione di bambine e bambini cresciuti in pandemia, col lockdown, le scuole chiuse, la Dad, la sanità pubblica allo sfascio, il genocidio in diretta, l’ostentazione della ricchezza sui social, l’idea che il benessere passi per i beni materiali. L’essere di continuo in contatto con l’aggressività verbale dei politici, lo spauracchio dei migranti che “ci rubano il lavoro”. Se gli adulti alla televisione, al bar, in fila per prendere l’autobus continuano a dire che il problema del Paese sono i tuoi genitori arrivati da altrove, tua sorella che indossa il velo, che il problema sei tu con la pelle più scura e un accento che ricorda origini lontane, a quelle parole o inizi a crederci o ti ribelli. Sbotti. Esci dall’angolo in cui ti hanno costretto, rompi il muro dell’invisibilità. E per farti vedere, farti sentire, pratichi ciò che sconti ogni giorno: la violenza.

Ma cosa è violenza? Discriminare le persone su base etnica è violenza. Non garantire istruzione e formazione è violenza. La speculazione edilizia è violenza. Lo sfruttamento sul lavoro è violenza. Non potersi curare è violenza. I prezzi alle stelle sono violenza. Manganellare minorenni è violenza.

La gogna mediatica e la violazione deontologica è violenza

Dell’11enne sappiamo l’età, la classe frequentata, in quale scuola, il nome delle insegnanti. Conosciamo il suo volto, rimbalzato su tutti i social accompagnato da discorsi d’odio, proposte di punizioni esemplari, violenza su violenza. Sappiamo il quartiere dove abita, come si acconcia i capelli la madre, il tono di voce del padre. La Rai è entrata a casa della famiglia: i genitori provano a discolparsi mostrando l’armadio privo di refurtiva, le cinture; la telecamera inquadra, il servizio va in onda. Repubblica sceglie i coetanei come fonti primarie: “E’ un bambino cattivo”, dicono. Di lui, in violazione alla Carta di Treviso e del Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti, “sappiamo troppe cose”, denunciano la Commissione per le pari opportunità del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Giulia Giornaliste, in “violazione del principio cardine del lavoro giornalistico, l’interesse pubblico e l’essenzialità dell’informazione”.

La firma su un pezzo di giornale vale di più della tutela di un minore?

Il codice deontologico è chiaro: “Nelle vicende che coinvolgono persone minorenni, sia in qualità di protagonisti che di vittime o testimoni, la/il giornalista non diffonde dati personali e ogni altra circostanza ed elemento che possano, anche indirettamente, consentire la loro identificazione, avendo cura di evitare sensazionalismi e qualsiasi forma di speculazione. La necessità di tutela è finalizzata ad impedire che l’informazione possa incidere sull’armonico sviluppo della loro personalità, turbare il loro equilibrio psico-fisico e influenzare negativamente la loro crescita”.

Il Servizio Pubblico, sottolinea la Cpo e Usigrai in una lettera aperta alla Rai e alle redazioni giornalistiche dell’azienda, “è chiamato attraverso i suoi giornalisti ad uno sforzo ulteriore rispetto ad altri contesti editoriali e cioè a rappresentare la realtà nel rispetto della dignità umana, senza spettacolarizzare il disagio. Ogni dettaglio privato che riguarda il minore deve misurarsi con il principio di essenzialità dell’informazione e con il superiore interesse di quest’ultimo. Se saltano queste basilari regole deontologiche vengono meno le prerogative sociali e normative del nostro lavoro e le tutele alla libertà, autonomia e indipendenza dell’informazione”.

Poi ci stupiamo se la gente detesta i giornalisti

C’era una scritta su un muro di piazza Missori, a pochi passi dal Duomo di Milano. E’ stata lì per tanti anni. L’ultima volta che l’ho vista era estate. Sono tornata lunedì, dopo gli scontri del fine settimana che hanno interessato il centro città, per farle una foto e non l’ho più trovata. Gli scatti precedenti si sono smarriti nella memoria dei telefoni rotti negli anni. Ci sono passata talmente tante volte davanti da non ricordare con esattezza se recitasse “Le periferie vi guardano” o “Le periferie vi odiano”. Per chi ne ha vissuta una, le due frasi spesso si sovrappongono.

Non è una rabbia gratuita. Costa cara. E’ scalfita, dentro, e fa più male a chi la prova che a chi la riceve (soprattutto se a riceverla sono luxury retail dove è assicurata fino all’ultima piastrella del pavimento). Nei proclami di Palazzo Marino, il Comune, si parla tanto di “Milano in 15 minuti”, ovvero il modello di sviluppo urbano in cui ogni cittadino o cittadina può raggiungere i servizi essenziali entro un quarto d’ora a piedi o in bicicletta dalla propria abitazione.

Ma quali servizi? Accessibili a chi?

I giovani, quelli senza la prima casa di proprietà dentro la circonvallazione e la seconda al mare o in montagna dove passare l’estate, sono stati progressivamente estromessi dagli spazi pubblici. Dall’infanzia all’adolescenza fino alla prima età adulta sono pochi i luoghi in cui ritrovarsi senza dover spendere dei soldi: per i più piccoli, entro l’anno, ci sono i sempre più rari consultori; poi la biblioteca; forse oratorio; qualche parco e piazza, ma dipende a che ora; i centri sociali. Tolti questi restano i luoghi di consumo dove devi spendere, e se non puoi spendere? Solo uno stolto poteva pensare che la frustrazione non sarebbe esplosa in rabbia a furia di essere trattati da materiale da campagna elettorale mentre le scuole cadono a pezzi, la gente muore in mare, i salari sono bloccati, la crisi climatica e le guerre non lasciano spazio ai sogni.

“Prova a prenderci”, dicono le ragazze e i ragazzi che sabato 24 ottobre torneranno in piazza, costringendo le forze dell’ordine e i militari a correre da una strada all’altra. Non esiste un luogo certo in cui riunirsi, nessuna comunicazione preventiva: condivideranno il luogo (o i luoghi) del concentramento poche decine di minuti prima della partenza in corteo attraverso i canali del Movimento 17 ottobre. Si autoconvocano e coordinano sui social contando sulla risposta dei propri follower. Il patto di fiducia è altissimo. Il messaggio è: troviamoci. Una modalità di manifestare inedita che, in meno di una settimana, ha destabilizzato le certezze degli adulti ai posti di controllo, sovvertendo l’intoccabilità di un ordine – di piazza, politico, economico – ormai dato come “naturale”.

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