Avviso ai viaggiatori in Francia

Matteo Ramenghi -

Gli scioperi della rete ferroviaria e di Air France ci ricordano la difficoltà di riformare l’economia francese che, tra i Paesi del G7, presenta il maggior peso della spesa pubblica sul PIL. Manteniamo una posizione neutrale sul mercato azionario francese

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Tra le elezioni europee degli ultimi due anni, quelle francesi sono state le uniche a portare a una rapida formazione del governo. Paesi Bassi, Germania, Spagna e, ovviamente, Italia si sono scontrate, o si stanno scontrando, con la difficoltà di formare l’esecutivo in un contesto politico sempre più frammentato e polarizzato.

La diversità francese non dipende dal raggiungimento di un più ampio consenso politico, ma da un sistema elettorale a forte vocazione maggioritaria, con un ballottaggio che ha visto Emmanuel Macron battere Marine Le Pen, la leader del Fronte Nazionale che voleva l’uscita della Francia dall’euro, dall’Unione europea e dalla NATO. Ma la popolarità del Presidente dalle elezioni in poi è stata altalenante e, probabilmente, inferiore in patria rispetto all’immagine positiva percepita all’estero.

Il rientro dal weekend pasquale ha rappresentato un momento delicato da questo punto di vista. Lunedì sera, i dipendenti della SNCF (la società ferroviaria francese) hanno indetto scioperi per i prossimi tre mesi (due giorni di stop ogni cinque). I quattro principali sindacati francesi protestano contro i piani di razionalizzazione dell’azienda, che è fortemente indebitata e che, dal 2020, dovrà confrontarsi con l’apertura della rete ferroviaria ad altri operatori.

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Gli scioperi potrebbero estendersi ben al di là del settore ferroviario, a partire dal settore energetico, dove si iniziano a delineare proposte di liberalizzazione del mercato dell’elettricità. Anche il campo dello smaltimento dei rifiuti potrebbe essere terreno di protesta, mentre i dipendenti di Air France hanno già avviato una serie di scioperi per ottenere un aumento del 6% degli stipendi.

Seppur la Francia possa vantare un debito pubblico inferiore rispetto all’Italia (di qualche punto al di sotto del 100% del PIL), il sentiero è stretto anche per Macron, che dovrà avviare una serie di riforme sostanziali per rimodernare l’economia francese. Tra i Paesi facenti parte del G7, la Francia registra, infatti, il maggior peso dello Stato nell’economia (la spesa pubblica rappresenta circa il 55% del PIL francese) e l’influenza di alcuni colossi a controllo statale risulta, talvolta, eccessiva. Per raggiungere il suo obiettivo di riduzione del carico fiscale mantenendo il deficit al di sotto del 3% del PIL raccomandato dalla Unione europea, il governo francese dovrà forzatamente ridurre la spesa pubblica. Si tratta di un obiettivo ambizioso e difficile da raggiungere, perché determinerà un ulteriore calo di popolarità per il Presidente – già al livello più basso dalla sua elezione lo scorso maggio – e per l’intero esecutivo.

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La stagione degli scioperi arriva, comunque, in un momento particolarmente positivo per l’economia. Dieci giorni fa, l’ufficio nazionale di statistica INSEE ha riferito che nel 2017 il deficit si è ridotto al 2,6% del PIL, al di sotto delle previsioni del 2,9% del governo. È la prima volta da quasi un decennio che la Francia raggiunge un livello inferiore al 3% come raccomandato dalla UE.

Il PIL francese, nel frattempo, è cresciuto di circa il 2% l’anno scorso e ci aspettiamo un’ulteriore espansione nel 2018, a patto che Macron riesca a riformare l’economia e che gli scioperi non producano un impatto sostanziale sull’attività economica. In attesa di progressi sul fronte delle riforme, manteniamo una posizione neutrale sul mercato azionario francese.


 Matteo Ramenghi – Chief Investment Officer – UBS WM Italy

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