Guerra tecnologica Cina- Stati Uniti: chip, dati e materie prime

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Per riconoscere una guerra siamo abituati a cercare determinati segnali: eserciti schierati, confini attraversati, città assediate e armi puntate contro un nemico. Eppure, mentre l’attenzione mondiale rimane concentrata sui conflitti combattuti nei territori, un’altra forma di scontro si sviluppa nei laboratori, nei centri di calcolo e nelle fabbriche di semiconduttori. È una guerra priva di trincee visibili, ma non per questo priva di strategie, offensive e conseguenze: la guerra tecnologica.

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Il suo principale teatro è il confronto tra Stati Uniti e Cina, le due potenze che competono per il controllo delle tecnologie destinate a determinare gli equilibri economici e politici del futuro. In questo conflitto non si conquistano necessariamente città: si conquistano mercati, infrastrutture e capacità di innovazione. Al posto dei carri armati troviamo i microchip, al posto delle munizioni i dati, al posto delle fortezze i data center. Cambiano gli strumenti, ma resta immutata la posta in gioco: il potere.

Gli arsenali del presente

In una guerra tradizionale, la forza di uno Stato dipende dalla quantità e dalla qualità delle sue armi. Nel confronto tecnologico, l’arsenale è composto da semiconduttori avanzati, sistemi di intelligenza artificiale, reti di telecomunicazione, satelliti, software e infrastrutture cloud.

I semiconduttori, in particolare, possono essere considerati le munizioni del mondo digitale. Sono minuscoli componenti indispensabili per far funzionare telefoni, automobili, sistemi industriali, strumenti medici e apparati militari. Senza chip avanzati non è possibile addestrare i più potenti modelli di intelligenza artificiale né costruire sistemi tecnologicamente sofisticati.

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I controlli statunitensi sull’esportazione

Il 2 dicembre 2024 il Bureau of Industry and Security del Dipartimento del Commercio statunitense ha introdotto nuovi controlli sull’esportazione verso la Cina, con nuove restrizioni su 24 tipi di apparecchiature per la produzione di semiconduttori, allo scopo dichiarato di impedire alla Repubblica Popolare Cinese di acquisire e produrre le tecnologie necessarie alla sua modernizzazione militare. Il provvedimento ha inoltre aggiunto 140 aziende alla Entity List ed esteso la Foreign Direct Product Rule, introducendo restrizioni sulla memoria ad alta larghezza di banda. Nelle settimane successive, a gennaio 2025, sono arrivate ulteriori misure, tra cui l’AI Diffusion Framework e la Foundry Due Diligence Rule.

L’obiettivo non è distruggere fisicamente le fabbriche cinesi, ma rallentarne lo sviluppo tecnologico. Si tratta di una forma di assedio moderno: non si circonda una città per impedirle di ricevere viveri e munizioni, ma si limita l’accesso di un paese alle componenti indispensabili per innovare.

L’embargo come arma

Le guerre del passato prevedevano blocchi navali ed embarghi economici. Oggi una funzione simile è svolta dai controlli sulle esportazioni, dalle sanzioni e dalle liste di aziende alle quali è vietato acquistare determinate tecnologie.

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La Cina, tuttavia, possiede le proprie armi economiche. Il 3 dicembre 2024, il giorno seguente all’annuncio statunitense, il Ministero del Commercio cinese ha vietato le esportazioni verso gli Stati Uniti di gallio, germanio e antimonio, materiali fondamentali per l’elettronica, le energie rinnovabili e l’industria militare. Il peso di questa contromossa dipende dalla posizione dominante della Cina nella lavorazione di questi materiali: secondo il Dipartimento dell’Energia statunitense la Cina produce circa il 95% dell’offerta mondiale di gallio grezzo, mentre secondo l’United States Geological Survey nel 2022 ha prodotto il 55% dell’antimonio mondiale estratto.

Nasce così una forma di deterrenza. Ogni potenza cerca di colpire i punti deboli dell’avversario, ma deve considerare le conseguenze delle sue azioni su catene produttive ormai globali. Stati Uniti e Cina sono rivali, ma rimangono economicamente interdipendenti: ferire l’avversario può significare danneggiare anche le proprie imprese.

Spie, intelligence e controllo dei dati

Ogni guerra richiede informazioni. Conoscere le capacità e le intenzioni del nemico permette di anticiparne le mosse. Nel confronto tecnologico, però, l’intelligence non consiste soltanto nel sottrarre documenti segreti: riguarda anche il controllo dei dati, delle reti e delle piattaforme digitali.

Le accuse di spionaggio informatico, furto di proprietà intellettuale e sorveglianza attraverso dispositivi connessi sono diventate frequenti. Un’infrastruttura di telecomunicazione può essere percepita contemporaneamente come un prodotto commerciale e come un possibile strumento d’intelligence. Un’applicazione utilizzata da milioni di persone può trasformarsi, nella prospettiva degli Stati, in una grande riserva di dati sensibili.

Anche il sabotaggio cambia forma. Non è più necessario distruggere fisicamente una centrale elettrica se un attacco informatico può interromperne il funzionamento. Virus, intrusioni nei sistemi e campagne di disinformazione diventano operazioni capaci di destabilizzare un paese senza oltrepassarne materialmente il confine.

Alleanze e nuovi blocchi

Come nella Guerra fredda del Novecento, le due potenze cercano alleati. Gli Stati Uniti collaborano con paesi che occupano posizioni decisive nella catena produttiva dei semiconduttori, come il Giappone, la Corea del Sud e i Paesi Bassi. Taiwan assume un’importanza ancora maggiore perché produce circa il 90% dei chip più avanzati al mondo, quelli che alimentano l’intelligenza artificiale, gli smartphone di fascia alta e le infrastrutture digitali più critiche.

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La Cina, parallelamente, investe nella propria autosufficienza e rafforza i rapporti tecnologici e commerciali con altri paesi. La competizione si estende così alla costruzione di infrastrutture, alla vendita di sistemi di telecomunicazione e alla definizione degli standard internazionali.

Gli standard tecnici possono sembrare regole neutrali, ma stabilire quale tecnologia verrà utilizzata nel mondo significa creare dipendenze di lungo periodo. Se molti paesi adottano le piattaforme, le reti e i protocolli di una potenza, quella potenza acquisisce influenza. Le alleanze del nuovo conflitto non si misurano quindi soltanto attraverso i trattati militari, ma anche attraverso sistemi operativi, servizi cloud, reti 5G e forniture industriali.

In questo scenario, l’Europa tenta di costruire una propria autonomia. Espressioni come sovranità tecnologica e riduzione del rischio rivelano la volontà di non dipendere eccessivamente né dagli Stati Uniti né dalla Cina. Tuttavia, raggiungere una reale indipendenza è difficile: le catene tecnologiche attraversano numerosi paesi e nessuno Stato possiede da solo tutte le conoscenze e le risorse necessarie.

Una guerra fredda, ma non troppo

Definire questo confronto una nuova Guerra fredda è efficace, ma può essere ingannevole. Stati Uniti e Unione Sovietica appartenevano a sistemi economici in gran parte separati. Stati Uniti e Cina, invece, sono legati da intensi rapporti commerciali e produttivi. Molte aziende occidentali dipendono dalla manifattura cinese, mentre numerose imprese cinesi utilizzano tecnologie progettate o sviluppate in Occidente.

Non esiste quindi una divisione netta tra due mondi completamente isolati. Il fronte attraversa gli stessi prodotti: uno smartphone può essere progettato negli Stati Uniti, utilizzare tecnologie europee, contenere componenti prodotti a Taiwan ed essere assemblato in Cina. La guerra tecnologica si svolge all’interno di una rete che nessuno dei contendenti può spezzare senza pagarne il prezzo.

Le restrizioni commerciali possono aumentare i prezzi, rallentare la ricerca e obbligare imprese e università a interrompere collaborazioni. Le vittime non sono immediatamente visibili, ma possono essere lavoratori colpiti dalla riorganizzazione delle catene produttive, cittadini sottoposti a una sorveglianza crescente o paesi costretti a scegliere da quale potenza dipendere.

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Caterina Chiarelli

Content Editor Bachelor’s Degree, Master’s Degree,Postgraduate Master

Caterina Chiarelli, professionista della comunicazione e dell'editoria con una formazione accademica che include una Laurea Magistrale in Comunicazione, Informazione ed Editoria e un Master in digitalizzazione, AI e big data. Il suo percorso coniuga rigore metodologico e creatività, maturati attraverso esperienze in ambito editoriale, giornalistico e digitale. Ha collaborato con realtà editoriali e di comunicazione occupandosi di redazione, pianificazione editoriale, social media management e ufficio stampa, lavorando su contenuti sia web sia cartacei. Negli ultimi anni ha approfondito il rapporto tra comunicazione e innovazione tecnologica, sviluppando un approccio orientato all'utilizzo consapevole dell'intelligenza artificiale e degli strumenti digitali a supporto della qualità dei contenuti. Si distingue per una curiosità profonda verso le persone, le idee e i linguaggi attraverso cui la realtà prende forma, con la convinzione che il dialogo, quando è guidato da ascolto, spirito critico ed empatia, sia capace di generare valore e connessione reale.

Areas of Expertise: editoria e comunicazione digitale, scrittura e revisione editoriale, giornalismo economico-finanziario, progettazione editoriale, pianificazione e coordinamento dei contenuti, social media e marketing digitale, intelligenza artificiale applicata alla comunicazione, strategie digitali, analisi dei contenuti e storytelling, comunicazione istituzionale e ufficio stampa