Anti-geopolitica ed entropia dell’egemonia

Riportiamo un interessante intervento di Giedrius Steponkus Advisor on Financial Architecture – Strategy, Risk & Governance – Digital Finance – Berlino
Europa e Stati Uniti stanno reagendo in modo molto diverso al nuovo ordine globale. Entrambi sostengono costi crescenti, ma di natura opposta: l’Europa per tentare di sottrarsi ai vincoli della geografia economica; gli Stati Uniti per conservare il privilegio monetario sul quale poggia la loro proiezione di potenza.
L’Europa persegue quella che si potrebbe definire un’“anti-geopolitica”: il tentativo di superare, attraverso le scelte politiche, i condizionamenti della geografia, dei flussi energetici e dell’interdipendenza commerciale. Il costo sta diventando strutturale. Il gas naturale europeo è arrivato recentemente a scambiare a circa 7,6 volte il prezzo di riferimento statunitense. Questo differenziale non resta confinato ai mercati dell’energia: si trasferisce alla competitività dell’industria, all’inflazione, alle decisioni di politica monetaria e, in ultima istanza, al costo del finanziamento del debito pubblico.
Gli Stati Uniti seguono una strategia differente. Più che sottrarsi alla geopolitica, cercano di preservare l’architettura finanziaria della loro egemonia.

La Money View
La cosiddetta Money View aiuta a capire che cosa sia in gioco. I Treasury non sono semplicemente il debito di Washington: occupano il vertice della gerarchia monetaria globale, fungendo da riserva, titolo di riferimento e garanzia essenziale per la liquidità internazionale in dollari.
Il recente intervento sullo yen va quindi letto alla luce dei bilanci, non soltanto dei tassi di cambio. Secondo le ricostruzioni riportate dalla stampa finanziaria, Washington avrebbe venduto euro per acquistare yen, informando la Banca centrale europea soltanto dopo l’operazione. Evitando vendite di dollari, gli Stati Uniti avrebbero potuto sostenere la valuta giapponese senza contraddire la propria linea di difesa di un dollaro forte.
La FIMA Repo Facility
Una seconda linea di protezione sarebbe l’estensione della FIMA Repo Facility della Federal Reserve, il meccanismo che consente alle autorità monetarie estere di ottenere dollari mettendo temporaneamente a garanzia titoli del Tesoro. Per il Giappone ciò significherebbe disporre di liquidità senza dover vendere Treasury sul mercato, riducendo così il rischio di pressioni ribassiste sul debito americano.
La logica è chiara: sostenere lo yen riduce il fabbisogno immediato di dollari del Giappone; fornire dollari contro Treasury limita invece il rischio di vendite forzate dei titoli di Stato Usa. È un sostegno a Tokyo, ma anche una tutela diretta del mercato del debito sovrano americano e dell’intera architettura delle garanzie su cui si fonda il sistema del dollaro.
Lo stesso schema potrebbe estendersi agli Emirati Arabi Uniti e ad altri partner del Golfo. Possibili accordi di swap garantiti da Treasury fornirebbero liquidità in dollari, scoraggiando al tempo stesso il disinvestimento dagli asset statunitensi. Per i grandi creditori, la disponibilità di dollari diventa così anche uno strumento di allineamento strategico.
Il debito federale statunitense
La pressione, tuttavia, è sempre più visibile. Il debito federale statunitense ha superato i 40 mila miliardi di dollari, mentre il rendimento dei Treasury trentennali si è portato oltre il 5,2%. Finanziare il nucleo del sistema monetario globale diventa quindi più oneroso.
In termini di entropia, un ordine egemonico maturo richiede quantità crescenti di liquidità, intervento e capitale politico soltanto per mantenere in funzione la propria struttura. L’Europa paga il tentativo di sfuggire alla gravità della geografia economica; gli Stati Uniti pagano sempre di più per preservare il privilegio di finanziare il proprio potere globale attraverso il risparmio altrui.
Sono due costi diversi, ma entrambi in aumento.
Fonti citate: Bloomberg, McKinsey Global Institute, Financial Times, Federal Reserve.
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