Per Lombard Odier, in un mondo più caldo e rischioso, la natura è un’infrastruttura economica critica
Nella sua newsletter Lombard Odier sottolinea argomenti in linea con la comunità scientifica internazionale: a fronte dei costi degli ecosistemi degradati evidenziati dal cambiamento climatico, oggi gli investitori considerano la natura un’infrastruttura critica per resilienza, gestione del rischio e valore a lungo termine.

La tesi di Lombard Odier in sintesi
- Gli ecosistemi sani funzionano ormai come infrastrutture economiche, poiché regolano i flussi idrici e assorbono carbonio, mentre i paesaggi degradati diventano un onere finanziario per investitori e assicuratori
- La perdita di natura è ormai un rischio finanziario misurabile. Nel 2025 i danni assicurati a livello globale causati da disastri naturali e incendi boschivi hanno raggiunto 107 miliardi di dollari, mettendo in evidenza il costo del degrado degli ecosistemi
- Gli incendi boschivi si formano molto prima dell’innesco. Il degrado dei terreni, dei boschi e della biodiversità rende il paesaggio più infiammabile, trasformando la salute degli ecosistemi in un aspetto chiave degli investimenti e delle assicurazioni
- Per colmare il deficit da 7’000 miliardi di dollari nel settore dei finanziamenti per la natura sono necessari capitali privati.
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Il nostro punto di vista
Soprattutto due cifre richiedono cautela giornalistica: i 107 miliardi di danni assicurati nel 2025 e il presunto “deficit” da 7.000 miliardi. Quest’ultimo potrebbe confondere il divario di finanziamento con i flussi annuali destinati ad attività dannose per la natura.
La tesi centrale della newsletter di Lombard Odier è largamente coerente con le valutazioni della comunità scientifica internazionale: la natura non rappresenta soltanto un patrimonio ambientale, ma fornisce servizi indispensabili alla produzione, alla stabilità dei prezzi e alla protezione degli asset.
Occorre però ricordare che il documento è qualificato dalla stessa banca come comunicazione di marketing. Le sue conclusioni sugli investimenti costituiscono quindi una tesi finanziaria, non tanto una valutazione scientifica indipendente. In particolare, i 107 miliardi di dollari di danni assicurati non possono essere attribuiti interamente al degrado degli ecosistemi, mentre i 7.000 miliardi non rappresentano propriamente un “deficit di finanziamento”.
Gli ecosistemi come infrastrutture economiche
Pienamente in linea con le conoscenze scientifiche
Foreste, zone umide, bacini idrografici, suoli e biodiversità svolgono funzioni paragonabili a quelle di un’infrastruttura: immagazzinano carbonio, regolano la disponibilità dell’acqua, limitano erosione e alluvioni, sostengono l’impollinazione e attenuano gli effetti degli eventi estremi.
La BCE stima che dieci servizi ecosistemici abbiano prodotto nell’Unione europea benefici per circa 234 miliardi di euro nel solo 2019. Inoltre, quasi il 75% dei prestiti bancari alle imprese dell’area euro è destinato ad aziende fortemente dipendenti da almeno un servizio naturale. Questo rende la perdita di natura rilevante per il rischio di credito, il valore delle garanzie e la continuità delle catene di fornitura.
La definizione di “infrastruttura” resta una metafora economica, ma è efficace: una zona umida che trattiene l’acqua può evitare danni a edifici e coltivazioni proprio come un’opera idraulica. La differenza è che il suo valore risulta spesso assente dai bilanci e dai prezzi di mercato.
La perdita di natura come rischio finanziario misurabile
Impostazione corretta, forse un po’ rigida
Una parte crescente del rischio può essere misurata attraverso esposizioni creditizie, perdite assicurative, variazioni dei prezzi agricoli e svalutazioni immobiliari. La BCE ha calcolato, per esempio, che la sola scarsità di acqua superficiale potrebbe mettere a rischio fino al 24% del valore aggiunto dell’area euro. Ammette tuttavia che non esiste ancora un indicatore unico, confrontabile con le tonnellate di CO₂ impiegate nell’analisi climatica.
La cifra di 107 miliardi di dollari indicata da Lombard Odier è sostanzialmente attendibile come stima dei danni assicurati provocati dalle catastrofi naturali nel 2025. Munich Re arriva a 108 miliardi, su danni economici complessivi pari a 224 miliardi. Ma il 2025 ha registrato perdite assicurate inferiori al 2024 e vicine alla media decennale corretta per l’inflazione.
Soprattutto, quei 107-108 miliardi non misurano il costo del solo degrado ecologico. I danni dipendono dall’interazione tra intensità dell’evento, concentrazione di immobili e attività economiche nelle aree esposte, vulnerabilità degli edifici, gestione del territorio e diffusione delle coperture assicurative. È lo stesso schema utilizzato dall’IPCC Intergovernmental Panel on Climate Change, l’organismo scientifico delle Nazioni Unite istituito nel 1988 dall’UNEP United Nations Environment Programme e dall’Organizzazione meteorologica mondiale: rischio come combinazione di pericolo, esposizione e vulnerabilità.
Gli incendi cominciano prima dell’innesco
Una necessaria precisazione
L’affermazione di Lombard Odier coglie un punto importante: l’innesco può essere immediato, ma la gravità dell’incendio viene preparata durante mesi o anni. Caldo, siccità, scarsa umidità del terreno, continuità della vegetazione combustibile, abbandono delle attività rurali, monoculture vulnerabili e cattiva gestione forestale influenzano velocità e intensità delle fiamme.
Non è però esatto contrapporre semplicemente ecosistemi “sani” ed ecosistemi “infiammabili”. Il fuoco è un processo naturale in diversi ambienti e una maggiore quantità di vegetazione può aumentare il combustibile disponibile. La resilienza richiede una gestione adatta al territorio.
L’Agenzia europea dell’ambiente indica infatti una combinazione di interventi: foreste con specie ed età diversificate, diradamento selettivo, pascolo controllato, riduzione della biomassa morta, ripristino delle zone umide, fasce verdi e incendi prescritti. Sottolinea inoltre che il ritorno di ecosistemi diversificati non deve essere confuso con il semplice abbandono del territorio.
Il deficit di 7.000 miliardi è realistico?
La necessità di capitali privati è chiara, le cifre però non sono così facili da calcolare
Secondo l’UNEP, nel 2023:
- 7.300 miliardi di dollari sono confluiti in attività considerate dannose per la natura;
- 220 miliardi hanno finanziato soluzioni basate sulla natura;
- di questi, appena 23 miliardi provenivano da capitali privati;
- per raggiungere gli obiettivi internazionali occorrerebbe arrivare a 571 miliardi l’anno entro il 2030.
I 7.300 miliardi, dunque, non sono il “finance gap”, ma i flussi finanziari annuali classificati come nature-negative. Confrontando gli investimenti attuali con il fabbisogno per il 2030, la distanza a nostro parere è nell’ordine di 350 miliardi di dollari annui.
Certamente corretta è la conclusione secondo cui i bilanci pubblici non possono sostenere da soli la transizione. Servono capitale privato, finanza mista, garanzie e strumenti capaci di rendere remunerativi interventi con benefici distribuiti nel tempo.
Le opportunità, tuttavia, non sono automatiche. L’agricoltura rigenerativa può migliorare carbonio organico, fertilità e ritenzione idrica, ma gli effetti dipendono da clima, suolo e pratiche adottate; in alcuni casi emergono compromessi tra benefici ecologici e rendimenti agricoli di breve periodo.
Ancora maggiore è la cautela necessaria per i crediti di biodiversità. L’OCSE osserva che manca persino una definizione universalmente condivisa e richiama i rischi di greenwashing. Baseline robuste, addizionalità, permanenza, verifica indipendente e controllo pubblico sono condizioni indispensabili affinché questi strumenti rappresentino miglioramenti reali e non semplici compensazioni contabili.
In conclusione, Lombard Odier interpreta correttamente la natura come fattore produttivo e presidio contro i rischi fisici. La newsletter è più convincente nell’analisi del rischio che nella trasformazione di tale rischio in una generica opportunità finanziaria: certamente una prossima comunicazione andrà maggiormente nel dettaglio. Per gli investitori, il passaggio decisivo consiste nel verificare caso per caso risultati ambientali, localizzazione degli asset, permanenza dei benefici, diritti delle comunità e sostenibilità economica dei progetti.
“Le soluzioni esistono già” conclude la newsletter “La sfida ora è portare i capitali alle dimensioni necessarie per attuarle”.
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