Usa-Iran, il memorandum è scaduto: il negoziato riparte da Hormuz, nucleare e sanzioni
Il memorandum d’intesa di 60 giorni tra Stati Uniti e Iran è scaduto il 17 agosto. Che accordo più ampio per porre fine alla guerra tra i due Paesi, che era l’obiettivo dell’intesa provvisoria, è allo studio oggi? Con che probabilità che funzioni?

Una precisazione importante: il Memorandum di Islamabad non garantiva un cessate il fuoco stabile per tutti i sessanta giorni. Fissava soprattutto una finestra entro la quale Stati Uniti e Iran avrebbero dovuto negoziare un accordo definitivo. L’intesa era già entrata in crisi il 7 luglio, quando Donald Trump l’aveva dichiarata conclusa; pochi giorni dopo Teheran ne aveva annunciato la sospensione. La scadenza di agosto ha quindi certificato un fallimento politico già evidente.
Quale accordo è oggi allo studio
Oggi come oggi non risulta esistere un nuovo testo completo prossimo alla firma. È in corso piuttosto il tentativo di recuperare il Memorandum di Islamabad e trasformarlo in un accordo articolato per fasi.
Il principale mediatore resta il Pakistan. Il capo dell’esercito, Asim Munir, è atteso a Teheran lunedì 24 agosto per discutere con la leadership iraniana la ripresa del negoziato, le nuove sanzioni minacciate da Washington e la sicurezza regionale. Qatar ed Egitto stanno parallelamente mantenendo aperti i canali diplomatici. Esisterebbe inoltre un contatto indiretto tra Washington e i vertici dei Guardiani della rivoluzione, perché gli Stati Uniti vogliono essere certi che gli eventuali impegni assunti dai negoziatori iraniani siano accettati anche dall’apparato militare.
Il possibile accordo più ampio dovrebbe affrontare contemporaneamente cinque dossier:
| Dossier | Posizione americana | Posizione iraniana | Possibile compromesso |
|---|---|---|---|
| Stretto di Hormuz | Riapertura preventiva e libera navigazione internazionale | Fine preventiva del blocco navale USA e riconoscimento di un ruolo iraniano | Protocollo marittimo controllato da mediatori e garanzie internazionali |
| Nucleare | Smantellamento delle capacità sensibili e rimozione dell’uranio arricchito | Impegno a non costruire un arma, ma difesa del diritto al nucleare civile | Riduzione e trasferimento delle scorte, ispezioni intrusive e revoca graduale delle sanzioni |
| Sanzioni | Allentamento soltanto dopo adempimenti verificabili | Revoca delle sanzioni petrolifere e liberazione immediata dei fondi congelati | Sospensione progressiva con clausola di ripristino automatico |
| Sicurezza | Garanzie contro missili, droni e gruppi sostenuti da Teheran | Fine delle operazioni statunitensi e israeliane e riduzione della presenza USA | Patto di non aggressione con attuazione graduale |
| Conflitti regionali | Separazione del dossier iraniano da Libano, Yemen e altri fronti | Cessazione delle ostilità su tutti i fronti | Intese parallele collegate all’accordo principale |
Questa architettura rappresenta una possibile sintesi delle posizioni, non un testo già concordato. Il nodo immediato resta la sequenza delle concessioni: Washington vuole prima la riapertura di Hormuz e garanzie nucleari; Teheran pretende invece che gli Stati Uniti eliminino il blocco dei porti, sospendano le sanzioni petrolifere, liberino gli asset congelati e cessino le operazioni militari prima della ripresa dei colloqui.
Le divisioni interne all’Iran
Il presidente Masoud Pezeshkian considera ancora il memorandum la migliore via d’uscita dalla condizione di «né guerra né pace». La sua posizione riflette la crescente preoccupazione per il blocco delle esportazioni petrolifere, l’inflazione e l’isolamento finanziario. Una parte dei Guardiani della rivoluzione e della leadership conservatrice teme però che negoziare sotto la minaccia di nuove sanzioni venga interpretato come una resa.
Anche Washington procede su due binari: mantiene contatti indiretti, ma prepara contemporaneamente quella che l’amministrazione Trump presenta come una nuova e durissima campagna di isolamento economico. Teheran ha risposto minacciando un atteggiamento militare offensivo se gli Stati Uniti non torneranno agli impegni di giugno.
Quante possibilità ha di riuscire
Una stima necessariamente prudenziale può distinguere tre scenari:
- Ripresa dei colloqui e nuova intesa provvisoria: 25-30%. È possibile un accordo limitato su Hormuz, esportazioni petrolifere e sospensione delle operazioni militari.
- Accordo complessivo entro la fine del 2026: 20-25%. Richiederebbe concessioni coordinate su nucleare, sanzioni, sicurezza marittima e conflitti regionali.
- Prolungamento dello stallo con sanzioni, incidenti e attacchi intermittenti: 50-55%. Al momento resta purtroppo lo scenario più probabile.
La probabilità di un’intesa non è nulla perché entrambi hanno forti incentivi: l’Iran deve alleviare una crisi economica sempre più grave, mentre gli Stati Uniti hanno interesse a riaprire Hormuz, contenere i costi energetici e non restare coinvolti in una guerra indefinita.
Il principale ostacolo non è però l’assenza di una possibile formula tecnica. È la mancanza di fiducia. Senza un meccanismo simultaneo e verificabile (riapertura dello Stretto, sospensione del blocco, primi alleggerimenti delle sanzioni e controlli sul nucleare) ogni concessione rischia di essere percepita come un vantaggio irreversibile concesso all’avversario. Per questo è più realistico attendersi un nuovo accordo ponte che una vera pace definitiva.





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