Sul New York Times il ritratto di Giorgia Meloni a cura di Roger Cohen
Stabilità, pragmatismo e successo politico, ma ambiguità nei confronti dell’antifascismo
L’articolo di Roger Cohen, pubblicato dal New York Times il 21 agosto 2026 con il titolo Giorgia Meloni Cuts the Hard Right a Path to Power, non è la semplice trascrizione di un’intervista: è un lungo profilo politico costruito attraverso il colloquio con la presidente del Consiglio, visite nei luoghi della sua formazione e testimonianze di sostenitori, avversari e studiosi.

La tesi centrale è che Giorgia Meloni abbia mostrato all’estrema destra europea come una forza proveniente dalla tradizione post-fascista possa conquistare il centro del sistema politico senza rinunciare completamente alla propria identità. Cohen definisce questo processo “melonizzazione”: l’ingresso nel mainstream attraverso un conservatorismo pragmatico, accompagnato però da una progressiva attenuazione del peso della storia fascista. Il giornalista si domanda quindi se Meloni sia diventata definitivamente una conservatrice democratica o se permanga un’ambiguità sulle sue origini politiche.
I punti principali dell’intervista
- Il primato di durata. Meloni si avvicina al record di permanenza continuativa alla guida di un governo della Repubblica, che dovrebbe raggiungere il 4 settembre. Cohen contrappone questa stabilità alla fragilità politica di Francia e Regno Unito e considera la premier ormai centrale negli equilibri europei.
- La costruzione del personaggio politico. Meloni attribuisce il proprio successo alla coerenza e alla capacità di non sostenere pubblicamente ciò in cui non crede. Presenta la sua carriera come il risultato del coraggio di stare dalla “parte scomoda della storia” e di andare controcorrente.
- La “rivoluzione dell’orgoglio”. La biografia personale viene sovrapposta al destino nazionale. Come lei sarebbe passata dalla marginalità a Palazzo Chigi, così l’Italia dovrebbe smettere di considerarsi inferiore alle altre potenze. Il suo obiettivo dichiarato è una “rivoluzione dell’orgoglio”, fondata su autonomia e credibilità internazionale.
- Il raffreddamento con Donald Trump. È il passaggio che ha attirato maggiore attenzione. Meloni riconosce di avere previsto un rapporto più facile, per le convergenze su immigrazione e cultura “woke”, ma ammette che “le cose sono andate diversamente”. I due leader non si parlano da settimane. La premier ribadisce tuttavia di considerare essenziale l’unità dell’Occidente e sostiene di non determinare la strategia italiana sulla base delle relazioni personali.
- Il rapporto con il fascismo. Meloni definisce il Ventennio una vicenda “particolarmente complessa” e osserva che chi visse dentro quegli avvenimenti avrebbe potuto percepirli diversamente da come vengono giudicati oggi. Cohen ricorda che la premier ha condannato le leggi razziali e la dittatura, ma continua a non definirsi antifascista. Meloni motiva questa scelta richiamando la violenza politica subita dalla destra negli anni della sua formazione. Rivendica inoltre la lezione di Giorgio Almirante sulla possibilità di condurre con dignità una battaglia politica partendo da una posizione marginale.
- Il bilancio economico. Cohen riconosce la disciplina fiscale del governo, la riduzione del deficit, il miglioramento dei giudizi sul debito e alcuni risultati su occupazione, spread e immigrazione. Riporta però anche le obiezioni di Elly Schlein: crescita debole, riduzione dei salari reali, costi energetici e difficoltà della sanità. Piombino, passata da roccaforte operaia della sinistra alla destra, diventa il simbolo della trasformazione elettorale.
- Donne e femminismo. Meloni sostiene che una parte del femminismo abbia combattuto “battaglie sbagliate”, comprese quelle sulle quote e sul genere grammaticale delle cariche. La vera uguaglianza, nella sua lettura, consiste nella libertà di una donna di arrivare alla presidenza del Consiglio, non nell’essere chiamata “la presidente”.
Le letture dei quotidiani italiani
| Testata | Interpretazione prevalente |
|---|---|
| Corriere della Sera | Parla di un “manifesto identitario”, forse indirizzato anche agli elettori attratti da Roberto Vannacci. Sottolinea insieme autonomia internazionale, radici post-fasciste e persistente ambiguità storica. |
| la Repubblica | Definisce l’intervista una “mossa” politica: Meloni sceglie il quotidiano liberal più avversato da Trump per rendere pubblica la distanza dalla Casa Bianca e riposizionarsi sul versante europeo. |
| La Stampa | Adotta una lettura più istituzionale: evidenzia la stabilità del governo, la “rivoluzione dell’orgoglio nazionale” e la separazione fra rapporti personali e interesse strategico dell’Italia. |
| Avvenire | Interpreta le parole su Trump come uno “sfogo” e come il segnale di uno spostamento verso la sponda europea dell’Alleanza atlantica. Sul fascismo parla invece di una tipica “storicizzazione” post-fascista del Ventennio. |
| Il Giornale | Legge l’intervista soprattutto come rivendicazione dell’interesse nazionale: il New York Times cercherebbe le radici fasciste, ma finirebbe per descrivere una leader stabile, pragmatica e autonoma. |
| Libero | Offre la lettura più favorevole alla premier: valorizza l’attacco alla cultura “woke”, la critica al femminismo simbolico e la “rivoluzione dell’orgoglio”, liquidando le contestazioni sul fascismo come strumentali. |
In sintesi, le testate concordano sulla rilevanza del distacco da Trump, ma divergono sul significato politico dell’intervista. Per i giornali conservatori è la consacrazione di una leadership nazionale ormai autonoma; per quelli più critici è un riposizionamento tattico che non risolve l’ambiguità sul fascismo. Cohen tiene insieme entrambe le letture: riconosce stabilità, pragmatismo e successo politico, ma considera la normalizzazione delle radici post-fasciste il vero “modello Meloni” che potrebbe essere imitato da Le Pen e dall’AfD.





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