Gaza e la verita sotto le macerie: i tanti media che non vedono e non denunciano
Di M. Alessandra Filippi — tratto da Strisciarossa.it —
“Chiunque scriva un articolo o lavori a un computer portatile è come qualcuno che imbraccia un Kalashnikov e ci attacca”. Sono le parole di un soldato israeliano riportate da Francesca Albanese nel suo ultimo rapporto “La verità sotto le macerie: i media al tempo del genocidio”. Una frase che equipara un articolo a un’aggressione armata e un computer a un fucile. È la normalizzazione di un’abnormità che sembra uscita dalla sceneggiatura più distopica di Hollywood: chi documenta un genocidio è diventato un combattente e il suo lavoro la giustificazione per colpirlo.
Il nuovo rapporto di Francesca Albanese
La frase del soldato contiene anche un’operazione linguistica: trasforma la testimonianza in un atto di guerra e l’eliminazione del testimone in una necessità difensiva. È il rovesciamento dei significati: il potere di riscrivere la realtà attraverso le parole, fino a rendere accettabile la violenza e sospetta la sua denuncia. È da questa equivalenza che bisogna partire per comprendere ciò che Albanese chiama “mediacidio”: la distruzione sistematica della funzione pubblica dell’informazione a cui da tre anni assistiamo dentro e fuori Gaza. L’uccisione dei giornalisti palestinesi ne è la manifestazione più feroce. Ma il meccanismo attraversa anche le redazioni nelle quali le loro testimonianze vengono screditate, i titoli dai quali scompare chi ha ucciso, le piattaforme che cancellano la documentazione dei crimini mentre incassano denaro per diffondere messaggi che li negano.

Il rapporto mette in relazione questi processi: l’eliminazione dei testimoni, il sistema israeliano di propaganda e censura, la riproduzione delle sue narrazioni da parte di influenti media internazionali e piattaforme digitali. L’analisi investe direttamente il giornalismo e le responsabilità dei media. Che cosa resta della funzione pubblica dell’informazione quando le affermazioni del potere vengono riprodotte anziché verificate, mentre chi ne documenta i crimini deve continuamente dimostrare di essere un testimone e non un terrorista?
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La manipolazione delle parole
Da tre anni scrivo di questa manipolazione: delle parole che cancellano le responsabilità, rovesciano il rapporto tra vittime e carnefici, rendono accettabile ciò che dovrebbe suscitare ripulsa. Lo scorso maggio, su queste pagine, avevo analizzato un caso preciso: il modo in cui Mosaico, la rivista della Comunità ebraica di Milano, e altre testate avevano trasformato la cautela probatoria del procuratore della Corte penale internazionale Karim Khan in una presunta smentita del genocidio a Gaza. Il linguaggio del diritto veniva impiegato per fabbricare un’assoluzione politica. Il rapporto di Albanese colloca questo genere di operazioni dentro un quadro più ampio, nel quale la manipolazione dell’informazione contribuisce a occultare, giustificare e legittimare la distruzione.
È una grammatica che attraversa anche il servizio pubblico italiano. Lo avevo analizzato ad agosto, sempre su queste pagine, nell’articolo “Disinformazione di Stato: Hind Rajab, la bambina che Israele ha ucciso due volte”, osservando come il racconto radiofonico cambiasse passando dall’Ucraina a Gaza: esplicito nell’identificare la responsabilità russa, incline ad accogliere il lessico militare israeliano quando raccontava i palestinesi uccisi. Nel rapporto di Albanese, Hind torna attraverso un titolo della BBC: “trovata morta”. Una formulazione che lascia fuori dal titolo chi l’ha uccisa. È anche attraverso simili scelte che la responsabilità viene espulsa dal racconto.
“Trovata morta”
Come se la morte fosse arrivata da sola, senza un’arma, senza qualcuno che l’ha puntata e ha sparato. 335 fori di proiettile sull’automobile. Ma questo è un dettaglio irrilevante. Il corpo resta nella notizia, chi lo ha ridotto così deve scomparire dai radar. È una sottrazione che si ripete nei titoli, nei lanci d’agenzia, nei giornali radio: i palestinesi muoiono per cause misteriose, gli edifici crollano da soli, la fame avanza per inerzia. Dei responsabili nessuna traccia. Tragedie senza autori. Se e quando il soggetto israeliano riappare, spesso porta con sé la propria giustificazione, già incorporata nella notizia.
Il rapporto affronta questa trasformazione dell’informazione attraverso fonti pubbliche e primarie, consultazioni con sopravvissuti ed esperti e 89 contributi scritti. Sessantadue esaminano i sistemi mediatici in Europa, Nord America e Australia. Albanese concentra l’attenzione anche su organizzazioni considerate autorevoli e influenti, quelle alle quali affidiamo la comprensione del mondo. Delle dodici interpellate per un commento, soltanto tre hanno risposto. Un dato che dovrebbe interrogare chi fa delle domande il proprio mestiere.
La manipolazione del racconto e l’uccisione di chi potrebbe smentirlo
Mentre fuori da Gaza si manipola il racconto, dentro Gaza si distruggono coloro che potrebbero smentirlo. Il documento riporta quasi trecento giornalisti uccisi dalle forze israeliane dall’ottobre 2023 e oltre quattrocento feriti. A questi si aggiungono arresti, torture, intimidazioni, abitazioni distrutte, familiari colpiti. Persone costrette a documentare la fame mentre soffrono la fame, a raccontare gli sfollamenti mentre vengono sfollate, a cercare parole per la morte altrui dopo avere sepolto i propri figli.

La distruzione investe anche i mezzi necessari a far arrivare quelle parole fuori dalla Striscia. Redazioni, antenne, cavi, centri dati. Secondo le cifre raccolte nel rapporto, l’81 per cento delle infrastrutture dell’informazione e della comunicazione di Gaza è stato completamente distrutto e un ulteriore 12 per cento danneggiato. Spezzare una rete significa impedire a un’immagine di partire, a una voce di raggiungere qualcuno, a una richiesta di soccorso di ricevere risposta.
Significa lasciare chi è sotto le bombe ancora più solo. E su chi continua a raccontare viene apposta l’etichetta di “terrorista”, un lasciapassare narrativo: basta pronunciarla perché il giornalista ucciso si trasformi in un sospetto e l’uccisione in una questione controversa.
Il rapporto ricostruisce anche l’altra faccia di questa operazione: la disumanizzazione diffusa da settori dell’informazione israeliana. Palestinesi descritti come mostri, come un cancro da estirpare; la ripetizione che a Gaza non esistono innocenti; gli appelli a cancellarla dalla faccia della terra. Parole trasmesse, riprese, offerte al pubblico fino a renderle familiari. Se un’intera popolazione viene dichiarata colpevole, ogni suo componente diventa sacrificabile. Il bambino, il medico, il giornalista: tutti privati della propria individualità. Terroristi o “danni collaterali”, secondo la convenienza del racconto. Naza.
Albanese riconosce anche esplicitamente il lavoro di testate israeliane indipendenti come Haaretz e +972 Magazine, che hanno portato alla luce fatti ignorati o rimossi da altri mezzi d’informazione, spesso mostrando maggiore rigore e coraggio di importanti media internazionali.
Il controllo nelle redazioni occidentali
Nelle redazioni occidentali il controllo assume la forma più discreta di una guida di stile. Il rapporto richiama le indicazioni interne del New York Times sull’uso di parole come “genocidio”, “pulizia etnica”, “territorio occupato” e “Palestina”. Esamina la marginalizzazione della Nakba, dell’occupazione, del blocco di Gaza. Se la storia comincia sempre il 7 ottobre 2023, tutto ciò che precede viene spinto fuori dal campo visivo. Si tolgono al lettore gli strumenti per comprendere e poi gli si consegna una spiegazione già pronta.
Lo stesso accade quando il lessico della protezione umanitaria viene impiegato per raccontare il genocidio. Gli sfollamenti diventano “evacuazioni”, le aree nelle quali si ordina alla popolazione di concentrarsi “zone sicure”, gli attacchi “mirati”. Albanese analizza questo camuffamento: parole che promettono tutela mentre in realtà descrivono lo sterminio. E quando il giornalismo le riproduce pedissequamente senza sottoporle a verifica, permette alla giustificazione militare di entrare nella lingua comune trasformando un’oscena manipolazione in quella che viene venduta come realtà.
Anche l’empatia viene distribuita secondo una gerarchia. Il rapporto esamina come il dolore israeliano riceva spazio, biografie, riconoscimento emotivo, mentre quello palestinese viene ridotto a una cifra o a uno sfondo. Alcune vite devono essere conosciute, nominate, ricordate, altre possono essere contate e presto dimenticate. Alcune morti esigono indignazione, altre vengono accompagnate da una spiegazione. È dentro questa sproporzione che si educa il pubblico a tollerare ciò che, davanti ad altre vittime, riconoscerebbe immediatamente come intollerabile.
Le piattaforme digitali
Le piattaforme digitali proseguono la selezione. Nel momento in cui diventano indispensabili per far uscire le testimonianze da Gaza, Meta, X e Alphabet assumono un potere enorme sulla loro circolazione. Il rapporto descrive rimozioni, sospensioni, limitazioni della visibilità e ostacoli alla diffusione dei contenuti palestinesi, insieme alla mancata applicazione delle regole contro messaggi disumanizzanti e incitamento alla violenza. Esamina inoltre i ricavi delle campagne pubblicitarie israeliane, comprese quelle che negano la carestia. La testimonianza viene ostacolata e spesso e volentieri censurata — ne so qualcosa anch’io —; la negazione trova spazio a pagamento.
Qui il mediacidio investe anche il futuro. Un archivio cancellato, un video rimosso, un account soppresso possono contenere elementi necessari a ricostruire un attacco, identificare una vittima, accertare una responsabilità. Si può distruggere una prova anche facendola sparire da un server. Si può rendere più difficile la giustizia intervenendo sulla memoria di ciò che è accaduto.
È uno dei passaggi più importanti della conclusione di Albanese: il genocidio si alimenta anche della distruzione delle condizioni politiche, morali e documentarie che permettono di riconoscerlo e contrastarlo. Conservare le testimonianze diventa perciò parte della protezione delle vittime. La possibilità di accertare le responsabilità dipende dalla sopravvivenza delle prove.
Torniamo allora al computer evocato dal soldato. Dentro possono esserci il nome di un bambino, l’ora di un bombardamento, l’immagine di un mezzo militare, la voce di qualcuno che chiede aiuto. Può esserci ciò che un giorno impedirà a un colpevole di negare e a un complice di dire che non sapeva. È questo che rende così pericoloso chi continua a scrivere, filmare, testimoniare.
Le macerie sotto le quali oggi si seppellisce la verità si fabbricano anche lontano da Gaza. Una parola alla volta.
M. Alessandra Filippi
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