Ilva, confermato lo stop all’area a caldo: altiforni fermi e cassa integrazione

La notizia in sintesi
- La Cassazione conferma lo stop all’area a caldo dell’Ilva per tutelare ambiente e salute.
- Jindal e la cordata Federacciai hanno manifestato interesse, ma non presentato offerte vincolanti.
- Senza forni elettrici, le stime sindacali indicano almeno 6.000 esuberi diretti e 5.000 addetti dell’indotto a rischio.
- I requisiti degli ammortizzatori potrebbero escludere i 470 lavoratori Pellegrini impiegati nello stabilimento di Taranto.
Riassunto generato da Redazione AI AGENTICA di Datamoney.ch
Ilva, lo stop agli altiforni apre il nodo della vendita e dell’occupazione
L’Ilva affronta un futuro industriale incerto dopo che la Corte di Cassazione ha confermato la sospensione delle attività nell’area a caldo dello stabilimento di Taranto, a tutela dell’ambiente e della salute. Con gli altiforni fermi, la prospettiva descritta è quella di una fabbrica limitata alla laminazione, alimentata da acciaio acquistato sul mercato, mentre aumentano i rischi occupazionali per dipendenti e indotto. Il passaggio decisivo per la vendita di Acciaierie d’Italia è fissato all’8 novembre, termine per presentare eventuali proposte d’acquisto: Jindal e la cordata promossa da Federacciai hanno manifestato interesse, ma nessuna delle due ha formalizzato un’offerta vincolante.
Debiti, piano industriale e cassa integrazione: i vincoli della ripartenza
Un eventuale acquirente dovrà rimborsare il prestito statale da 340 milioni di euro concesso durante due anni di amministrazione straordinaria, mentre rimane incerta l’eventuale costruzione di un forno elettrico per tornare a produrre acciaio autonomamente. Nello scenario di vendita senza forni elettrici, secondo le stime sindacali, basterebbero poco più di 2.000 dipendenti contro gli attuali 9.626: la previsione è di almeno 6.000 esuberi diretti, cui si aggiungono almeno 5.000 addetti dell’indotto a rischio nella sola Taranto. Sono stime legate a quello specifico assetto produttivo, non un conteggio definitivo dei licenziamenti.
I commissari hanno chiesto la cassa integrazione per 8.622 dipendenti, circa il 90% dell’organico, mentre il piano d’emergenza prevede brevi periodi lavorativi a Taranto e Genova e impianti fermi a Novi e Racconigi fino alla primavera. Tutti i siti chiuderanno dal 19 dicembre al 10 gennaio; per gli ammortizzatori sono già stanziati 187 milioni di euro. Il sostegno al reddito dovrebbe proseguire fino all’estate, secondo le tempistiche della vendita indicate dalla ministra del Lavoro Marina Calderone, mentre il governo studia prepensionamenti, incentivi alla riassunzione e una norma sul lavoro usurante.
Indotto, il requisito del fatturato può lasciare scoperti i lavoratori
Per l’indotto, l’accesso alla cassa integrazione dipende da un requisito aziendale: almeno il 50% del fatturato dell’ultimo biennio deve derivare da Acciaierie d’Italia. La soglia rischia di escludere i 470 dipendenti di Pellegrini addetti alla mensa e alle pulizie dello stabilimento di Taranto, perché la società opera su scala nazionale e non raggiunge quella quota con l’appalto. Il rischio è che lavoratori direttamente coinvolti nella fermata restino senza ammortizzatori, esposti a un licenziamento immediato.
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